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Metà 2015, metà top 10 dei dischi made in USA

Kendrick Lamar

Kendrick Lamar

Siamo ancora a metà 2015, ma proviamo, come se fosse un gioco, a stilare una mezza top 10 dei dischi made in USA per questa prima parte dell'anno corrente, sapendo benissimo che, tra un fisiologico ripensamento e un altro, ci saranno uscite fenomenali dell'ultimo momento e instant classic appena osannati e subito dimenticati

Anche se mancano ancora sei lunghissimi mesi, proviamo a stilare una mezza top 10 dei dischi USA, come se fosse un gioco. La sindrome da classifica di fine anno assume dei sintomi ancora più gravi quando si cerca di riassumere il meglio delle uscite addirittura al giro di boa dell'anno in corso. Dopo uno o due ascolti si grida al miracolo per tantissimi dischi, una settimana dopo ne arrivano di nuovi e ci si dimentica subito degli instant classic osannati qualche tempo prima. Poi ci sono dischi come il clamoroso Black Messiah di D'Angelo della fine del 2014 o il notevole album di Beyoncé uscito a cavallo tra 2013 e 2014 a rovinare classifiche già compilate a metà dicembre. Meglio evitare di pensare fin da ora ai traumatici ripensamenti e provare semplicemente a scommettere sulle uscite dagli Stati Uniti che segneranno questo 2015.

1. Kendrick Lamar, To Pimp a Butterfly

Ne avrete certamente sentito parlare ovunque, ma fa bene ribadirlo. Il nuovo album del fenomeno hip hop di Compton ha marchiato a fuoco questo inizio anno. Il mio primo approccio col suo talento è stato un po' fortuito, prima del meritato hype e del successo di “good kid, m.A.A.d city”: un'incandescente esibizione pomeridiana al Pitchfork Music Festival di Chicago e lui a sputare veleno su delle basi old-school. Un colpo di fulmine indimenticabile per flow, personalità e potenza dei brani. Rispetto al predecessore, questo album complesso e monumentale riesce a far quadrare il cerchio accogliendo nel suo hip hop traversale e contemporaneo cinquant'anni di musica nera, dal free jazz al soul passando per il funky e il g-funk. Il resto lo fanno i testi con una rabbia black rivisitata, mai banale e maledettamente attuale anche quando mancano i riferimenti ai recenti disordini che hanno scosso l'America.

2. Sufjan Stevens, Carrie & Lowell

Ogni volta che il tormentato genio polistrumentista dall'ostentata spiritualità cristiana torna con un nuovo album si teme che, prima o poi, come per tutti gli artisti un po' demodè, sia arrivato il passo falso, la sbroccata definitiva. E puntualmente Sufjan, invece, smentisce tutti, restando se stesso, estraneo ai trend, alle mode e ai trucchi del marketing. The Age Of Adz aveva scontentato qualcuno per la virata sintetica che si accompagnava ai consueti momenti orchestrali iper arrangiati. Nel nuovo disco il tema è la morte, gli arrangiamenti sembrano a tratti ridotti all'osso. Ma le canzoni trafiggono il cuore, come solo lui e pochi altri.

3. Holly Herndon, Platform

Il suo è stato un percorso di trasformazione incredibile dagli esordi nei gruppi della chiesa del suo quartiere a Johnson City, Tennessee, a sofisticata icona femminile delle producer sperimentali di musica elettronica. Nel mezzo la sua fuga da giovanissima a Berlino ha giovato alla sua formazione musicale e questo disco, il secondo dopo il promettente Movement, è distribuito dalla storica 4AD. L'elettronica algida e fieramente digitale di Holly ha un respiro futuristico, ma conserva a tratti un calore umano, tra inserti vocali emozionanti, ritmiche visionarie, echi, silenzi e campioni mai scontati. Non a caso di professione fa la sound designer, il suo habitat sono gli happening nei musei ed è titolare di una cattedra in “Estetica della musica sperimentale elettronica dal 1980 a oggi” alla Stanford University.

4. Kamasi Washington, The Epic

Nella musica contemporanea il jazz per molti rappresenta uno scoglio insormontabile, come se fosse un mondo inaccessibile, fatto di dinamiche del tutto estranee al resto dei generi musicali. Kamasi Washington è cresciuto a Los Angeles in una di quelle aree in cui non c'era alcuna alternativa al gangsta-rap e alle violenze di strada. Poi ha scelto di diventare un sassofonista, ha suonato da turnista e collaboratore per giganti del calibro di McCoy Tyner, Freddie Hubbard, Kenny Burrell e George Duke. Grazie all'amicizia con Snoop Dogg, ha improvvisamente allargato i confini del suo universo musicale finendo per lavorare al fianco di Mos Def e Lauryn Hill. È anche nella selezionata pletora di collaboratori che hanno messo in piedi la parte musicale del nuovo album di Kendrick Lamar. In questo triplo disco, fa semplicemente jazz, senza contaminazioni con generi distanti al suo immaginario. Eppure può risultare alla portata di tutti, anche ai più ostili a certe sonorità. Provare per credere.

5. Panda Bear, Panda Bear Meets The Grim Reaper

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Quando si è cresciuti ascoltando gli Animal Collective non si può mai restare indifferenti davanti all'uscita di un disco dei vari progetti solisti e paralleli che si sono affiancati alla storia della band di Baltimora. O si amano o si odiano, nessuno lo mette in dubbio. Ma a differenza dei suoi eccentrici compagni di band, l'introspettivo Noah Lennox, a partire da quel Person Pitch da Beach Boys 3.0, ha saputo più degli altri guardare oltre. Dal dub, alle basi dell'hip hop degli anni Ottanta, passando per l'IDM, senza mai rinunciare troppo alla melodia con quel timbro vocale carico di riverberi che lo rende unico. Questo disco è il giusto compromesso tra l'anima più nostalgica ed eterea di Panda Bear e quella più oscura e metropolitana.

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