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Alla ricreazione suonava la chitarra di De Gregori

Un ragazzo della mia stessa età, alto, magro, capelli rossi, l’aria un po’ timida

francesco de gregori
Faceva la sezione G al Liceo Virgilio di via Giulia dove io facevo la L. Alla ricreazione tirava fuori la chitarra e si metteva a suonare. Si chiamava Francesco De Gregori e faceva il filo ad una certa Chicca. Lo ritrovai anni dopo al Folkstudio di Trastevere e a una protesta dei Radicali

Al Liceo Virgilio di via Giulia, all’ora di ricreazione, c’era sempre un gran casino. I ragazzi di tutte le età assaltavano avidi e affamati il povero garzone del negozio di largo della Moretta che aveva portato il cesto con le pizzette unte e bisunte.

Fuori, in cortile, c’era chi fumava, chi giocava a pallavolo, chi litigava, chi spettegolava, chi si preparava per l’interrogazione dell’ora successiva. E poi c’era sempre qualcuno che tirava fuori una chitarra e si metteva a suonare. Uno di questi era un ragazzo della mia stessa identica età, molto alto, molto magro, i capelli  molto rossi, l’aria un po’ timida. Quel ragazzo si chiamava Francesco De Gregori e faceva il filo ad una certa Chicca, ragazza con gli occhiali simpaticissima, con cui spesso mi intrattenevo a chiacchierare anche dopo scuola, al mitico bar Biancaneve sul Lungotevere, all’angolo con corso Vittorio.

Rividi quel mio coetaneo chitarrista nel 1972, l’anno dopo il nostro diploma liceale, sul palco del Folkstudio, storico locale di Trastevere dove andavano a

francesco de gregori

Giorgio Lo Cascio, Francesco De Gregori e Antonello Venditti. Fotografia anonima, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3150328

d esibirsi i giovani musicisti alle prime armi. Suonava la chitarra insieme all’amico Giorgio Lo Cascio, guarda caso un altro mio compagno delle medie, però in un’altra scuola. Seduto al pianoforte c’era un tipetto con la barba e gli occhiali a goccia che teneva sempre addosso il suo striminzito Montgomery nero. Lo guardai e mi ricordai di un pomeriggio in cui costui suonava il piano a casa di una mia amica. “Antonè, ma ti stai zitto che non riusciamo a parlare?”, gli aveva intimato lei, seccatissima per il gran frastuono. Beh, quell’Antonè altro non era che Antonello Venditti.

Passò un altro anno e non ti ritrovo il lungo De Gregori in viale Mazzini, davanti al portone della Rai? I radicali, guidati dal prode Pannella, emulo di Don Chisciotte, avevano simbolicamente assediato l’azienda televisiva, per protestare non mi ricordo contro cosa. Era stato affittato per l’occasione uno sgangherato camion, sopra al quale Pannella e altri personaggi vari parlavano alla folla e dove alcuni musicisti si esibivano in improvvisati concerti.

Pannella dovette alzare la voce per costringere il giovanissimo e vergognosissimo ventiduenne a salire con la sua chitarra per cantare quella strana canzone con protagonista una certa Alice,  la quale non era in realtà una ragazza, ma invece la televisione stessa. Il testo sembrava facile ma invece, come moltissime altre sue canzoni che seguirono, era piuttosto simbolico e, a volte, quasi ermetico. Alice divenne anche il titolo del suo primo long playing pubblicato in quello stesso anno.

francesco de gregori

Lucio Dalla e Francesco De Gregori in un concerto del 1979

Il successo vero arrivò però due anni più tardi, nel 1975, con il disco Rimmel e con canzoni che tutti i ragazzi di allora hanno cantato e ricantato: Quattro cani, RimmelPezzi di vetro e, infine, la bellissima Pablo, scritta insieme a Lucio Dalla. Nel 1976 al cinema teatro Jolly di Roma si riunirono quattro cantautori destinati a diventare tutti famosissimi: Rino Gaetano, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Quest’ultimo, accompagnando Dalla con la sua chitarra, ad un certo punto cadde dentro una specie di buco sul palcoscenico. Essendo molto alto, resto in piedi per metà e, da lì sotto, continuò imperterrito a suonare la chitarra, a mezzo busto, facendo finta di niente.

