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Speranza e disillusione, gli Anni Dieci della black music americana in 10 album

Dalle speranze dei primi anni Dieci del secondo mandato Obama alla rabbia rassegnata degli ultimi anni del decennio segnati dall’incubo Donald Trump.

Gli Anni Dieci hanno riportato la musica black al centro del mondo, negli States ma non solo. Un fronte artistico e musicale che ha saputo saldare in un codice democratico e universale contenuti politici di emancipazione, protesta, femminismo, moda, linguaggio di strada ed estetica streetwear.

 L’ hip hop e l’R&B sono riusciti a conquistare trasversalmente e intergenerazionalmente critica e appassionati non solo grazie a singoli e hit da milioni di streaming, ma anche grazie a una serie di album che hanno raccontato al meglio gli Anni Dieci, con due artisti a trionfare, inevitabilmente, con due album ciascuno dei dieci selezionati per la lista. Credeteci, ma era davvero impossibile sceglierne uno.

    1. 2010: Kanye West, “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” (Def Jam/Roc-A-Fella)
      Sembra passata un’eternità quando con una semplice mossa l’artista più controverso e geniale dei nostri tempi riusciva a chiudere e aprire un decennio di hip hop, come solo lui. Manifesto, bibbia, enciclopedia e compendio della sua incessante ricerca musicale fatta di riferimenti imprevedibili, colpi di genio e illuminati collaboratori, è a ragione considerato pressoché unanimemente l’album più importante del decennio e forse del nuovo secolo. Difficile sintetizzarne la portata, condensata in 70 minuti divisi con Bon Iver, Jay-Z, Pusha T, Rick Ross, Kid Cudi, Nicki Minaj, John Legend, and Raekwon. Un impietoso pugno nello stomaco.

    2. 2012: Kendrick Lamar, “Good Kid Maad City” (TDE, 2012)
      L’incredibile ascesa al trono del rap di Kendrick Lamar inizia a tutti gli effetti con il suo secondo lavoro in studio dove regala una clamorosa serie di tracce che, prese singolarmente, farebbero probabilmente godere di fortuna eterna qualsiasi altro artista. Appena venticinquenne il talento di Compton si fa conoscere fuori dalla California e fuori dagli Stati Uniti grazie al suo flow peculiare e ubriacante e a una narrazione vivida e sofisticata benché spietata, senza filtri e di facile presa.

    3. 2012: Frank Ocean, “Channel Orange” (Def Jam)
      Un altro artista di venticinque anni, fresco dell’esperienza nel collettivo più influente del decennio (la Odd Future dei vari Tyler The Creator, Earl Sweatshirt e Syd), dopo il promettente mixtape Nostalgia, Ultra diventa nel giro di pochi anni il nome più celebrato del momento. Un songwriting con pochi eguali, il dono di una voce R&B intima e avvolgente, una presenza scenica discreta, quasi da ragazzo qualunque, lo trasformano nel personaggio più universalmente corteggiato e amato da artisti, appassionati e addetti ai lavori.

    4. 2013: Beyoncé, “Beyoncé” (Parkwood/Columbia)
      Solo lei riesce ad attraversare con successo e stile un altro decennio, il terzo della sua carriera musicale, continuando a stravolgere le regole e i canoni del mainstream senza avvertire il bisogno di inseguirne affannosamente i trend. A nemmeno quarant’anni la consorte di Jay Z, con il quale proprio in questo decennio, vive una crisi quasi terminale che diventa allegoria del riscatto e dell’empowerment femminile, Beyoncé Knowles è l’autentica regina del pop, non solo per la sua immagine e la sua influenza. Sono questo disco omonimo e il successivo “Lemonade”, eccezionali e impeccabili manifesti di musica black e cultura pop contemporanea nel senso più autentico e artistico del termine, a trascinarla nell’Olimpo delle icone R&B.

