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Fabrizio Sotti & Friends: il ritorno al Blue Note di New York

Intervista a Fabrizio Sotti, jazzista cresciuto con il sogno americano. L'8 febbraio al Blue Note

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Il musicista Fabrizio Sotti. Foto: Valerio Piccioli

Giunto negli Stati Uniti sulla scia dei grandi della musica jazz, Fabrizio Sotti ripercorre i suoi 26 anni di carriera, dalle lezioni di piano della nonna paterna alle ultime collaborazioni con artisti internazionali come Zucchero, Shaggy, Ice T e Melanie Fiona

La storia di Fabrizio Sotti inizia nella provincia di Padova con un piano e le lezioni della nonna paterna, per poi approdare alla chitarra sulla scia dei miti Hendrix, Montgomery e Davis. Oggi, a New York, parla di 26 anni di musica, otto album all’attivo, una chitarra D’Angelico EX-SS Fabrizio Sotti Signature Model a lui dedicata e un’infinità di collaborazioni con artisti internazionali come Zucchero, Gipsy Kings, Whitney Houston, Jennifer Lopez, Shaggy, Victor Jones, Melanie Fiona, Claudio Coccoluto, solo per citarne alcuni.

Fabrizio Sotti, chitarrista e compositore, si appresta a tornare, mercoledì 8 Febbraio, nello storico Blue Note di New York per il Sotti & Friends. Un evento che lui stesso ha definito come un “viaggio musicale per ripercorrere la musica che mi piace suonare”, in cui le note del musicista italiano, accompagnate da Mino Cinelu alla batteria, Tony Grey al basso e Ray Angry alle tastiere, incontreranno ospiti come Melanie Fiona, Res, Ray Angry, Lezlie Harrison e altri a sorpresa.

Nel frattempo lo abbiamo incontrato nel suo studio di registrazione Sotti Records a Manhattan per una chiacchierata davanti a un buon espresso.

La tua storia parte da Abano Terme in provincia di Padova, prosegue con l’inizio della tua attività da musicista nel ‘91 e continua oggi, nel 2017, a New York. Cosa c’è nel mezzo di questi 26 anni fatti di musica?

“Io sono nato ad Abano Terme, però sono cresciuto a Padova. Ho iniziato gli studi di musica abbastanza presto con mia nonna paterna, che è una pianista. Lei mi ha insegnato a scrivere e leggere la musica. Sono partito prima col piano e poi, a nove anni, ho preso in mano la chitarra. Oltre a seguire gli studi classici ho scoperto Jimi Hendrix, Wes Montgomery, Miles Davis, tutto il jazz. Da lì ho capito di essere molto attratto da questo genere di musica, anche se negli anni ‘80 non c’erano ancora scuole che ti insegnavano il jazz, c’era infatti solo il conservatorio classico. Per cui ho imparato dai libri americani di musica della Berklee College of Music o di alcuni chitarristi come Joe Diario. Poi ho avuto qualche esperienza professionale già da molto giovane: avevo il mio trio con due musicisti italiani molto conosciuti, Mauro Beggio alla batteria e Ares Tavolazzi al basso. Facevo anche dei turni in studio, ho lavorato con Leandro Barsotti, ho fatto un tour della BMG. Insomma, avevo iniziato a inserirmi però, essendo jazzista, avevo sempre sognato l’America e i musicisti americani. Così sono venuto qui negli USA. Per fortuna ho iniziato molto presto, guardandomi indietro ora sono convinto sia stata la scelta migliore che potessi fare”.

Come può un musicista italiano affermarsi negli USA? Quali sono state le difficoltà che hai incontrato per inserirti in un contesto così diverso?

“Io sono italiano, nato e cresciuto in Italia, affermato nel mondo americano. Dagli americani sono considerato americano e dagli italiani ugualmente avendo fatto pochissimo in Italia. All’inizio, quando vieni qui molto giovane, il problema maggiore è la barriera della lingua. Sai l’inglese scolastico, ma ci fai poco nella vita. E poi la solitudine…vivere in un posto dove stai cercando di affermarti, di fare delle cose, ti porta a essere sempre giudicato”.

Fabrizio Sotti

Fabrizio Sotti nel suo studio di registrazione. Foto: Valerio Piccioli

E il tuo primo impatto con il mondo jazz americano?