Negli anni successivi  fu tutto un fiorire di successi e di album, uno più bello dell’altro, da Buffalo Bill a Viva l’Italia, da Titanic a La donna cannone, fino agli ultimi Calypsos e Sulla strada e infine anche lo straordinario omaggio al suo mito giovanile Bob Dylan, Amore e furto, in cui canta le canzoni del maestro, dopo averle tradotte e reinterpretate a modo suo. Al di là dei suoi numerosi concerti che tuttora continuano, sono state davvero mitiche anche le sue tournée insieme al grande amico Lucio Dalla. La prima, Banana Republic, del 1979, fu davvero imponente, supportata da un disco e un film con cinquecento mila copie vendute. I due cantautori registrarono sempre il tutto esaurito negli stadi e palasport italiani, all’insegna di una rinnovata stagione della musica dal vivo nella penisola.

La seconda tournée, chiamata Work in progress, è invece molto più recente perché è iniziata nel 2010, ovvero ben 31 anni dopo la prima. E fu nuovamente un grande successo durato un intero anno fino all’ultima tappa di Saint Vincent del 20 maggio 2011, dopo più di cento esibizioni nei teatri e negli stadi italiani ancora una volta esauriti. Solo la morte di Dalla, avvenuta inaspettatamente  l’anno successivo, ha potuto fermare la loro grande complicità artistica e umana e chissà se ci sarebbe stata anche una terza tournée prima o poi…

Insomma una grande carriera ha fatto quel giovane chitarrista del Liceo Virgilio, definito dallo stesso Dylan come la leggenda della musica leggera italiana. Dylan aveva in comune con lui anche qualche esibizione sul polveroso palco del Folkstudio, in un periodo in cui era di passaggio a Roma, senza un dollaro in tasca e, in nome dei vecchi tempi, ha poi voluto inserire una canzone di De Gregori, Non dirle che è così (If you See her Say Hello), nel suo film Masked and Anonymous del 2003.

Beh siamo orgogliosi anche noi per aver potuto ascoltare per tutti questi anni le sue canzoni che sono state un po’ la colonna sonora della nostra vita, dalla giovinezza alla maturità. L’ho incontrato poi, dopo tanti anni, De Gregori. Eravamo entrambi al Salone del Libro di Torino. Io ero andato a presentare un mio libro giallo e lui a leggere il suo audiolibro Cuore di tenebra, di Joseph Conrad. Pioveva a dirotto. Stavamo sulla porta, in attesa che qualcuno ci venisse a prendere con la macchina. Il mio “autista” era l’amico di vecchia data Piero Chiambretti, il suo un altro amico che sembrava di vecchia data anche lui. Avrei voluto dirgli molte cose e forse ringraziarlo per tutte le volte che ho cantato o fischiettato le sue canzoni. Invece, infreddoliti lì in piedi a guardare il torrente di pioggia che veniva giù, finimmo a parlare della nostra vecchia scuola, il Liceo Virgilio, quello in cui lui all’intervallo suonava la chitarra. Il dialogo andò più o meno così.

“Io stavo nella sezione  L”, feci io.

“Io nella G”

“Ah, in quella G?”

“Quale G?”

“Quella che ci stracciò nella finale del campionato interno scolastico”

“Ah, si. Eravamo noi, ma vincere è stato facile. Noi avevamo Cinardi. Te lo ricordi?”

E come avrei potuto dimenticarlo quel Cinardi? Sono anni che mi sogno la notte i suoi dribbling ubriacanti e quella maledetta rovesciata che ci fece perdere la finale dell’anno 1971. Altro che canzoni di De Gregori! Ci vorrebbe un intero fiasco di vino dei Castelli per dimenticarlo quel Cinardi lì, che ogni volta che segnava sembrava che ci sussurrasse ironicamente: “Buonanotte, buonanotte fiorellino.”

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