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“Stray Bop”, ovvero il jazz randagio dei Bardamù da Napoli a Brooklyn via Cuba

I fratelli Ginaski Wop e Alfonso Tramontana, originari della Calabria e di base a New York, raccontano la loro musica che attinge dalla cultura di strada

I Bardamù a Brooklyn (Foto di Carlos Colon)

Ancora sconosciuti nella madrepatria ma già apprezzati a New York, dove si esibiscono in locali jazz, i due fratelli si raccontano in questa intervista doppia per La Voce di New York: "Siamo sempre stati affascinati dalla cultura statunitense, non solo a livello musicale. Oltre ai grandi del jazz, la letteratura e il cinema americano ci hanno influenzato sin dall’infanzia"

Sonorità jazz che incontrano il BeBop e si uniscono allo swing italiano con un tocco di hip-hop molto newyorchese. Ci sono anche note di jazz latino e rock psichedelico in questo nuovo album del duo italiano jazz Bardamù. Si chiama “Stray Bop” e non è solo il nome dell’album e del singolo diffuso in questi giorni ma anche un genere di loro creazione: lo stray bop, ispirato al movimento artistico-sociale del BeBop anni ’40 e ad uno stile di vita “stray”, randagio e girovago, che attinge direttamente dalla cultura di strada.

Un linguaggio musicale che nasce nelle strade del mondo, da Napoli  a l’Avana, passando per Brooklyn, dove l’album è stato  prodotto e registrato in maniera del tutto artigianale grazie alla loro regia mobile. Le influenze della Grande Mela , e della cultura americana in generale sono evidenti. Sia che fluiscono nelle note di un rap molto vigoroso  che in quelle della world music. Non manca l’anima italiana in alcune note jazz vellutate ma il loro stile, ci tengono a dire è un “jazz randagio”.

Calabresi di origine ma giorovaghi per passione e professione,  il duo Bardamù è composto dai fratelli Ginaski Wop (batteria, percussioni, sampler, voce) e Alfonso Tramontana (pianoforte, tastiere, sintetizzatore e voce).

Dopo aver girato il mondo, oggi si dividono tra Roma e Brooklyn. Nella Grande Mela si lasciano contaminare dalla cultura di strada di cui osservano le dinamiche catturandone ogni sonorità.

Dieci brani in tutto che vedono la partecipazione di artisti importanti della scena hip hop newyorchese come il rapper K.Sparks. Si va da “Stray Bop” con un solo di hammond che è un urlo psichedelico alle sonorità elettroniche  di “Space” . In “Crossing” c’è una ritmica un po’ funk e la voce decisa del famoso rapper italiano Tormento mentre “Intermezzo” ha l’aria intima e notturna di certi locali fumosi di New York. Omaggio al latin jazz e alla musica world nel brano “Ciudadano del mundo” , un po’ alcolico e torbato è invece il brano “Oban”, melodico e armonico e “Roll the dice”.

Ancora sconosciuti nella madrepatria ma già apprezzati a New York, dove si esibiscono in locali jazz, i due fratelli si raccontano in questa intervista doppia per La Voce di New York.

Siamo sempre stati affascinati dalla cultura statunitense, non solo a livello musicale. Oltre ai grandi del jazz, la letteratura e il cinema americano ci hanno influenzato sin dall’infanzia

Lo Stray Bop è un jazz “randagio” come la nostra esperienza di vita, nasce in maniera spontanea. Musicalmente, lo Stray Bop non vuol dire semplicemente assemblare frammenti di rap nel jazz o viceversa; io e Ginaski siamo musicisti e tutto quello che è presente nel disco è realmente suonato con strumenti reali.

