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Francesco Pavesi, una vita per l’Opera: “Ma in Italia non si insegna più ai ragazzi”

Intervista all'affermato tenore, che in questi giorni si trova a New York: città di cui ama l'energia e sempre fonte di ispirazione musicale

Il tenore Francesco Pavesi.

Cresciuto a pane e Verdi, convertito sulla via dell'Opera dall'Elisir d'Amore di Donzetti, Francesco Pavesi debuttò negli States nel 2011 alla Carnegie Hall. Un ponte, quello con l’America, che Francesco ha costruito con gli anni e che lo porta spesso oltreoceano. Del pubblico americano, lo colpisce la ricettività. Dell'Italia, invece, patria dell'Opera, nota: "Troppo poco si fa a livello didattico"

Aveva undici anni quando per la prima volta l’Elisir d’Amore di Donizetti lo convertí sulla via dell’Opera anche se lui, Francesco Pavesi, giovane affermato tenore di Parma, scelse si studiare prima corno francese e trombone. Quella per l’Opera è stata più di una passione. Figlio di appassionati melomani, cresce a pane e Verdi, studia canto con il famoso maestro Carlo Bergonzi e debutta negli Stati Uniti la prima volta nel 2011 alla Carnegie Hall. Un ponte, quello con l’America, che Francesco ha costruito con gli anni e che lo porta  spesso oltreoceano dove si trova in questi giorni per una serie di concerti e progetti. Di New York ama la sua energia, fonte di ispirazione musicale. Appassionato anche di fotografia e musica jazz ci racconta che non è facile la vita da tenore a 38 anni. Molti sacrifici e studio continuo, poi grande amore e passione per un genere, dice Francesco che “resiste nel tempo perché ha molte componenti, dal canto, la scenografia a quello attoriale che oggi è molto valorizzato”.

Francesco Pavesi, in questi giorni a New York per una serie di eventi, concerti e iniziative nella Grande Mela. Un ponte, quello con l’Italia e NY che tu hai costruito con costanza negli ultimi anni e che ti ha portato ad un recente riconoscimento.
“Alla Union League di New York, dove  ho tenuto un concerto insieme a Stefano Miceli, direttore di orchestra, pianista e concertista, sono stato premiato con la Abraham Lincoln Freedom Medal”, un riconoscimento importante di cui sono stati insigniti anche alcuni presidenti americani.  Il 10 Maggio invece sarò visitor lecturer presso la Scuola Italiana G. Marconi di New York dove terrò una lezione sull’Opera agli studenti. Infine, sempre a New York, nei prossimi giorni registrerò “Attesa” insieme al compositore Luigi Porto. Si tratta di una canzone di più di 90 anni fa scritta dal compositore Vittorio Ovazza insieme a suo fratello, l’industriale Ettore Ovazza (un famoso ebreo che aderì al fascismo, in seguito ucciso dai nazisti), rispettivamente nonno e zio di Alain Elkann.  L’occasione sarà la  presentazione del libro “Money must stay in the family” mentre la produzione è a cura del Centro Primo Levi di New York.  La mia storia professionale è molto legata all’Italia e agli Stati Uniti, a New York in particolare”.

Quali sono state le emozioni legate al tuo esordio a New York?
“Nel 2011 ho debuttato alla Carnegie Hall, per me una doppia emozione: quella di salire sul palcoscenico di una delle sale da concerto più importanti al mondo e di debuttare per la prima volta a New York. Ancora un’altra emozione per  il Concerto di musica sacra alla “Our Lady of Mercy” di Hicksville e nel 2014,  Nel 2014, su invito del Consolato italiano a New York, mi sono esibito alla Cattedrale di Saint Patrick sulla Fifth Avenue in occasione della canonizzazione di Papa Giovanni Paolo II e Papa Giovanni XXIII. Quest’ultimo, è stato un evento molto significativo a livello personale ed è legato al mio debutto in Italia che è stato nel momento in cui il Papa Giovanni XXIII è venuto a mancare”.

