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Cymbals Eat Guitars, il New Jersey e la rinascita

Arriva il terzo capitolo della breve ma intensa carriera dei Cymbals Eat Guitars. Dai giorni del suo esordio, la band ha cambiato quasi l'intera formazione. Ma nel nuovo album, Lose, torna ad essere se stessa con luoghi e storie dalle periferie del Garden State: un ritorno alle emozioni autentiche degli inizi

È uscito a fine agosto Lose, il terzo capitolo della giovane ma intensa carriera dei Cymbals Eat Guitars che proprio in questi giorni avranno l’onore di supportare in tour la leggenda indie Bob Mould, voce e chitarra degli Hüsker Du, band hardcore punk di culto del Minnesota (vedi date).

Per essere pronto, il frontman Joseph D’Agostino ha promesso qualche mese fa un’astinenza da fumo e alcol. La voce tipicamente anni Novanta, da figlioccio dei Pavement è uno dei tratti più distintivi del quartetto nato da un’idea dello stesso D’Agostino nell’ormai lontano 2007. Il giovanissimo cantante e chitarrista, appena trasferitosi a New York, aveva lasciato, come molti suoi coetanei musicisti in erba, un annuncio nel tentacolare sito Craigslist. Alla band si era già unito Matthew Miller, promettente batterista e suo compagno di studi alla Southern Regional High School di Manahawkin, assonnato centro di duemila anime del New Jersey.

D’Agostino, in realtà, abita a Watertown, località del New Jersey nata come un avamposto del Ku Klux Klan. La carriera di D’Agostino e dei suoi Cymbals Eat Guitars è segnata fin dall’esordi da un dramma che colpisce il suo fondatore. Nel 2007 viene a mancare, per problemi di cuore, il suo migliore amico e mentore musicale Benjamin High (frontman dei Green Arrows) che s’era appena unito al nucleo iniziale di Cymbals Eat Guitars nei panni di polistrumentista. Ai tempi la band, che deve il suo nome a un'espressione di Lou Reed per definire il suono dei Velvet Underground (“piatti che ingurgitano chitarre”), stava dando un seguito a Share, singolo incluso in Indiecater vol.1, una compilation con band emergenti di quell’area. La morte di High arriva come un fulmine a ciel sereno, D’Agostino ne rimane profondamente scosso, ma dopo essersi tatuato il titolo di uno dei brani migliori della band dell’amico scomparso, trova la forza di reagire.

I Cymbals Eat Guitars si caratterizzano subito per un pathos quasi da emo degli albori nelle composizioni strutturate su muri di chitarre distorte e sfoghi corali di facile presa. Punti di riferimento i Pavement, ma anche The Replacements, Built To Spill e Superchunk. Il loro album d’esordio, le cui composizioni erano state finalizzate due giorni prima della morte di High, diventa subito un piccolo fenomeno discografico. Why There Are Mountains non sembra un album di una band di ventenni, ma quasi l’acme di un percorso di maturazione che molti gruppi portano a termine dopo anni di registrazioni. 

Le webzine più influenti e la carta stampata gridano al fenomeno. Il magazine indipendente newyorkese Beyond Race Magazine li elegge tra i 50 fenomeni emergenti più interessanti degli ultimi anni e ne cura una monografia. The Flaming Lips e The Pains Of Being Pure At Heart li assoldano subito come band di supporto nei loro tour nordamericani, e così i Cymbals Eat Guitars calcano i palchi dei maggiori festival internazionali. Sempre nell’anno di grazia 2009, arriva un altro imprevisto con il tastierista Dan Baer che lascia la band per problemi di salute e il bassista Neil Berenholz che si farà da parte per dissidi legati al primo tour internazionale. Al loro posto arrivano due vecchi amici Brian Hamilton e Matthew Whipple e gli instancabili CEG si buttano subito sulle nuove registrazioni. Nel 2011 vengono messi sotto contratto da un’etichetta di culto di Seattle, la Barsuk Records (Ra Ra Riot, Nada Surf, Death Cab For Cutie), ma il secondo album pubblicato lo stesso anno, Lenses Aliens, delude le attese create dal predecessore e viene stroncato praticamente ovunque. Lo storico membro fondatore, il batterista Matthew Miller si farà anche lui da parte, sostituito da Andrew Dole. Il quartetto impiegherà oltre due anni per pensare al terzo album, dopo l’incidente di percorso di un secondo album ben suonato, ma privo delle emozioni offerte dal folgorante esordio del 2009. 

Bastano i primi due brani di lancio dell'album datato 2014, Lose, le intense Jackson e The Warning, per dare l’idea di una band ritrovata. Tutto incentrato su luoghi e storie della periferia del New Jersey, quello di Joe D’Agostino e soci, è un ritorno alle emozioni autentiche dell’esordio. La rinascita è arrivata tornando idealmente a casa.

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