“Quello che ho visto qui è che, se hai il talento, i musicisti americani ti danno le possibilità, visto che il linguaggio del jazz è un linguaggio unico. Ho riscontrato che all’inizio anche i grandissimi musicisti tipo Steve LaSpina, Victor Jones, Randy Brecker, Michael Brecker mi hanno accettato. Con loro ho imparato moltissimo, ho iniziato a inserirmi e ad affermarmi nel mondo della musica americana. Per cui direi un’apertura mentale completamente diversa dall’Italia. Sai, ogni tanto quando torno in Italia a suonare, e ho a che fare con musicisti nuovi, tutti hanno un’attitudine completamente diversa da quella americana, che è molto aperta. Motivo per cui sono molto felice di essere qui, di essere considerato americano anche se sono orgoglioso di essere italiano”.

Secondo te, cosa è cambiato da allora, da quando sei arrivato qui, a oggi?

“Guarda, è cambiato tutto. Quando sono venuto qui ventisei anni fa, non c’erano italiani. Poi ho visto nei passati quindici anni tantissimi italiani venire a studiare nelle scuole americane come The New School, NYU, Berklee College of Music, per cui ci sono un sacco di musicisti affermati e con grande preparazione che hanno studiato qui. Però io ho una storia diversa, non sono venuto qui per una scuola, ero troppo giovane per andare all’università, avevo sedici anni. Ne ho vista di gente andare e venire ultimamente, negli ultimi anni c’è una comunità di musicisti italiani che rispetto molto e sono contentissimo che siano qui”.

Quali pensi siano le differenze nel panorama musicale tra America e Europa?

“Qui c’è un paradosso: New York è la città del jazz dove ci sono i club tradizionali, dunque ci sono i turisti o anche gente che ama il jazz e viene tutte le sere ad ascoltarti nel club. Al di fuori di New York, il jazz non è molto seguito. I festival sono tutti imbastarditi dall’R’n’B, dal soul, ma veri e propri festival jazz non ce ne sono tanti. Invece in Europa è incredibile quante iniziative ci sono, a migliaia, piccole o grandi. Qui negli Stati Uniti, per suonare jazz dobbiamo andare all’estero, ad esempio in Asia. Si suona anche negli USA, ma molto meno che in Europa o in altri posti. A New York ci sono una decina di jazz club, mentre in Italia in ogni città ne trovi due o tre, ma moltiplicati per le varie città e ti accorgi che ce ne sono dappertutto”.

Quanto il pubblico accentua queste differenze USA-Europa?

“Il pubblico europeo a me piace tanto, perché è un pubblico preparato e appassionato. Anche qui in America a dir la verità, ma quello europeo è migliore, seguono con più attenzione e sono grandi appassionati”.

Nella tua carriera hai lavorato con artisti da tutto il mondo. C’è qualcuno con cui hai collaborato che ricordi con particolare piacere?

“Come produttore e come compositore, ho avuto la fortuna di avere l’apertura mentale e il talento di esplorare un po’ tutti i generi musicali. Poi come jazzista, ho i miei dischi di chitarra dove per la prima volta con A Few Possibilities ho unito queste due cose: ho fatto un trio con Mino Cineilu e Tony Grey al basso, e ho duettato con Zucchero, Shaggy, Ice T, Melanie Fiona. A parte Herbie Hancock, è una cosa che penso nessun altro jazzista abbia fatto, specialmente un chitarrista. È un esperimento dove ho potuto unire le mie due culture, quella del jazzista e quella del produttore e scrittore di canzoni pop, dal quale è venuto fuori un risultato profondo nella musica. Tornando alla tua domanda, con tutti i musicisti con cui collaboro c’è un rapporto speciale. Sono fatto così, altrimenti non ci lavorerei. Prendi Shaggy ad esempio: con lui nel mio ultimo disco abbiamo rifatto Whaiting in vein di Bob Marley. Se la ascolti bene è incredibile, c’è una traccia senza correzione nel post produzione e lui ha cantato divinamente. È stata anche una grande soddisfazione vedere questi grandi artisti pop come Zucchero o Melanie Fiona che sono voluti entrare nel mio mondo a collaborare con me”.

Invece c’è qualcuno con con cui vorresti lavorare e non ne hai avuto ancora l’occasione?

“Ci sono musicisti con cui vorrei fare una collaborazione, ci sono anche tanti artisti nuovi che stanno crescendo e che sono interessanti. Questo è il bello della musica. Oggi, che ho quarantuno anni e ho vissuto quasi due generazioni nella musica professionistica, la cosa che mi piace, la cosa bella, è che collaborando con musicisti più giovani ti trovi sempre a sentirti fresco, ad avere idee fresche ed emozionarti come la prima volta”.

