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U2 e la missione impossibile di salvare il mondo

Gli U2 tornano in Italia per festeggiare l’album The Joshua Tree uscito nel 1987

di Monica Straniero
La  forza di Bono è nella voce, in quel carismatico predicare su temi come giustizia, cambiamenti climatici, pace, democrazia negata. Insomma il leader degli U2 ha qualcosa da dire su ogni tema dell’esistenza, non esiste una causa  ambientale o umana che non sia commentata

La storia degli U2, una band con trentacinque anni di carriera, 22 Grammy e 150 milioni di dischi vendutiè segnata da un intreccio di musica, politica e denuncia di tutto ciò che è male. “War” del 1983 contiene uno dei più celebri inni di protesta del  rock di tutti i tempi, “Sunday Bloody Sunday“. Conosciuta anche come la Domenica di sangue, racconta la strage di 14 civili avvenuta a Derry, Irlanda del Nord. il 30 gennaio del 1972, per mano dell’esercito britannico, che aprì il fuoco contro una folla di cattolici che manifestavano per i diritti civili.

Ed è proprio con “Sunday Bloody Sunday” che gli U2 hanno inaugurato il 15 luglio sul palco dello Stadio Olimpico la prima delle due date romane del The Joshua Tree Tour. Grazie al lavoro dell’agenzia romana “The Base” di Sergio Giuliani e Max Bucci, la band irlandese è tornata in Italia per festeggiare i 30 anni dall’uscita dell’album capolavoro, the Joshua Tree del 1987. Il titolo si rifà all’albero di Giosuè, un cactus che cresce nel deserto dell’Arizona. Il caldo asfissiante e la mancanza di acqua non gli impediscono comunque di perdere  il colore verde intenso. Per gli U2 la perfetta metafora dell’ipocrisia della politica americana.

Segue la magnifica New Years’day, che  racconta la  rivolta popolare in Polonia dei primi anni 80. Lech Walesa sindacalista e attivista per i diritti umani e futuro presidente polacco guida il primo sciopero di massa nei cantieri navali. Uno sciopero che verrà ben presto seguito spontaneamente in altre parti del Paese. Ma poi nel dicembre del 1981 lo stato polacco applicò la legge marziale e le strade erano deserte, anche a  Capodanno.

Ma è con l’album “The unforgettable fire” realizzato nel 1984 che per  Bono Vox, e i suoi compagni di viaggio The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen jr arriva la consacrazione internazionale. Allo stadio Olimpico partono le note di “Bad” che raccontano gli effetti devastanti sul corpo e sulla mente dell’eroina a causa della quale Bono perse  un caro amico. L’esecuzione da brividi di “Pride”, In the name of love, ci ricordano la potente figura di Martin Luther King, il leader pacifista per i diritti civili ucciso a Memphis il 4 aprile 1968. Non è un segreto che la canzone fosse stata inizialmente pensata per Ronald Reagan, il presidente americano che si credeva invulnerabile dietro la sua abilità di comunicatore. Dopo alcune riflessioni, Bono decise che Reagan non meritava una canzone per quella sua ostinazione a negare che vendere armi all’Iran non fosse stato un tradimento dei valori americani oltre che un errore politico.

Ma finalmente inizia il racconto di Joshua Tree. Sul maxischermo le immagini accompagnano l’esecuzione integrale di un l’album manifesto delle contraddizioni dell’America. Un Paese che  presta molta attenzione ai diritti fondamentali degli individui ma allo stesso tempo in molti Stati esiste la pena di morte. Da “Where the streets have no name“, un inno ad una società ideale dove tutti sono uguali, fino a “Mothers of the disappeared” in memora dei desaparecidos argentini.

Ma la  forza di Bono è nella voce, in quel carismatico predicare su temi come giustizia, cambiamenti climatici, pace, democrazia negata. Insomma il leader degli U2 ha qualcosa da dire su ogni tema dell’esistenza, non esiste una causa  ambientale o umana che non sia commentata in qualche modo. E ci sono anche i fatti. È stato uno dei volti della campagna per la cancellazione del debito dei paesi del terzo mondo. È tra i fondatori di One, un’organizzazione sostenuta da quasi 8 milioni di persone nel mondo che opera con campagne e attività di sensibilizzazione per combattere la povertà estrema e le malattie prevenibili, soprattutto in Africa. Insomma Vox web vox dei? Non proprio. Sono molti a sostenere, specie tra  i suoi colleghi, che con quel suo modo di spiegarci con toni perentori come aiutare chi soffre, alla fine rischia di risultare un po’ pedante e artefatto.

Eppure il suo predicare sui problemi del mondo sembra infervorare le coscienze dei 120 mila fan dello stadio Olimpico. Succede sulle note di “Ultraviolet” che fa da colonna sonora alle  immagini delle protagoniste di secoli di battaglie per i diritti civili e l’uguaglianza delle donne, da Rosa Parks alle Pussy Riot, da Malala alle suffragette. E ancora su Miss Sarajevo che nel 2017 è diventata Miss Syria. Ad accompagnare la canzone un video che, con la registrazione originale della voce di Luciano Pavarotti, racconta la storia di una bambina di nome Omaia  che vice in un campo profughi di Zaatari, in Giordania. Bono trova anche il tempo per ringraziare l’Italia e la sua Guardia Costiera per quello che fa per i migranti. “Grazie per salvare vite umane, siete i migliori nel mondo.”

Il rock non ha più il successo commerciale di una volta. Un tempo si mobilitava con canzoni e iniziative che interpretavano  la voglia di cambiamento dei giovani. Più in generale è il peso della musica nelle lotte politiche e sociali ad essersi ridimensionato. Oggi i giovani condividono il male di vivere e il loro disagio  con cantanti che hanno circa dieci anni più di loro.

Ma bisogna riconoscerlo, gli U2 riescono ancora unire le platee  senza distinzione di età, sesso, razza e credo religioso. C’è da scommettere che la loro intenzione di cambiare il mondo sarà riproposta anche nel prossimo album “Songs of Experience”, che assicurano conterrà testi più forti di War.

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