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U.S. Girls: la one woman band trasformista che smentisce ogni previsione

Di U.S. Girls si parla da quasi un decennio nel mondo indie, ma solo ora sembra finalmente vicina all'espolosione. Il suo ultimo singolo sta facendo girare il suo nome ovunque nel web grazie a un sincopato electro-pop dalle andature dub e una melodia a presa rapida

 

Meghan Remy ha quasi trent’anni, è protagonista indiscussa dei circuiti più sotterranei del mondo indie americano da quasi un decennio, ma solo ora si inizia a parlare con decisione di lei. Ed è un paradosso che ciò accada dopo il trasferimento in Canada, in quel di Toronto, e la firma con un’etichetta indipendente britannica, la storica 4AD. Il nome d’arte, U.S. Girls, nell’era digitale è tutt’altro che facile da gestire e provate a cercarla su google per credere. Tuttavia, ciò che conta di più, è che finalmente l’eclettica artista nata e cresciuta in Illinois dalle parti di Chicago, sembra vicina all’agognata esplosione.

Il disco non ha ancora un nome, ma sono bastati un singolo e un video a far girare il suo nome ovunque nel web: Damn That Valley, sincopato brano electro-pop dalle andature dub che ha dalla sua una melodia a presa rapida, una produzione eccentrica, ma sbarazzina a cura dell’amico e collaboratore canadese Onakabazien. Il testo, dal messaggio esplicitamente no war, è un’ j’accuse della vedova di un soldato tratto dalle memorie di guerra dell’autore americano Sebastian Junger. Le immagini del video, da lei diretto, sono una sequenza dei principali monumenti di Washington DC contro cui inveisce e sbraita la protagonista del video, dalla White House al Vietnam War memorial, con movenze a metà strada tra una danza bizzarra e una sessione di joggi.

A prescindere dai messaggi fortemente politici su libertà di espressione, parità dei sessi e critica alle contraddizioni della società capitalista americana, Meg non è mai stata un personaggio troppo decifrabile, almeno musicalmente. Dal 2007, quando muoveva i suoi primi passi artistici a Philadelphia, dopo aver studiato arte, paper art e design, ha svariato con personalità tra i generi più disparati, alla ricerca di una sua dimensione musicale. Agli albori le sue esibizioni sono piuttosto estreme, con la sua voce effettata e abrasiva accompagnata da rumori creati da bobine, campionamenti di percussioni primitive e sottofondi ambientali tra il dark e l’ambient. A tutti gli effetti una one woman-band, registra tutto in casa divorando ore e ore di musiche di ogni sorta, tra drum-machine, mangianastri e sgangherati strumenti elettronici, tra synth e tastiere. La sua è a tutti gli effetti un’estetica Do It Yourself, la trasposizione in musica concettuale dello spirito garage-punk che lei coltiva, una volta giunta a Chicago nella scena dei dive bar della città. I suoi due primi LP, Introducing e Go, sono molto radicali, ma le consentono di conquistare i cuori dei circoli underground del settore negli USA e in Europa. Va a vivere nella capitale hipster (e artistica) della West Coast degli anni Duemila (Portland, Oregon) e per suonare in Nord America si muove da sola, spesso a bordo dei bus della Greyhound. Ciò che rende interessante, oltre al suo mood d’artista d’avanguardia, la figura di Meg è la sua passione mai nascosta per icone della musica americana come Tom Petty e Bruce Springsteen. Quest’anima più “americana”, da crooner on the road, conferisce a U.S. Girls, un volto più pop e accessibile anche alle orecchie meno abituate a quell’approccio fortemente a bassa fedeltà. 

Tra psych-pop, influenze dark e bagliori esotici, qualcuno per definire la sua proposta musicale parla di “Lee Scratch Perry (pioniere del reggae) che remixa dei classici pop-western suonati da una band garage-psichedelica cambogiana”. Con il 2010 arriva la svolta, musicale e sentimentale, in seguito alle nozze con l’artista canadese Slim Twig e il successivo trasferimento a Toronto. Il marito fa sbocciare il potenziale psych-pop, elettronico e soul r’n’b di Meg, con U.S. Girls on KRAAK del 2011, album di soli ventisei minuti, che la trasforma in una sorta di risposta femminile ad Ariel Pink per quell’approccio pop un po’ cacofonico ma tremendamente catchy, nostalgico e privo di barriere espressive. Due anni dopo con GEM, si riappropria della sua anima più dark con un raccolta di brani che sembrano la risposta b-movie e kitsch alle colonne sonore notturne dei capolavori di David Lynch. Il video di lancio, Work From Home, è un tripudio di nudità, glitter e panna montata. 

Appena due anni dopo, alla fine dei soliti interminabili tour, arriva l’electro-pop di Damn That Valley a rimescolare nuovamente le carte. Da U.S. Girls è sempre bene aspettarsi tutto e il contrario di tutto. Anche questa volta ogni previsione sarà smentita. 

U.S. Girls ha un suo blog e una pagina Facebook. 

 

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