Stray Bop non è solo il singolo che anticipa il vostro nuovo album ma anche un genere di vostra creazione. Una base swing ma anche molto hip hop americano. C’è molta New York ma anche l’Italia. Come nasce questo nuovo genere e quali sono le sue contaminazioni

Ginaski: “Noi siamo convinti che la cultura hip hop sia la naturale evoluzione della cultura jazz. Le premesse sono identiche. Il jazz nasce come un fenomeno subculturale che mette in scena le necessità del vivere quotidiano il più delle volte all’interno di micromondi che patiscono problematiche di varia natura. Lo stesso è avvenuto con la cultura hip hop. Entrambi i linguaggi nel tempo sono arrivati ad un universo mainstream ma gli aspetti tecnici e testuali restano invariati. Miles Davis già dagli anni ’70 aveva iniziato a fondere i due linguaggi individuandone appunto la medesima matrice. E, volendo estremizzare il concetto, già in Italia abbiamo avuto Fred Buscaglione che mixava puro jazz con metriche che al giorno d’oggi potrebbero perfettamente ricondurre al mondo del rap. Mi fa piacere che il brano faccia sentire la presenza di NY e dell’Italia. Se ci siamo riusciti ne siamo davvero orgogliosi”.

Alfonso: “Lo Stray Bop è un jazz “randagio” come la nostra esperienza di vita. Nasce, per quel che mi riguarda, in maniera spontanea: sono cresciuto ascoltando differenti stili musicali avendo sempre una predilezione per il jazz inteso non solo come genere musicale ma anche come modo di interpretare la vita…come stile. Musicalmente, lo Stray Bop non vuol dire semplicemente assemblare frammenti di rap nel jazz o viceversa; io e Ginaski siamo musicisti e tutto quello che è presente nel disco è realmente suonato con strumenti reali, anche per quanto riguarda i sampler che riproducono effetti realizzati in studio e poi editati tramite il nostro campionatore analogico. Il rap viene inserito come fosse uno strumento solista che interagisce all’interno della traccia musicale. Ma, ripeto, il collante principale è dato dall’aspetto concettuale: essere Stray Bop”.   

L’album che state per pubblicare nasce ed è stato registrato a Brooklyn. E’ NY ad ispirarvi ma anche le esperienze passate. Jazz latino, rock psichedelico.  Un omaggio alla vostra vita vissuta in giro per il mondo. In che modo, i vari posti dove avete vissuto ad oggi, entrano in questa nuova avventura musicale?

Alfonso: “È una domanda molto bella! Descrive esattamente la maniera in cui nascono le nostre opere. I luoghi che ci hanno ispirato sono presenti tutti insieme come se fossero quartieri di una unica città, esattamente come NY che è insieme tutte le etnie ed i relativi quartieri che la compongono”.

Ginaski: “Sono convinto i luoghi che scegli (e che ti scelgono) possano talvolta influenzarti più di quanto possa farlo il luogo in cui sei nato. L’importante però è non dimenticare mai il punto di partenza (Kavafis, a tal proposito, parlerebbe di Itaca). New York è una città che nel corso degli anni ha contaminato e influenzato una miriade di artisti, ed è una realtà composta da innumerevoli culture e linguaggi. Camminando per le strade di New York puoi decidere se essere latino, italiano, statunitense, orientale, ecc, nel corso della stessa giornata. Sotto questo punto di vista rappresenta l’idea della nostra visione della musica, che appunto è influenzata sotto il profilo sonoro e concettuale dai vari viaggi che abbiamo intrapreso. Nelle tracce numero 6 e 7 (Think of me, e Ciudadano del mundo) utilizziamo anche lo spagnolo nel testo e vi è la presenza di artisti della scena latina come Changuito e Roldan, ma anche Arturo O’Farrill: artista newyorkese e grande punto di riferimento per la cultura latin-jazz a livello mondiale”.   

Brooklyn

K.Sparks, rapper americano, è presente in diversi brani. Come la cultura americana entra nel vostro percorso musicale?

Alfonso: “La cultura americana ha sempre fatto del mio percorso musicale. I modelli che mi hanno ispirato in maniera più incisiva, oltre che le alcune figure della mia famiglia, sono stati americani. Sin da bambino guardavo film americani, sognavo con le loro colonne sonore e con le relative location, ascoltavo musica americana, ho sempre preferito autori della letteratura americana”.

