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Lucio Battisti: quando il successo arriva quasi per caso

Ricordi giovanili inestricabilmente legati alla musica di un grande autore

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Se non fosse stato per le insistenze del suo paroliere Mogol, Lucio Battisti forse sarebbe rimasto solo un anonimo autore e non avrebbe mai cantato le canzoni che lo hanno portato al successo e ne hanno fatto uno dei miti della musica leggera italiana

Nel 1967 il mio scalcinato gruppo The Mellows si esibiva spesso in pubblico, alle feste del sabato pomeriggio o anche in qualche cantina umida e male illuminata. Sempre con modestissimi risultati, s’intende. A questa cosa dei risultati scarsi ci tenevamo particolarmente. Il nostro livello era davvero di profilo basso, anzi bassissimo. Comunque nel nostro repertorio avevamo un po’ di tutto. Dai brani dei Beatles e degli Stones si passava tranquillamente ad alcune canzoni italiane come, ad esempio, Dolce di giorno dei Dik Dik, Per una lira dei Ribelli, 29 settembre e Nel cuore e nell’anima dell’Equipe 84. Mentre le suonavamo male queste ultime canzoni, e le cantavamo, peggio, non potevamo certo sapere che l’autore della musica di quei brani sarebbe diventato famosissimo. Lucio Battisti all’epoca aveva solo ventiquattro anni e aveva iniziato a collaborare con Mogol, che scriveva i testi. Proprio Mogol lo costrinse praticamente a metterci la voce e, cioè, a cantare in prima persona quelle loro canzoni. Dopo un paio di 45 giri non troppo riusciti, nel ’68 partecipò al suo primo Cantagiro con Balla Linda. Si classificò quarto, ma il pezzo fu subito diffuso da tutte le radio e i juke-boxe della penisola. Un successo strepitoso che fu addirittura tradotto in inglese ed inciso dal gruppo The Grass Roots, entrando anche nella classifica americana.

L’anno seguente Battisti partecipò per la prima e unica volta nella sua vita al Festival di Sanremo con la canzone Un’avventura, in coppia con il famoso Wilson Pickett. I critici furono molto duri con lui, perché non amavano la sua voce. Alfonso Madeo, sul Corriere della Sera, la descrisse come “molto impacciata”, mentre Natalia Aspesi, su Il Giorno, la definì addirittura “piena di chiodi che gli stridono in gola”. I giovani, invece, compreso il sottoscritto, adorarono da subito quella sua voce roca, particolare, che se ne fregava delle regole e convenzioni precedentemente scritte a tavolino. Così come amarono quello strano personaggio dai capelli ricci e “scarrupati”, il disordinato modo di accoppiare i vestiti, quella specie di foulard annodato alla buona intorno al collo e che pendeva goffo fuori dalla camicia.

Così, da quel momento, ogni sua nuova canzone divenne un successo. Acqua azzurra acqua chiara, Non è Francesca, Dieci ragazze, Mi ritorni in mente, 7 e 40, Il tempo di morire, Fiori rosa fiori di pesco. Tutti hit in classifica e alzi la mano chi non le ha cantate almeno una volta. Già. Perché forse, alla base del suo successo, c’era anche questo e cioè la facilità di suonare quei pezzi e di cantarli insieme agli amici, una chitarra, un bicchiere di vino e via. Le parole erano facili e la musica orecchiabile. Cosa volere di più? E poiché la sua creatività era davvero infinita, non smise nemmeno di scrivere canzoni per gli altri. Ecco quindi le celebri Eppur mi son scordato di te e Questo folle sentimento, portate al successo dai Formula 3 e dalla voce del loro batterista Tony Cicco, Il Paradiso, per Patty Pravo, Mamma mia, per i Camaleonti, Insieme e Io e te da soli, per Mina, E penso a te, per Bruno Lauzi. Fece anche un paio di tour in quel periodo, fino all’ultimo giro del 1970.
“Se fai tour non vivi più. Io intendo seguire questa professione per guadagnare, avere successo ma voglio anche divertirmi e vivere. E poi chi me lo da il tempo per scrivere le canzoni, se devo andare in giro? Le canzoni mica nascono così e una delle cose che ti spersonalizzano di più sono proprio le serate”, disse nel dicembre del 1970, dopo aver fatto il mitico viaggio a cavallo da Milano a Roma con l’amico Mogol. “A cavallo le strade sono diverse, tutto è diverso in questa Italia semi-sconosciuta che frughiamo giorno per giorno, lentamente. Percorriamo sentieri in mezzo ai boschi, stradine polverose, viottoli di montagna, spiagge. Qualche volta, ma è raro, incontriamo una striscia d’asfalto”.

Nei primi anni Settanta, nella mia prima soffitta bohemienne, presa in affitto con altri amici, durante il periodo universitario, suonavamo sul giradischi il suo nuovo long playing Il mio canto libero, all’interno del quale c’erano canzoni davvero bellissime come quella che dava il titolo al disco e poi Il nostro caro angelo, Io vorrei non vorrei, La luce dell’est.
Era un tipo strano, un po’ scordarello. Nel maggio del ’71, quando doveva partecipare ad una trasmissione televisiva Rai, dimenticò a Milano la sua chitarra, così ne acquistò una da poche lire in un negozio della Stazione Termini. Con questa suonò e cantò dal vivo Eppur mi son scordato di te, mandando in delirio il pubblicò in sala. Negli anni seguenti, si registrano sempre nuovi successi. Chi non ha mai cantato I giardini di marzo oppure La canzone del sole?

Il suo più grande successo commerciale fu l’album Una donna per amico, della fine del 1978, che vendette circa un milione di copie, seguito due anni dopo da Una giornata uggiosa che fu anche l’ultimo della sua storica collaborazione con Mogol.
Per molti fan questo è l’inizio della decadenza di Battisti e io sono abbastanza d’accordo. Le sue canzoni, dalla musica straordinaria e, nello stesso tempo, facile, avevano bisogno di testi semplici e orecchiabili, facili da ricordare e, soprattutto, che parlassero di storie e di sentimenti normali, della vita di tutti i giorni, in cui ognuno potesse facilmente riconoscersi. Quando passò invece ai testi scritti dall’intricato poeta romano Pasquale Panella, tutto precipitò in una ricerca sia musicale, sia linguistica, troppo complicata, a volte addirittura criptica e inaccessibile. Naturalmente il pubblico non apprezzò e, da quel momento in poi, il suo successo commerciale sarà in netto calo. Anche la stampa, come all’inizio della carriera, gli si scagliò di nuovo contro. Il giornalista Gigio Rancilio definì la sua nuova musica “uno scandalo non più accettabile”.
Il suo tramonto artistico fu quasi drammatico e, sicuramente, molto triste, proprio come quello di numerosi campioni dello sport. E nel ’98, a causa di una grave malattia, terminò anche la sua vita terrena. Troppo presto, a soli 55 anni. E nessuno cantò, in quella circostanza, Eppur mi son scordato di te, perché nessuno potrà mai dimenticarle quelle straordinarie canzoni che lui ci aveva regalato prima.

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