Cerca

MusicaMusica

John Lennon: Un baronetto a Central Park

A settantacinque anni dalla nascita di John Lennon e venticinque anni dopo la sua morte a New York, l'ex Beatle ed icona musicale e culturale degli anni Sessanta e Settanta è stato ricordato dalla vedova Yoko Ono e da uno stuolo di ammiratori con un raduno a Central Park dove centinaia di persone hano formato un gigantesco simbolo di pace

A settantacinque anni dalla sua nascita, l'ex Beatle con gli occhiali rotondi e la voce nasale continua a rappresentare una delle icone musicali e storiche più influenti del secolo passato, tra omaggi pacifisti e film che ne evidenziano la portata rivoluzionaria, mantenendo intatto quel rapporto di reciproco amore con New York, la città che l'ha visto mutare come uomo, padre e artista in una forma libera e consapevole.

Un enorme simbolo della pace formato da persone che si tenevano per mano, è apparso in Central Park nei giorni scorsi, su iniziativa della vedova Yoko Ono, per festeggiare l'anniversario del settantacinquesimo compleanno di John Lennon, nato a Liverpool, sotto i bombardamenti tedeschi, il 9 ottobre del 1940. Un evento intitolato Imagine Peace – World’s largest human peace sign, organizzato anche per promuovere la raccolta fondi del John Lennon Educational Tour Bus, il pullman mobile con a bordo uno studio di registrazione per permettere ai giovani di tutto il paese di incidere la propria musica e dimostrare il proprio talento.

simbolo

Il simbolo della pace “umano” a Central Park. Foto: Reuters

E proprio nel polmone verde di New York, il 14 dicembre del 1980, dove oggi risiede lo Strawberry Fields Memorial in suo onore, migliaia di persone si sono radunate, ancora stordite ed incredule, per una veglia di silenzio organizzata da Yoko, per permettere ai fan di dire addio all'artista, ucciso una manciata di giorni prima davanti al Dakota Building da Mark David Chapman, un ragazzo ossessionato dal cantautore che, dopo avergli sparato, si sedette per aspettare l'arrivo della polizia stringendo tra le mani una copia consumata de Il giovane Holden di J.D. Salinger.

Un artista, Lennon, che forse più di tutti aveva rappresentato la sua generazione, quella della ribellione sociale, culturale e politica della quale si era fatto portavoce lui stesso e che espresse con maggiore veemenza proprio durante la sua permanenza negli Stati Uniti. Una permanenza, iniziata nel 1971, nata dal bisogno di John e Yoko di voltare drasticamente pagina, lasciando dietro di loro le ceneri dei Beatles e l'ingerenza della stampa anglosassone nel loro privato che, va detto, i due avevano contribuito ad alimentare, sfruttando giornali e flash, per manifestare contro la guerra nei loro famigerati Bed-in per la pace, iniziati in una suite dell'Hotel Hilton di Amsterdam durante la loro luna di miele del 1969, dando vita a Give Peace a Chance. Canzone simbolo della “lotta” pacifista, usata non a caso nella vibrante sequenza conclusiva di The Strawberry Statement (Fragole e Sangue), il film diretto da Stuart Hagmann nel 1970, nella quale un gruppo di studenti universitari protestano contro il governo degli Stati Uniti, reo di aver preso parte alla Guerra in Vietnam, cantando il brano intonato da Lennon mentre la Guardia Nazionale cerca di sgomberarli a suon di calci e manganellate.

Una volta appesa al chiodo la sua divisa da Beatle, ormai troppo stretta, John Lennon, si dunque è sentito libero di potersi esprimere con schiettezza verbale ed artistica su temi che esulavano la dimensione meramente musicale, trovando proprio nella culla del primo emendamento, l'elemento perfetto con il quale fondersi. Una vera e propria emancipazione rispetto al silenzio nel quale era confinato il quartetto, tanto da rispedire al mittente la medaglia da baronetto come segno di protesta contro il coinvolgimento della Gran Bretagna nella vendita di armi a scopo militare.

John Lennon alla Statua della Libertà. Foto: Bob Gruen

John Lennon alla Statua della Libertà. Foto: Bob Gruen

New York è diventata l'amica protettrice, il palcoscenico ideale nel quale mostrare al mondo la trasformazione intima e professionale della quale era protagonista. Il ragazzino delle middle class inglese, cresciuto dalla severa zia Mimì, in una grande casa al 251 di Menlove Avenue, con la testa sempre rivolta al pensiero di Julia, la madre/musa, che di li a pochi anni diventerà il leader dei Beatles, nonché della musica pop/rock di matrice anglosassone, a New York vive gli anni più consapevoli della sua breve vita. Una consapevolezza espressa sia musicalmente, grazie alle sperimentazioni con la Plastic Ono Band, sia intimamente, con una paternità fortemente voluta. Una città eccitante ed incontenibile con la quale Lennon sentiva di avere in comune quella propensione al continuo divenire e della quale ha fatto parte in prima persona, protagonista della scena culturale al fianco di Andy Warhol e della street culture che sarebbe esplosa nel decennio successivo con le opere di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. In quasi dieci anni di permanenza newyorchese, dei quali la metà trascorsi quasi esclusivamente lontano dalle sale d'incisione (ma non dalla musica), l'artista inglese ha costruito una nuova identità. Dall'iniziale battaglia politica, abbracciando le cause di Angela Davis e John Sinclair – i due attivisti rinchiusi all'Attica State, la prigione dello Stato di New York che beffardamente ospiterà anche il suo assassino – per i quali scrisse due brani contenuti in Some Time in New York City, l'album politicamente più impegnato della sua carriera, alle marce contro la guerra in Vietnam, fino al bisogno di defilarsi dall'attenzione mediatica per trasformarsi un un padre “casalingo”, diventando per Sean la figura presente ed attenta che non era riuscito ad essere per Julian, il figlio avuto dal suo primo matrimonio con Cynthia Powell. Anni nei quali incise, da Imagine, nel 1971, al postumo Double Fantasy, la trasposizione musicale della sua evoluzione. Tra canzoni a sfondo sociale, Woman is the Nigger of the World o The Luck of the Irish (Some Time in New York City), a brani dedicati al suo sentimento per Yoko come Jealous Guy e Oh My Love (Imagine), fino alla paternità con Beautiful Boy (Darling Boy) e i suoi anni passati lontano dalla scena musicale con Watching the Wheels (Double Fantasy).