Ginaski: “Siamo sempre stati affascinati dalla cultura statunitense, non solo a livello musicale. Oltre ai grandi del jazz, la letteratura e il cinema americano ci hanno influenzato sin dall’infanzia. Quindi immagino si tratti di un processo di “contaminazione” naturale. La musica non è fatta solo di note, ma soprattutto da sonorità e immagini che riflettono il sentimento di chi compone. La scelta di determinati ritmi o di determinati suoni non è studiata a tavolino, ma è frutto di una naturale predisposizione concettuale che proviene da un universo artistico statunitense che da moltissimi anni ci ha sedotti sotto il profilo concettuale ed emotivo. Chiaro, il più delle volte vieni sedotto da qualcosa in cui puoi tendenzialmente riconoscerti a priori, come in una sorta di gioco di specchi. La collaborazione con K. Sparks è nata in modo spontaneo. Lui è un autentico poeta urbano e in casa ha sempre respirato jazz. Quindi è un artista che si contestualizza perfettamente alla nostra idea di cultura “Stray Bop””.   

Come trovate la scena musicale newyorchese? La Grande Mela è ancora fonte di ispirazione e vetrina privilegiata per un musicista?

Alfonso: “New York è fonte di ispirazione in quanto tale. I suoi colori, le sue strade e la sua gente la rendono unica per un musicista. Personalmente riesco a trovare ispirazione in ogni suo elemento: ricordo, per esempio, la voce registrata della metropolitana alla chiusura delle porte della vettura… Abbiamo avuto l’idea di campionarla e di inserirla in una brano del disco!”

Ginaski: “NY è un polmone culturale inesauribile. La scena newyorkese è talmente vasta che sarebbe impossibile riassumerne le sfaccettature in poche righe. Il livello è altissimo e riscontro grande professionalità”.

Harlem

Quale parte di New York assomiglia di più alla vostra musica?

Ginaski: “Per quel che mi riguarda: Brooklyn e Harlem”.

Alfonso: “Sicuramente Brooklyn! È la sintesi perfetta di quello che vuole essere lo Stray Bop. Includerei anche Harlem e alcune zone di Manhattan di notte: il gioco di luci di Times Square, Columbus Circle  ed il Village”.

Musicalmente cosa vi ha dato l’Italia?

Alfonso: Napoli è parte fondamentale dei miei modelli musicali. Partendo dai brani classici fino ad artisti come Pino Daniele. Inoltre sono stato influenzato nella mia crescita musicale dai nostri cantautori come Dalla, De Gregori, Tenco”.

Ginaski: “Se ti riferisci ai punti di riferimento, ce ne sono parecchi; specie per quel che concerne la musica cantautorale e anche i grandi direttori d’orchestra. Sotto un profilo personale invece, non ci ha dato nulla. Abbiamo ricevuto sempre ottimi riscontri all’estero, e abbiamo potuto presentare il nostro progetto su palchi prestigiosi. Pensa che nel 2002 siamo stati invitati dal Maestro Chucho Valdés al festival del jazz a La Habana, e a New York abbiamo fatto doppio sold out al Minton’s di Harlem. In Italia invece non ci siamo mai ancora esibiti a nessun festival del jazz e il nostro progetto è in atto pressoché sconosciuto. Speriamo naturalmente che adesso la ruota possa girare consentendoci di far conoscere la nostra musica anche a “casa””.

Avete anche vissuto a Cuba, altra tappa importante musicalmente. Cosa lega l’esperienza cubana al resto delle vostre tappe

Ginaski: “Forse l’animo col quale affronti un viaggio (breve o lungo che sia) può fare da trait d’union creando una continuità concettuale e sociale. Quindi direi che la Cuba da noi vissuta non è poi così distante da Brooklyn o da Harlem o da alcune zone di Madrid o di Napoli. In fin dei conti tutto si muove intorno a quel che stai cercando nel corso del viaggio… e forse la nostra ricerca ci ha portati a scoprire universi dissimili per certi versi ma del tutto sovrapponibili per quel che concerne gli aspetti maggiormente strutturali e sociali”.

L’Havana, Cuba.

Cosa vi aspettate dall’America?

Ginaski: “Preferisco vivere senza particolari aspettative. L’idea stessa di poter camminare per le vie di NY e di poter realizzare arte in un luogo come la Grande Mela è di per sé un privilegio. In linea generale vivo seguendo la filosofia del carpe diem, così come abbiamo scritto nel singolo Stray Bop: “I can seize the day!””.

