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Dal Texas a Williamsburg: il post-punk dei Parquet Courts

Le parole non sono importanti, i fraseggi post-punk sono ruvidi e graffianti, la proposta musicale semplice e tutt’altro che nuova, ma l'impatto è forte, tanto che la band nata nell'underground newyorchese sta conquistando seguaci ed estimatori in tutto il mondo

“Non è più in voga esibire le proprie emozioni perché la gente trova ciò troppo nostalgico o romantico, ma io no”. Più che punk i Parquet Courts sono l’immagine perfetta dell’alternativo nerd e pacato della generazione 2.0. Il frontman e fondatore del progetto, Andy Savage, è certamente un nostalgico, ama The Roxy Music, The Fall, il punk delle origini e la scena indie americana degli anni Ottanta-Novanta (dai Pavement ai Guided By Voices), ma non disdegna hip hop e r’n’b, cosa che farebbe rizzare i capelli a qualunque punk fedele alla linea. È appassionato di letteratura, cita De Lillo, Pynchon, David Foster Wallace e William T. Vollman tra le sue influenze, ma al tempo stesso trova inutili e poco importanti i testi, nella musica contemporanea. E non vuole che certe influenze segnino l’esperienza musicale dei Parquet Courts. Non ha mai nascosto la sua passione tout court per le arti, ama Prokofiev, l’arte sovietica e i secessionisti viennesi. Ma quando gli si chiede il suo sito internet preferito, menziona imprevedibilmente weather.com, il sito di previsioni meteo.

Le parole che accompagnano i fraseggi post-punk ruvidi e graffianti dei Parquet Courts, non sono mai in rilievo, spesso si gioca sulla ripetizione di una strofa e in generale la musicalità delle espressioni vince sul filo narrativo dei testi. In questo loro possono considerarsi punk e, al di là degli aspetti extramusicali, con la loro proposta musicale semplice, tutt’altro che nuova, ma dal forte impatto, stanno conquistando seguaci ed estimatori in tutto il mondo.

Due fratelli, e in tre anni già tre album, ultimo in ordine di tempo Sunbathing Animal, già segnalato da più parti come uno dei prodotti migliori del 2014. Savage è il cognome dei due fratelli e mette a fuoco bene il sound ruvido e graffiante del progetto punk rock partorito nel 2010 da Austin Brown e Andrew Savage, entrambi studenti alla University of North Texas di Denton. I due si perdono e si ritrovano a New York dove formano la band insieme al fratello minore di Andrew, Max alla batteria, e Sam Yeaton bassista di una band hardcore/screamo, anche lui newyorkese d’adozione, ma originario del Massachusetts.

Si fanno subito strada con dei live micidiali nei soliti dive bar di Brooklyn e nei live club indie più influenti di Williamsburg. Il loro nome inizia a generare quel seguito tipico delle band di culto. Il loro debutto American Specialties gira soltanto in cassetta, per il primo formato “contemporaneo” bisogna aspettare Light Up Gold, alla fine del 2012, registrato in soli tre giorni in un minuscolo studio di registrazione di Brooklyn. Andrew ne cura anche il packaging e la copertina, riappropriandosi di quella vena artistica che spesso ama rivendicare. E l’album ben presto esce fuori dai confini nord-americani. Borrowed Time e Stoned and Starving diventano dei piccoli grandi classici indie. Veloci, ruvidi, con dei chorus che si ficcano bene in testa e una base ritmica che manda in estasi i divoratori dei classici indie e post-punk.

I Parquet Courts diventano uno dei nomi più affermati della famigerata scena di Brooklyn, nonostante la loro origine texana (bassista a parte) e suonano praticamente ovunque negli Stati Uniti: dai late night show a improbabili dive bar, sordidi club d’altri tempi e BBQ. Proprio dal vivo, più che in studio o nell’estetica,  emerge quella loro vena punk che è praticamente esplosa nel nuovo album Sunbathing Animal, sempre distribuito da What’s Your Rupture?. Il sound è più aggressivo e arrabbiato, anche i testi sono meno sarcastici e laconici, più incentrati sulla dicotomia tra libertà espressiva e necessità di non fare un disco sotto le aspettative che è tipica degli artisti contemporanei, non più liberi di distribuire un disco a più di due anni di distanza dal predecessore.

L’album è nato proprio durante il lungo estenuante tour che li ha portati sotto i riflettori del Pitchfork Music Festival di Chicago, al SXSW di Austin, ma anche in molti club europei. I fratelli Savage e i due soci sembrano così rigorosi e inquadrati che anche tra quattro o cinque anni non smarriranno questa libertà espressiva così sincera e autentica che li ha portati alla ribalta, senza velleità artistiche troppo pretenziose, senza svendersi. Il video della titletrack che ha per protagonista un gatto vale più di tante altre parole.

Trovate i Parquet Courts su Facebook e su Soundcloud, oltre che in tour in Europa, tra giugno  e luglio, e di ritorno negli USA ad agosto.

 

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