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I fratelli La Bionda, il mito della disco music italiana ancora vivo nel mondo

Intervista a Michelangelo e Carmelo La Bionda, che dagli anni Settanta ad oggi sono figure di spicco della musica italiana

Michelangelo e Carmelo La Bionda, oggi (Foto: Claudio Moschin)

Per anni, i fratelli La Bionda hanno fatto credere di essere artisti in lingua inglese: "Era il momento in cui dovevi avere un nome esotico", ci confessano. Poi però: "ad un certo punto ci siamo detti 'Ma mettiamo La Bionda'. Un po’ di smarrimento iniziale c’è stato, è vero, ma alla fine tutti hanno digerito il nostro vero cognome". E oggi, com'è cambiata la musica? "Moltissimo, e in peggio"

Michelangelo e Carmelo La Bionda sono figure importanti, di spicco, nel panorama musicale italiano. Autori e produttori, dagli anni Settanta ad oggi, non solo hanno lanciato la italo-disco music in tutto il mondo, ma hanno anche firmato sigle tv, colonne sonore e musiche degli spot di pubblicità. E quella volta con De Andrè…

Cito qualche vostra canzone a caso, 1-2-3-4-Gimme some more, One for you, one for me, Disco Bass, Bandido, Disco Delivery…. che anni erano quelli?

“Erano degli anni prima di tutto fortunati perché era il momento in cui si voleva soprattutto venir fuori dagli anni bui.  Ed era il momento in cui c’era una grandissima apertura alla creatività. E noi abbiamo avuto la fortuna di farne parte, perché proprio in quella creatività abbiamo potuto spaziare”.

Voi per anni avete fatto fatto credere di essere artisti di lingua inglese. Pubblicando album, i cosiddetti lp 33 giricon il nome di DD Sound. Perchè?

“Allora era il momento in cui dovevi avere un nome esotico, comunque non italiano. Per esempio c’erano I film con Terence Hill e Bud Spencer, mica con Mario Girotti e Carlo Pedersoli che erano poi i loro veri nomi; Giuliano Gemma si faceva chiamare Montgomery Wood nei film western; il regista Enzo Barboni firmava I suoi film come E.B. Clucher, e altri ancora. E quindi anche noi all’inizio abbiamo provato con DD Sound, che ci piaceva. E tutti dicevano “Però, senti ‘sti americani, loro si che sanno fare come si deve  la disco”… Anche in Francia, in Germania tutti avevano preso ad usare, specie nella musica del momento, nomi anglosassoni”.

I fratelli La Bionda mentre suonano assieme (Foto di C.M.)

Poi però avete deciso di portare alla ribalta il vostro cognome…

“Si, poi ad un certo punto ci siamo detti “Ma mettiamo La Bionda”. Un po’ di smarrimento iniziale c’è stato, è vero, ma alla fine tutti hanno “digerito” il nostro vero cognome. L’essere poi i La Bionda ha fatto in modo che la musica nostra e di altri connazionali diventasse in tutto il mondo la italo-disco music, che non aveva niente da invidiare a quella disco americana o inglese del momento. Anzi, aveva una connotazione diversa dalla solita disco”.

Voi avete scritto musica non disco per tantissimi artisti, da Bruno Lauzi a Mia Martini, dalla Vanoni ai Ricchi e Poveri. Avete scritto e prodotto I Righeira, Tracy Spencer, e avete scoperto e lanciato…

“… Amanda Lear! Quando l’abbiamo conosciuta, qui in Italia non se la filava nessuno. Intendiamoci, era un bel personaggio, conosceva gente della moda, dell’arte e dello spettacolo, ma musicalmente era una perfetta sconosciuta, nemmeno cantava. Noi l’abbiamo “presa” e lanciata, ed è diventata subito un successo”.

Nel 1975 voi avete scritto una canzone particolare. E lì c’era Fabrizio De Andrè…

“Quel brano era “Ogni volta che tu ne vai”. Fabrizio la sentì mentre registrava il suo album Volume 8, perché noi stavamo proprio collaborando con lui come musicisti, suonavamo le chitarre acustiche. Gliela abbiamo fatto sentire e ci disse che l’avrebbe volentieri cantata. Poi, per diverse ragioni, non è successo. Ma gli piaceva moltissimo”.

Quelle vostre canzoni di successo  erano solo orecchiabili o avevano “qualcosa in più”?

“Avevano prima di tutto una base pop.  Perché la base pop è quell ache poi crea la melodia. Quindi non era solo un gioco di strumenti. C’era la melodia. D’altronde ancora oggi, a distanza di tanto tempo, puoi prendere una chitarra acvustica e suonarti One for you, one for me….”.

Voi avete scritto negli anni Ottanta anche tantissime colonne sonore di film di successo come Poliziotto Superpiù, Cane e gatto, Chi trova un amico trova un tesoro, Roba da ricchi, Miami Supercops e tanti altri

“Si, tutto è cominciato quando Sergio Corbucci cercava qualcuno che gli scrivesse la musica per un suo film. Voleva che fosse “internazionale”. Qualcuno gli fece i nostri nomi, i La Bionda, e lui ci chiese di provare a comporre qualcosa. La musica è piaciuta e abbiamo continuato, con lui e con Bruno Corbucci. Ma abbiamo anche scritto musiche per spot di pubblicità, per famose sigle…  Nostra erano la sigla dei Telegatti e di Sorrisi e canzoni, nostra la musica del famoso gelato Algida “dal cuore di panna”, nostra la musica per McDonalds, per Coca Cola, per l’Aspirina. E’ nostra pure fu la sigla della Domenica Sportiva più famosa, quella della prima edizione in onda a colori”.

Oggi il mondo della musica è cambiato?

“Moltissimo, e in peggio. Una volta si sperimentava, cioè si cercavano talenti che non fossero uguali ad altri ma diversi, innovativi. Oggi le case di discografiche cercano artisti uguali a quelli che già hanno successo. Questo non ci piace proprio. Nessuno sperimenta, eppure ci sarebbe spazio per farlo. Forse manca la voglia”.

Ermal Meta e Fabrizio Moro, vincitori di Sanremo 2018 (Foto di Stefano Lombardi)

Che mi dite di Sanremo?

“Puoi farci un’altra domanda? Mah… siamo stati quattro anni fa al dopo Festival e la cosa migliore è stata conoscere Paolo Nutini, con il quale abbiamo iniziato una bella collaborazione musicale. Tutto lì”.

Ma voi suonate ancora, vero?

“Sempre, più che mai.  Dai, come potremmo vivere senza musica?”

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