Alfonso: “L’America mi ha già dato molto di quello che mi aspettavo. Uno degli elementi del sogno americano che mi ha sempre affascinato è l’idea che in America ogni uomo sulla terra abbia diritto ad una possibilità per costruire la sua felicità.  Ho potuto toccare con mano che in America avviene proprio cosi”.

Gli ostacoli per chi vuole fare musica a NY e invece cosa rende tutto più’ semplice rispetto all’Italia?

Alfonso: “Sicuramente il livello musicale a NY è molto alto e la quantità di musicisti che vivono nella Grande Mela comporta un aumento della proposta e quindi della concorrenza. Forse tutto è reso più semplice dal riconoscimento del talento che in America è qualcosa di innato nel DNA dello stesso continente. Se hai talento non è un qualcosa di cui vergognarsi, al contrario è un elemento che ti viene riconosciuto socialmente. Un altro elemento che preferisco di NY è costituito dalla mia impressione che la società, il pubblico, i musicisti siano meno legati alla televisione Non voglio ovviamente essere irrispettoso nei confronti della TV, mezzo che adoro e del quale riconosco una altissimo valore culturale e di intrattenimento; il problema , a mio avviso, si pone quando il pubblico inizia a conoscere e, quindi, a consumare solo e soltanto quello che la TV propone a volte anche con fini meramente commerciali. A NY vedi giovani e meno giovani che ancora hanno l’interesse di andare ai concerti, di chiedere il tuo disco (CD o Vinile) dopo il tuo concerto, e la maggior parte degli artisti emergenti non sono necessariamente un prodotto di un televoto.  La televisione è una realtà molto importante (come è giusto che sia) ma non l’unica realtà monolitica.

Ginaski: come ha apena detto Alfonso, il livello è altissimo! Di conseguenza c’è tanta concorrenza e devi davvero esser pronto ad affrontare questo aspetto. Per il resto, in America (secondo la mia personale esperienza) tutto è reso più semplice da vari fattori quali la professionalità, la serietà, l’assenza di approssimazione e la volontà di ascoltare. Ho notato che anche artisti affermati continuano a frequentare i club e dar retta ai più giovani o agli emergenti, forse perché intuiscono che da qualche parte potrebbe sempre nascondersi qualcosa di nuovo e interessante. Pensa che all’interno dell’album c’è un intermezzo da noi composto e interpretato da Michael Imperioli (vincitore di un Emmy e nomination ai Golden Globe). Mr. Imperioli lo abbiamo incontrato per caso in un locale a Brooklyn, ci siamo avvicinati e gli abbiamo esposto il progetto. Lui è stato molto cortese, ha ascoltato con interesse e pazienza; ci ha dato il suo contatto, ha ascoltato e letto il materiale che gli abbiamo inviato ed ha accettato di fare il featuring nell’album. Così, senza divismi e senza arroganza. Straordinario! Purtroppo, ma parlo sempre della mia personale esperienza, dubito che in Italia -a parità di condizioni- sarebbe accaduto lo stesso…. Il più delle volte vieni ignorato, oppure devi fare i conti con atteggiamenti spocchiosi e arroganti che non solo nuocciono alla scena artistica, ma che rappresentano un bizzarro surrealismo considerato il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi questi atteggiamenti provengono da parte di artisti la cui fama è oggettivamente circoscritta fra Ventimiglia e Palermo.   

Cosa devono imparare i musicisti italiani dagli americani, secondo voi?

Alfonso: “Un approccio più professionale con la musica, una maggior apertura mentale e direi anche un rapporto più sano e consapevole con la musica digitale nel senso che, per esempio, è veramente difficile che un artista americano compri downloads sui canali digitali per incrementare numericamente i suoi ascoltatori”.

Ginaski: “Non sono bravo a dare consigli… anche perché vorrei continuare a dare il cattivo esempio (parafrasando De Andrè). Posso solo dire che la musica è una professione. Non ci si improvvisa. Bisogna studiare, lavorare tanto, abituarsi anche alle solitudini. Bisogna rispettare il palco e rispettare il pubblico. L’arte in generale può essere una semplice passione, ma nel momento in cui la si vuol fare diventare una professione… lo dice la parola stessa: bisogna essere dei professionisti. Per le passioni e le velleità canore… c’è il karaoke al pub sotto casa”.

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