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David Bowie a New York in cinque tappe

Un viaggio attraverso la città per ripercorrere la carriera di David Bowie a New York

David Bowie a New York è arrivato negli Anni 90 e ci è rimasto fino al giorno della sua morte, l'11 gennaio 2016: un addio defilato, silenzioso e teatrale da persona comune, che trasforma il suo ultimo capolavoro Blackstar in un requiem perfetto

Ci ha lasciato una delle figure più importanti e influenti della musica del XX Secolo, con un beffardo scherzo del destino che l’ha visto abbandonare questo pianeta per tornare nello spazio, dopo la pubblicazione dell’ultimo capolavoro. Blackstar uscito in questi giorni per Columbia ha confermato l’immortale vena compositiva di David Bowie, un artista ancora in grado come pochi di scrivere degli anthem alla portata tutti senza rinnegare un’anima sperimentale contaminata di jazz, fusion, funky, world, elettronica, avanguardia e musica da camera. Il tutto lanciato dal video del brano che dà il nome all’album, diretto da Johan Renck, una sorta di cortometraggio oscuro e visionario, ad altissima suggestione, che ha lasciato tutti, ancora una volta, a bocca aperta.

La sua icona è legata soprattuto a Brixton, Londra e a Berlino Ovest, ma alcuni dei momenti chiave della sua carriera toccano inevitabilmente New York, dove ha vissuto per pochi mesi nel 1974 per poi trasferircisi negli anni Novanta fino alla sua morte, l’11 gennaio del 2016, all’età di 69 anni, nella sua casa di Manhattan. Come già fatto su queste pagine per la morte del suo amico di lunga data Lou Reed, proviamo a ripercorrere la carriera di David Bowie attraverso un viaggio in cinque tappe, legate alla Grande Mela.

Settembre 1971 @The Factory: il primo incontro con Andy Warhol

Uno degli artisti simbolo di New York ha rappresentato una delle influenze più significative nel percorso di Bowie. Nell’agosto del 1971, mentre sta completando il suo capolavoro Hunky Dory, va in scena a Camden, nel teatro Roundhouse, la rappresentazione di Pork, una sorta di adattamento british delle storie legate alla Factory warholiana tra droga, festini, relazioni omosessuali e riferimenti alle avanguardie artistiche. Uno spettacolo che fa scalpore, ma che segna l’immaginario già dissacrante e sopra le righe di Bowie che scrive un brano intitolato Andy Warhol. Grazie a Tony Zanetta, protagonista della performance, corona il suo sogno di incontrare Warhol nella sua Factory a Union Square. Il primo incontro ha un inizio scioccante. Secondo i racconti, Bowie mette su il brano davanti al suo nuovo vate (brano inserito in Hunky Dory), ma Warhol non apprezza l’ironia e i toni farseschi del brano e abbandona la stanza prima della fine del pezzo. Tuttavia pare apprezzare le sue scarpe a cui dedica una serie di scatti. Si incontreranno di nuovo un anno dopo, nello storico live di Bowie alla Carnegie Hall del 1972 e a fatica inizieranno a stringere un’amicizia sempre contraddittoria e complessa.

Settembre 1971 @The Ginger Man: il primo incontro con Lou Reed

Un altro degli incontri più importanti della sua vita avviene a due passi dal Lincoln Center, nel ristorante The Ginger Man. David Bowie ha una fascinazione mista a venerazione nei riguardi di Lou Reed, icona di New York scomparsa nell’ottobre del 2013. Nelle note di Hunky Dory non manca un tributo a The Velvet Underground e quasi regolarmente nei suoi live, Bowie offre delle rielaborazioni di White Light/White Heat e I’m Waiting For The Man in pieno stile rock’n’roll e da albori del glam. Bowie e Reed iniziano a parlare dell’accordo di produzione per Transformer, album solista d’esordio per Lou Reed, co-prodotto da Bowie insieme a Mick Ronson e ancora oggi considerato come una delle pietre miliari dello scorso secolo. Un giorno da ricordare anche perché qualche ora più tardi al Max’s Kansas City si imbatterà con un’altra star del giro, con cui collaborerà negli anni venire: Iggy Pop.

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Ottobre 2001 @Madison Square Garden: The Concert for New York City

Nel 1992 nelle prime ore dei riot di Los Angeles, David Bowie e consorte, la top model somala Iman Mohamed Abdulmajid, a cui si lega negli ultimi decenni di esistenza e attività artistica, decidono di trasferirsi a New York. Il 20 ottobre del 2001, a tre settimane dai drammatici avvenimenti dell’Undici Settembre, apre il toccante concertone organizzato da Paul McCartney per sostenere le vittime dell’attacco terroristico e a cui prendono parte, tra i tanti, The Who, Mick Jagger, Elton John, Eric Clapton, Jay-Z e le Destiny’s Child. Bowie esegue una versione minimale da brivido di America di Simon & Garfunkel, seguita da una struggente e corale Heroes, a band completa.

Settembre 2005 @Radio City Music Hall (Central Park): sul palco con gli Arcade Fire

Uno dei tanti meriti di David Bowie è quello di aver sempre seguito con curiosità e passione i nuovi nomi della scena contemporanea senza mai risparmiare lodi per quelli più intriganti e promettenti. Gli Arcade Fire sono uno di questi e una delle ultime apparizioni live del Duca Bianco è proprio quella al fianco della super-band canadese, ai tempi ancora all’inizio della lunga ascesa verso il successo. Nel bagno di folla del Summerstage di Central Park, si unisce a loro nel bis eseguendo il suo classico Queen Bitch e poi uno dei brani più Bowie degli Arcade Fire, l’anthem indie Wake Up, da Funeral. Con loro parteciperà qualche anno più tardi nel brano Reflektor. Questo il video del loro primo duetto, invece, risalente all’esibizione sullo storico palcoscenico della Radio City Music Hall di una settimana prima. Una delle ultimi esibizioni live prima del ritiro dalla scena di Bowie.

11/1/2016 @285 Lafayette Street: la scomparsa

Nell’entusiasmo generale per l’ennesimo capolavoro, dopo una lunga e terribile malattia, David Bowie si spegne nel silenzio nella sua casa di Manhattan, a Nolita. Un addio defilato, silenzioso e teatrale, da persona comune che trasforma Blackstar in un requiem sofisticato e decadente. Il perfetto commiato di uno dei giganti della musica contemporanea.

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