In che modo ti sei avvicinato al mondo dell’opera e alla musica?
“I miei genitori sono stati sempre melomani e a casa ho sempre sempre ascoltato l’Opera sin da bambino ma ho deciso di studiare prima corno francese e trombone al Conservatorio. La scelta di studiare canto è arrivata successivamente, grazie anche alle mie esibizioni al coro del Conservatorio, durante le quali il professore notò la maturità della mia voce e mi incoraggiò a studiare canto. Ho avuto  la fortuna di studiare sotto la guida del Maestro Carlo Bergonzi all’Accademia Verdiana, e a Parma con il Soprano Lucetta Bizzi, il baritono Romano Franceschetto il Maestro Eugenio Furlotti”.

L’Opera è un genere molto popolare negli Stati Uniti. Come trovi il pubblico americano?
“Molto preparato e attento. La cosa che mi colpisce degli Stati Uniti è l’attenzione data alla musica in generale nelle scuole, compresa l’opera. Nei luoghi di formazione la musica ha la stessa importanza e dignità curriculare di altre materie, le scuole sono dotate di materiali e strutture per studiare la musica. Sono sempre piacevolmente sorpreso, ogni volta che vado in una scuola americana, di quanto la musica sia importante a livello accademico e quanto siano preparati gli studenti”.

Mentre in Italia..
“Mentre in Italia, dove è nata l’Opera, poco si fa a livello didattico per incoraggiare allo studio della musica e del canto. Tutto questo deve fare riflettere”.

A livello di produzioni operistiche invece, come vedi la differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti.
“I grandi e classici teatri italiani continuano ad avere cartelloni e produzioni importanti, questo è fuori di dubbio. Se penso alla mia città, Parma, penso alla sua vivacità culturale e ai numerosi eventi che vengono organizzati oltre ad importanti festival. Negli Stati Uniti c’è molta qualità e quantità nel senso che ci sono più produzioni che rendono la musica più accessibile a tutti. Una questione economica sicuramente ma anche culturale”.

Negli Stati Uniti il gruppo “Il Volo” riscuote  molto successo. Come ti poni tra chi assume una posizione critica nei confronti della loro musica e chi li difende dicendo che hanno reso un genere, quello della lirica, più accessibile?
“Su casi come Il Volo che hanno avuto o stanno avendo un successo internazionale non banalizzerei liquidandoli a fenomeni meramente commerciali o pop, raggiungono milioni di persone di nazioni e culture diverse e questo è un fatto di cui tenere conto.Sono semplicemente un altro genere musicale rispetto all’opera.  Sul fatto che questo fenomeno possa o meno  in qualche modo avvicinare alla lirica non saprei dare una risposta. Certamente può succedere che qualcuno decida di approfondire e questo non è certamente un male. Io, per mia indole, tendo a  non giudicare mai il lavoro altrui, penso a fare al meglio il mio.”

Quella del tenore non è una scelta e una vita facile. Quali sono le difficoltà e quali i tuoi riferimenti
“Indubbiamente sono legate allo studio costante che deve essere ben dosato per non stancare eccessivamente l’organo vocale che è estremamente delicato o alla scelta di un repertorio adeguato alle nostre caratteristiche vocali. E’ un lavoro che richiede passione, determinazione, costanza ed esercizio quotidiano. I tenori che apprezzo sono Carlo Bergonzi, non solo perchè è stato il mio Maestro, Beniamino Gigli, Alfredo Kraus e chiaramente Luciano Pavarottti e Placido Domingo. Non ascolto però solo l’Opera ma amo la  musica jazz in particolare cosí come Bruce  Springsteen, Paolo Conte”.

C’è un’ Opera alla quale sei molto legato e che ami interpretare?
“L’Elisir d’Amore di Donizetti, la prima opera che ho visto a 11 anni con i miei genitori che mi colpí particolarmente per il suo allestimento”.

Cosa pensi delle regie contemporanee di alcuni classici dell’Opera?
“Non sono tra quelli contrari purché ci sia dietro un ragionamento, un pensiero e non sia una provocazione. Ho apprezzato regie essenziali, minimaliste, purché non venga snaturata la natura dell’Opera. Questo genere resiste nel tempo perchè ha molte componenti, dal canto, la scenografia a quello attoriale che oggi è molto valorizzato”.

Il tuo legame con l’America: pensi di trasferirti qui un giorno?
“Perché no, non lo escludo. Sono ancora giovane e mi sento già fortunato ad aver avuto la possibilità di esibirmi alla Carnegie Hall e a New York in altre circostanze. E’ una città dove mi sento molto a casa e che mi ispira molto musicalmente”.

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