Se dovessi fare un nome?

“Se devo dirne uno con cui vorrei collaborare, e probabilmente riusciremo a far qualcosa, è Sting. Con lui stiamo parlando di fare una cosa, ma è una sorpresa che vedrai entro quest’anno”.

Guardando indietro, quali sono gli artisti che hanno influenzato la tua crescita musicale? I tuoi miti per capirci…

“Tutto il mio amore per il jazz è partito dal Beebop, quindi ti dico Charlie Parker, Dizzy Gillespie e poi per seguire Miles Davis, John Coltrane, Thelonious Monk. Come chitarristi, le due principali influenze sono Jimi Hendrix e Wes Montgomery. Penso che questi due chitarristi mi abbiano dato la base per poi costruire sopra a quello che hanno fatto loro”.

La musica scandisce il tempo delle persone, quali sono i tre pezzi che hanno segnato la storia della tua musica?

“Più che tre canzoni, parlerei degli artisti che mi hanno influenzato. Ad esempio, quando sono venuto qui ovviamente Pat Metheny, Michael Brecker. Non potrei dire un pezzo singolo, una canzone singola, ma artisti che ho frequentato e che mi ricordano il mio arrivo qui. Musicisti che ammiro e con cui ho avuto la fortuna di suonare”.

Nel 2016 esce il tuo ultimo lavoro Forty. Qual è secondo te la caratteristica più importante di questo nuovo album?

fabrizio-sottiForty è un ritorno alle mie origini. È un disco in trio puro con batteria contrabbasso e chitarra di tutte composizioni originali, a parte Sensitive di Joe Bim. Dopo varie esperienze con cantanti e altri gruppi, sono voluto tornare all’essenza del trio con la chitarra, che poi è quello con cui sono partito all’inizio. Suono con due musicisti straordinari che sono Francisco Mela alla batteria e Peter Slavor al basso. Loro sono una sezione ritmica che suona un po’ con tutti, sono due musicisti veramente incredibili. È anche un momento particolare perché ho suonato con la chitarra D’Angelico Sotti Model, la chitarra per eccellenza del jazz disegnata da John D’Angelico nel 1932. Dunque per me essere italiano ed essere il primo ad avere una D’Angelico col proprio nome è stato un grande onore. Anche questo mi ha spinto a tornare alla purezza del suonare con la chitarra semi acustica e tornare al linguaggio del jazz puro”.

Penso che la tua italianità esca allo scoperto con il brano The Bridge. So che si tratta di una canzone d’amore per tua moglie…

“Sì, io e mia moglie abbiamo una storia d’amore quasi da fiaba. Venendo dal Veneto, la prima estate che ci siamo frequentati, l’ho portata a Venezia. Dopo pochi mesi che ci frequentavamo, ho capito che era la persona giusta per me e, proprio a Venezia, davanti al Ponte dei Sospiri, le ho chiesto di sposarmi. Ho deciso così di scrivere una canzone su questo momento che ha cambiato moltissime cose nella mia vita, un cambio radicale che però è avvenuto nel momento giusto. Ho aspettato i giusti anni per essere pronto a fare questa esperienza”.

Quanto sei italiano e quanto americano nella tua musica?

“L’elemento in cui esce la mia italianità, forse meglio dire un sentimento mediterraneo, c’è e lo noto spesso quando suono le cose acustiche in cui esce quella vena un po’ flamenco. È lì che esce la mia mediterraneità, nell’approccio alle melodie con romanticismo. Non so se chiamarla italianità o mediterraneità, ma di sicuro quell’elemento esiste nella mia musica”.

Un’ultima domanda. Mercoledì 8 febbraio sarai ospite del Blue Note di Manhattan, un luogo culto per ogni jazzista. Cosa dobbiamo aspettarci?

“Mercoledì è un evento che si chiama Fabrizio Sotti & Friends, che è una tipologia di concerto che faccio una volta all’anno dove ripercorro la musica che mi piace suonare. Per cui il concerto andrà dal jazz all’hip hop all’R’n’B con moltissimi ospiti. Avrò Melanie Fiona, Res e altri ospiti a sorpresa. Poi ci sarà una band incredibile: Mino Cinelu, una leggenda della batteria, Tony Grei al basso e Ray Angry alle tastiere. Il filo conduttore sarà il mio modo di suonare la chitarra con tutte le mie canzoni rivisitate in maniera unica. Sono eccitatissimo perché fare questo tipo di concerto è un viaggio musicale, è sempre una grande soddisfazione”.

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