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Con la scomparsa di Prince muore una musica senza confini

Riflessioni sulla morte di un artista simbolo degli anni Ottanta e non solo

prince
Con la morte di Prince, il firmamento della musica internazionale perde un'altra stella di prima grandezza. Dopo David Bowie, scompare anche l'artista di Minneapolis che, come Michael Jackson e James Brown, è stato un pilastro della musica nera contemporanea

E’ stata davvero una triste overdose a portarci via Prince? I media americani riferiscono che già sei giorni prima della sua morte l’aereo privato nel quale viaggiava aveva dovuto bruscamente atterrare, in Illinois, per consentirgli un ricovero d’urgenza per problemi di oppiacei. Al di là degli inevitabili aspetti scandalistici rimane il fatto che la scomparsa di Prince rappresenta una perdita fortissima per la musica. La musica in quanto tale, non “nera”, né “bianca”, semplicemente musica, senza confini.
Prince è stato infatti uno di quei musicisti che hanno saputo lanciare un ponte fra i generi musicali, e i relativi pubblici. Come Michael Jackson, come Lenny Kravitz, come, andando un po’ più indietro, Sly and the Family Stones, Diana Ross, James Brown, Steve Wonder. Ma la sua musica, nei momenti più alti, è stata forse anche più complessa di quella di tutti costoro, perfetta sintesi di quanto di buono aveva prodotto nei decenni precedenti la tradizione black – il funk, il R&B, il soul, la disco, il blues, che peraltro dagli anni 60 in poi era diventato anche white, poi anche il rap – e quella più propriamente pop-rock, Beatles e Hendrix in testa.

La carriera dell’artista di Minneapolis, classe 1958, era cominciata nei tardi anni 70. L’apice arrivò però con 4 album fra i più memorabili del decennio successivo, incisi con i Revolution, la sua band migliore: Purple Rain, (1984), che fu anche un film di successo, con l’hit omonimo, un lento straziante, condito con un memorabile assolo di chitarra (attenzione, un lento, appunto, un blues contemporaneo, nonostante la sua musica fosse solitamente piena di ritmo); Around the world in a day, (1985), uscito in sordina, eppure capace di conquistarsi due dischi di platino, prodotto “sperimentale”, ricchissimo di suggestioni, dalla Swinging London all’India, attuale ancora oggi; Parade, (1986) con un altro grande successo, Kiss; ed infine Sign’o the Times (1987), la summa della sua carriera, un doppio album che può essere tranquillamente collocato accanto ai grandi capolavori del rock come Sergent Pepper’s dei Beatles, eletto da Time magazine miglior disco degli anni 80.
Il genio di Prince, dovendo scegliere, è racchiuso qui, in questi quattro lavori (forse anche nella successiva Lovesexy, che chiude la fase più felice della sua carriera). Ciò che conta è in questi “solchi”, come si diceva quando i dischi erano in vinile.
E contano i suoi spettacoli, la sua capacità di stare sul palco, il suo stile (che lo ha portato via via a riesumare il look di Hendrix ma anche a collaborare con Donatella Versace). Conta la sua voce, i suoi memorabili falsetti. La sua chitarra. Il suo essere, anche, polistrumentista, e al tempo stesso, sul palco, un ballerino pirotecnico.

Il genio di Prince, infine, lo testimoniano le sue tante collaborazioni, che spaziano da Miles Davis a Madonna, ed i successi incisi da altri artisti, a partire da Nothing Compares 2 U, scritta nel 1985 per The Family (un gruppo parallelo a cui Prince aveva dato vita), ma portata al successo dalla cantante irlandese Sinead O’ Connor nel 90.
Il resto, potremmo anche trascurarlo, ma fa pur sempre parte del personaggio. Parliamo della sua bulimia sessuale, dei suoi problemi con il mondo discografico ed in particolare con la Warner Bros., dei cambi di nome o dell’uso di oscuri simboli, per continuare ad incidere dischi in proprio, in piena libertà artistica (la Warner era proprietaria del nome d’arte “Prince” fino alla fine degli anni 90). Ed ancora, parliamo della decisione, coraggiosa, ma a volte penalizzante, di distribuire alcuni lavori non attraverso i normali canali commerciali (utilizzando il proprio sito web, vendendoli assieme al biglietto d’entrata dei suoi concerti, come fece nel tour americano del 2004, e persino allegandoli a giornali). In questo calderone troviamo anche, a guardare bene, alcune cadute di stile, come una canzone dell’album Come, del 1994, in cui mixa i gemiti di una donna in orgasmo al suono della sua chitarra, ma in fondo il rock è questo, è genio e sregolatezza, eleganti sale da concerto e postriboli. Negli ultimi vent’anni, troviamo infine molte incisioni dimenticabili, o non adeguatamente valorizzate. E alcune perle che forse, col tempo riscopriremo.

Mentre scriviamo queste note non sappiamo ancora quali colpi di scena ci riserverà la cronaca nei prossimi giorni. Né in fondo ci importa. Prince non è stato un artista “trasgressivo”, come scrivono i giornali e le agenzie di stampa in questi momenti (posto che il sesso difficilmente oggi può essere considerato una trasgressione); è stato un vero artista, punto. Innamorato prima di tutto della sua musica. Un artista dalle molte inclinazioni, capace di esplorare territori diversi, capace di rischiare. Un artista instancabile, che si dice abbia lasciato in eredità archivi pieni zeppi di musica. Un artista molto amato in Europa ma fedele all’America e alla sua Minneapolis, dove aveva creato il Paisley Park, studio di registrazione di 5.000 metri quadrati, comprese due sale da concerto. Un tempio della musica. Dove è stato ritrovato morto in un ascensore.
“Abbiamo perso un’icona della creatività, uno dei più preziosi e prolifici musicisti del nostro tempo”, ha detto il presidente Obama, appena informato. Ed è proprio così.

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