Ma gli anni newyorchesi non furono solo un'idilliaca parentesi della sua vita. Proprio il suo attivismo politico, diviso tra canzoni di protesta ed un ruolo di primo piano al fianco dei personaggi di spicco dei vari movimenti che sosteneva, alla pari di un Bob Dylan declinato all'inglese, hanno tramutato Mister Lennon nel bersaglio ideale del governo americano. L'allora Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, in combutta con l'FBI di J. Hedgar Hoover decisero di seguire e spiare il cantautore in tutti i suoi movimenti, mettendo sotto controllo il suo telefono e minacciandolo psicologicamente, tanto da convincere l'artista a denunciare tutto in un programma televisivo. Da questa persecuzione sono nati libri, Gimme Some Truth: The John Lennon FBI Files dello storico John Weiner, o documentari come The U.S. vs John Lennon diretto nel 2006 da David Leaf, che testimoniano l'interferenza del governo nel privato dell'artista, ritenuto una minaccia comunista. Inoltre, il suo legame nei confronti della metropoli, ha rischiato più volte di venir spezzato dal continuo rifiuto, in relazione alla sua figura pubblica, della Green Card, il permesso di soggiorno fondamentale per poter vivere stabilmente negli Stati Uniti, concessa, solo dopo una diatriba legale durata anni.

Tra le giornate passate nel suo appartamento nel Dakota Building, intervallate dai pasti preparati a Sean e qualche registrazione casalinga, una passeggiata con Yoko tra i viali di Central Park o un giro in battello, John Lennon, ha respirato un senso di indipendenza e di controllo sulla sua vita fino a quel momento inediti, attraversando anche momenti di crisi, come la disintossicazione dall'eroina o il famoso “weekend perduto”, i diciotto mesi vissuti lontano da Yoko insieme alla sua assistente/amante May Pang. Anni nei quali ha lottato per quello in cui credeva, usando la sua popolarità per denunciare ciò che riteneva sbagliato o sostenere le cause che considerava meritevoli, prendendosi il tempo necessario per sé stesso dopo anni passati in tour o in studio di registrazione. Una personalità così importante ed influente sia umanamente che musicalmente, seminando tracce del suo lavoro e delle sue idee tra le generazioni future che continuano a vedere il lui l'adolescente pieno di rabbia, la rock star ammaliante e l'uomo schierato.

A venticinque anni dalla sua morte, la figura di John Lennon, è molto lontana dal perdere il suo smalto, continuando a destare attenzione ed interesse nei campi più disparati. Ne è l'esempio La vita è facile ad occhi chiusi pellicola diretta da David Trueba e vincitrice di sei Goya, il maggior riconoscimento del cinema iberico. Il film prende spunto dalla vera storia dello spagnolo Juan Carrión, professore di inglese che utilizzava le canzoni dei Beatles per insegnare ai suoi studenti la lingua della Regina, testardamente convinto di riuscire ad incontrare John Lennon sul set spagnolo di Come ho vinto la guerra di Richard Lester. Il film, il cui titolo è una citazione ad uno dei versi di Strawberry Fields Forever, non mostra mai Lennon, se non per una brevissima apparizione accennata da un campo lungo, ma l'intero impianto narrativo prende spunto dalla sua musica e dal suo messaggio per raccontare la voglia di cambiamento della Spagna franchista. Testimonianza di come la figura pubblica del cantautore continui a brillare di luce propria, alimentata anche da un lavoro di “memoria” portato avanti da Yoko Ono.

Se con i Beatles era diventato “più popolare di Gesù Cristo”, con la sua morte prematura, il cantautore, è diventato il martire del rock'n'roll, santificato da milioni di ammiratori che ne hanno dimenticato la dimensione umana per erigerlo alla stregua di un mito. Ma John Lennon è stato molto più del pacifista che intonava Imagine al piano, la sua canzone più celebre e tra le meno interessanti. Un uomo ricco di contraddizioni, il milionario comunista, come lo apostrofavano i detrattori, il simbolo di una decade, gli anni '60, tanto rivoluzionaria quanto conservatrice. A differenza della altre rock star decedute di una morte violenta, dai sempre citati Jim Morrison e Janis Joplin, John Lennon non stava flirtando con la morte abusando di droghe o alcool, dai quali si era separato anni prima. La sua scomparsa, insensata ed inaspettata, è arrivata nel momento di piena maturità di un uomo che aveva finalmente trovato il suo posto nel mondo e a New York, la città che l'ha visto mutare come uomo, padre e artista in una forma libera e consapevole, negandoci il privilegio di assistere alle sue future evoluzioni, intime e musicali e consegnandolo alla storia.  

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter