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“El can de Trieste”, Lelio Luttazzi, la giustizia italiana

Il bisogno di ricordare ancora quella ingiustizia capitata al cantante triestino

lelio luttazzi
Facendo ordine tra vecchie cianfrusaglie, mi esce fuori un disco di Lelio Luttazzi, triestino, classe 1923. L'artista ha vissuto in 87 anni anni vita un po’ di tutto, con grande, innata eleganza: attore, cantante, direttore d’orchestra, musicista, regista, scrittore, showman, conduttore televisivo e radiofonico… Un giorno incontrò la giustizia italiana e la sua vita cambiò

Sarà capitato a molti di mettere un po’ d’ordine, un pomeriggio domenicale piovoso e freddo, tra vecchie cianfrusaglie e carabattole conservate chissà perché; nella mia soffitta, in un angolo, una grande scatola impolverata, dentro alcune centinaia di dischi di vinile, quelli che una volta si chiamavano 45 giri: una canzone di successo sul “lato” A, il “lato” B più libero, spesso un esperimento…

Tra quei cento dischi, un vecchio Scott McKenzie che canta “San Francisco”, i Beatles e Otis Redding, Wilson Pickett, qualche Frank Sinatra con la figlia Nancy (“Frankie boy & Nancy girl, “Somethin’ stupid”, più per le gambe esibite, ma in realtà fatte sognare, che per la voce); e uno inciso da Lelio Luttazzi: “El can de Trieste”. La copertina mostra un giovanissimo Luttazzi, a fianco un cagnotto che ti guarda furbetto, e un fiasco di vino a lato. Grazie a Google ne recupero il testo, bislacco e intelligente sembra una canzone di Enzo Jannacci:

Xe tanti ani ormai / che son lontan de ti / vecia Trieste mia. / Son restá solo e / gavevo voia de, / voia de compagnia. / Alora un trevisan / me ga mandà un bel can / nato in un’ostaria. / Però quel fiol de un can, / quel fiol de un can de un can / el iera sempre triste. / No’l me fazeva mai le feste / gnanca a mi che son el suo paron. / Alora go mandà una cartolina, / una cartolina de protesta. /
Alora el mulo trevisan me ga risposto, / el me ga spiegà perchè. / Solo davanti a un fiasco de vin / quel fiol de un can fa le feste, / perchè ‘l xe un can de Trieste, / perchè ‘l xe un can de Trieste...”.

La canzone va poi avanti per alcuni minuti: la ballata di questo cane che fa le feste solo davanti a un fiasco di vino perché è di Trieste, ha imparato a bere come un facchino del porto…; cane ubriacone che dopo aver bevuto lecca il suo padrone come un matto, solo perché anche lui ha bevuto e puzza di vino, “Perchè quel fiol de un can, / quel fiol de un can, de un can, / el xe cusì beato…”.

Anche Luttazzi era triestino: il 27 aprile del 1923 il giorno di nascita, l’8 luglio del 2010 il giorno della morte; in quegli 87 anni un po’ di tutto, con grande, innata eleganza: attore, cantante, direttore d’orchestra, musicista, regista, scrittore, showman, conduttore televisivo e radiofonico…

Fino al giugno del 1970; è all’apice del successo, e la vita viene sconvolta: lo arrestano assieme all’amico Walter Chiari, l’accusa è detenzione e spaccio di stupefacenti. Tutto in seguito all’intercettazione di una telefonata in cui Luttazzi si limita a girare a uno sconosciuto (che si rivela essere uno spacciatore) un messaggio di Chiari.

Chiari fa effettivamente uso di droga; Luttazzi neppure l’odore. Però senza troppi complimenti e riguardi lo arrestano ugualmente, ventisette giorni di carcere. Impiegano un mese per prendere atto che Luttazzi è innocente, colpevole di nulla, estraneo a tutto: un clamoroso errore giudiziario. Tante scuse (si fa per dire: né “tante”, né “scuse” in verità) e arrivederci. Libero, alla fine, ma nel frattempo qualcosa “dentro” si rompe, e nulla è più come prima. Luttazzi si ritira: quello che ha patito è irrisarcibile, quello che si è incrinato è incrinato per sempre. Solo dopo molto tempo trova forza e voglia per apparire in qualche trasmissione televisiva.

 Vecchia storia, sempre attuale. L’Italia da sempre è un paese dal facile crucifige: spesso colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio, si rivelano poi innocenti, estranei ai fatti loro contestati. Caro “can de Trieste”, da quel lontano 1970 ben poco è cambiato; e spesso in peggio.

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