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Chastity Belt, quattro party-girl da Seattle

Lontane dal femminismo, le Chastity Belt scrivono canzoni che raccontano di feste e sesso occasionale e che diventano degli inni. Sfoggiano un “Pitchfork 7,5” e uno spirito fancazzista da vita alla grande. In questi giorni stanno facendo impazzire le platee dell'SXSW  

In questi giorni stanno facendo impazzire le platee dell'SXSW di Austin, la celebre rassegna che porta in tre settimane il meglio della scena musicale internazionale nella “live music capital of the world” (come si autodefinisce la capitale texana).

Il 24 marzo uscirà ufficialmente il loro secondo LP, Time To Go Home, per l'influente etichetta indipendente di Seattle Hardly Art (come Colleen Green, Hunx and His Punx, Seapony e i Protomartyr che abbiamo presentato qui) e fondata dalla più nota Sub Pop nel 2007. La tappa a Austin fa seguito a un tour di supporto a una delle nuove artiste indie-rock più chiacchierate del momento, l'australiana Courtney Barnett.

Sono in quattro, si definiscono “biggest slut” (per usare un eufemismo, ragazze dai facili costumi), tra le influenze schematizzano il trittico “sex, violence e Nickelback” e sono originarie proprio dello stato del Washington. Il nome – cintura di castità – come si può già intuire non tradisce alcuna radice neo-puritana, ma fa parte di quel gusto per la provocazione dissacrante che le ha rese note già dopo l'uscita del primo album.

 

 

La storia delle Chastity Belt nasce in quel di Walla Walla, amena località universitaria di 30.000 abitanti, nella zona orientale dello Stato di Washington. È al Whitman College che si conoscono per la prima volta le vocalist e chitarriste Julia Shapiro e Lydia Lund, la bassista Annie Truscott e la batterista Gretchen Grimm. Oltre all'amicizia e agli interessi per “sport, college, birra, scienze e matematica”, una passione per il post-punk e per l'indie rock al femminile degli anni '90 lega indissolubilmente le quattro.

La band nasce nel 2011 e si fa le ossa nella bolgia dei basement e dei college party, dove alcol e droga girano senza alcun limite. Look da college rocker d'altri tempi, testi sboccati, nei primi brani si distinguono per slogan nichilisti dai titoli eloquenti: Giant Vagina, James Dean, Pussy Weed Beer. Julia e Lydia decidono di trasferirsi a Seattle nel 2012 e il quartetto si prende una pausa che consente di trascorrere del tempo per scrivere nuovi brani. Il secondo EP nasce grazie al contributo in fase di registrazione di due membri dei Dude York che sostituiscono Annie e Gretchen, ancora di stanza a Walla Walla.

Senza quello spirito di denuncia femminista che ha caratterizzato decenni di punk-rock femminile a stelle e strisce, le Chastity Belt, preferiscono raccontare di feste e sesso occasionale. Il primo album, accattivante e abrasivo indie-rock dalle venature punk a bassa fedeltà racchiude prime produzioni e brani scritti a Seattle. Brani come Cool Slut diventano degli inni: si narra, che in ogni toilette delle donne dei dive bar più noti della città, non manchi mai la scritta “cool slut” scribacchiata sui muri e il loro hype cresce quando la recensione del primo LP, No Regerts, uscito nel 2013, conquista un voto lusinghiero (7,5/10) sulla bibbia indie Pitchfork. Loro ovviamente, con la solita anima irriverente, commenteranno dicendo di aver sperato a lungo nella conquista di 6.8/10, con una frecciata all'ossessione per il voto con decimale comune a molte band emergenti, le cui sorti spesso dipendono dal voto alto conquistato sulle maggiori webzine.

 

 

Sulla descrizione presente su Facebook scrivono un secco “Pitchfork 7,5” e, non a caso, dopo altre recensioni positive, le quattro ragazzacce finiscono subito in tour fuori dai confini del Washington. I leggendari avanguardisti post-punk Wire le accetteranno come backing band nel loro tour nord-americano e le performance live delle Chastity Belt, precise e grintose, conquistano subito pubblico e critica.

Finiscono sotto contratto per la Hardly Art e iniziano a pensare al secondo album con l'idea di creare un disco finalmente da zero e non con una raccolta di vecchi demo.

Il primo estratto, Time To Go Home, non tradisce le attese. Solito spirito fancazzista da vita alla grande, con il suo videoclip volutamente provocante e festaiolo, dà il ritratto perfetto di quattro inguaribili party-girl che non si lasceranno mai alle spalle lo stile di vita da college che è parte del loro background e segreto del loro fascino. Per il resto le Chastity Belt scrivono delle canzoni musicalmente ben fatte, dai ritornelli super-immediati e quel mood anni Novanta che di questi tempi non potrà che farne accrescere il successo. Più college-girl hipster che slut, insomma. Segui la band su Facebook e su Twitter.

 

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