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Valentina Marino, una musical gipsy a New York

Dalla laurea in legge al jazz, il grande salto per realizzare il sogno da bambina

valentina marino
Nell’attesa di vedere pubblicato il suo ultimo album, PhiLovesophy, Valentina Marino continua a seguire la sua passione di sempre: la musica. Dal 2010 a New York, ama definirsi una “musical gipsy” e oggi è un'affermata cantante, compositrice e arrangiatrice jazz

Valentina Marino ama definirsi una “musical gipsy” con le radici profonde nel Mediterraneo, nella sua Mazara del Vallo dove è nata, ma con l’apertura a ogni angolo del mondo, dove si sente a casa sua. Una laurea in legge lasciata nel cassetto da dove ha tirato fuori il suo sogno da bambina: la musica. Da ragazzina sognava di fare la pianista fino a quando la musica jazz le ha rapito il cuore e l’anima. Oggi, cantante jazz, compositrice, arrangiatrice, è una musicista a trecentosessanta gradi. Studia all’Università della Musica di Roma, piano e canto a Vienna per poi completare gli studi alla New School for Jazz and Contemporary Music di New York. Proprio nella Grande Mela si trasferisce nel 2010 dove oggi continua la sua carriera di artista nell’attesa di vedere pubblicato il suo ultimo album,  PhiLovesophy (feel Love, so feel), un disco che ha avuto una lavorazione lunga e travagliata.

Valentina, voce calda e vellutata, solare, ci racconta la sua New York in musica.

Valentina perché ti definisci una “musical gipsy”?

“Perché sono stata in giro per il mondo e non mi piace identificarmi con una cultura o nazione specifica, in senso assoluto. Certo, le mie radici sono molto siciliane e mi sento siciliana nel mio modo di essere al mondo. Musicalmente mi sono focalizzata sul jazz, ma anche aperta ad altri generi. Amo molto la musica popolare italiana e la bossanova”.

Parliamo del tuo ultimo album PhiLovesophy che uscirà presto.

“Un gioco di parole che sintetizza i temi di cui parlo e tratto nel disco. Philos come filosofia e quindi risposte a certe tematiche esistenziali, Love, l’amore, e Sophy, amore per la sapienza, una certa capacità di sentire. Un disco che racchiude alcuni pezzi originali, alcune cover, pezzi di standard jazz e Space Oddity di David Bowie riarrangiato per un ensemble jazz. Questo album ha avuto una nascita travagliata perché mio padre è venuto a mancare nel bel mezzo delle registrazioni, costringendomi a rivederlo”.

New York è una tappa inevitabile per una musicista jazz?

(Ph: Janis Wilkins)

(Ph: Janis Wilkins)

“Inevitabile per immergersi dove il genere musicale è nato. Chi vuole studiare canto lirico non può non andare in Italia. A New York aggiungerei New Orleans per il jazz. L’incontro con le radici del jazz è fondamentale. Ogni sera ci sono concerti, jam session e incontri in cui ci si confronta tra musicisti. Inoltre il contesto multiculturale ti apre a nuovi orizzonti e nuove contaminazioni”.

In che modo si fa jazz a New York rispetto all’Italia?

“Bisogna partire da un concetto fondamentale diverso rispetto all’Italia. In America, la musica è parte integrante della cultura e c’è un riconoscimento ufficiale nei confronti dei musicisti. Questo significa che lo studio della musica e di uno strumento musicale è considerato tanto importante quanto lo studio della matematica. Le stesse famiglie supportano lo studio di uno strumento musicale e la società riconosce e aiuta la figura del musicista come professionista. Oggi i newyorchesi si lamentano della diminuzione dei fondi rispetto al passato, ma io riscontro un fermento molto interessante e una vasta produzione musicale. Detto questo, la differenza rispetto all’Italia sta nella maggiore apertura del mondo musicale. In Italia ci sono molti talenti, ma l’ambiente è molto ghettizzato. Alla fine, hanno spazio sempre e solo gli stessi musicisti. In America, nonostante le difficoltà che comporta un lavoro come questo, c’è molto spazio e curiosità. Un’energia diversa, positiva e meno deprimente di quella che riscontro in Italia”.

Quando hai deciso che la musica oltre una passione sarebbe stata anche un lavoro?

“Vengo da una famiglia di musicisti non professionisti. Sono sempre stata circondata dalla musica. Da bambina volevo fare la pianista e dopo una sofferta laurea in legge ho intrapreso la mia carriera musicale come professionista per poi finire gli studi musicali a New York”.

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New York, grazie anche a una certa cinematografia, è una città in chiave jazz. Quale la colonna sonora della tua New York?

“Non si può non pensare a Woody Allen e alle sue colonne sonore. Ma anche il jazz vocalese di Annie Ross in Twisted e Central Park West dal bellissimo album di John Coltrane Love Supreme. Infine Manhattan di Blossom Dearie”.

Cosa ti lega a New York, oltre la musica?

“È una città dove mi sento a casa, che amo moltissimo, dove si può essere soli senza sentirsi soli. È una città molto complessa, difficile, ma unica al mondo”.

Le tue radici però sono nel Mediterraneo

“In Sicilia, dove sono nata, ma che ho lasciato dopo il secondo giorno di vita per andare a vivere a Roma. A Mazara sono tornata per frequentare il liceo e tornavo ogni estate. Mi sento molto siciliana quando faccio tango e bossanova. Il mio modo di esprimermi, la mia fisicità, un certo modo di essere al mondo è molto siciliano. Della mia romanità, invece, mi porto dietro la leggerezza, la gaiezza”.

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