    5. 2013: DJ Rashad, “Double Cup” (Hyperdub)
      Tra tanti album hip hop più o meno tradizionali e l’esplosione della trap, anche il mondo elettronico black trova un respiro nuovo, in quel di Chicago, dove tutto ebbe inizio nell’universo house e deep techno. Parte del merito va a Rashad Harden, scomparso poco più di un anno dopo. La sua footwork è l’ideale punto di approdo di una storia di maestri e progetti del genere che dalla Chicago House (Jamie Principle,  Frankie Knuckles e Felix Da Housecat) ha attraversato gli anni Ottanta contaminando la Deep House (vedi On The House e Mr. Fingers, la techno degli albori di Detroit), per poi arrivare alla Ghetto House dei primi anni Novanta. Originaria dei ghetti neri del South Side di Chicago è una variante accelerata e grezza della Chicago House che si caratterizza per l’aggiunta di sample vocali ripetitivi, versi rap e i tipici sample ritmici Roland 808 e 909. Illuminante e ancora così fresca e innovativa, a distanza di più di mezzo decennio.

    6. 2014: D’Angelo, “Black Messiah”(RCA)
      Un po’ come i grandi maestri del cinema, si prende i suoi tempi prima di pubblicare un album. Sei anni di gestazione tra il suo esordio Brown Sugar e il suo secondo album Voodoo, addirittura quattordici anni per l’uscita dell’agognato seguito, Black Messiah, uscito a sorpresa alla fine del 2014, un po’ come appena un anno prima capolavoro omonimo di Beyoncé . Non poteva essere un disco buttato via e infatti l’inossidabile voce della Virginia dà una lezione di soul senza tempo che scorre in un’ideale linea spazio temporale tra le città del Deep South tra testi mai così politici  e visionari nella carriera di D’Angelo e un equilibrio magistrale tra R&B, funk rock, neo-soul, blues degli albori e tradizione gospel.

    7. 2015: Kendrick Lamar, “To Pimp a Butterfly” (TDE)
      Senza forse quelle hit da classifica immediate e immortali del suo predecessore, in soli tre anni Kendrick Lamar da promessa diventa l’autentico numero 1 della nuova scena black. Il merito è di un album che lo avvicina agli ascoltatori meno avvezzi al genere.L’eredità di Tupac, il g-funk, gli Outkast, il funk, il southern hip hop, la rabbia della West Coast sono rielaborati e rimescolati in un disco di hip hop esaltato da composizioni funk e jazz. Parabole di vita vissuta e parabole vere e proprie tra riferimenti biblici e riferimenti metropolitane. A partire dalla sconvolgente copertina con un manipolo di afro-americani che sembrano conquistare la White House davanti al corpo defunto di un giudice bianco, l’album che nel titolo si ispira al capolavoro “To Kill a Mockingbird”, è il disco che più di tutti gli altri racconta la nuova dimensione della musica afro-americana dove il mainstream e la musica di protesta vanno miracolosamente a braccetto. Il video più bello degli Anni Dieci lo racconta bene in sette minuti: Alright!

    8. 2015: Future, “DS2” (Epic/Free Bandz)
      Risulta molto difficile trovare un disco trap che più degli altri ne ha ridefinito i canoni trasformando il sotto-genere nato quasi un decennio prima in quel di Atlanta in uno dei generi più ascoltati e discussi degli Anni Dieci. Nayvadius DeMun Wilburn ha trasformato l’uso dell’autotune in un vero e proprio strumento al servizio della produzione musicale che unisce senza barriere di ceto ed esperienza le grandi star del pop e i produttori in erba della scena soundcloud rap. Pharrell, Pusha T, Drake, Wiz Khalifa, André 3000, Lil Wayne e Kanye West sono solo alcuni dei nomi con cui ha collaborato. E questo DS2 rappresenta ancora oggi il momento più alto o addirittura il non plus ultra di un fenomeno che ancora oggi domina nelle classifiche di tutto il mondo, in attesa di lasciare spazio a qualcosa di nuovo che non vediamo l’ora di raccontarvi nei prossimi anni.

    9. 2016: Frank Ocean, “Blonde” (Boys Don’t Cry)
      Frank Ocean rappresenta al meglio il modello alternativo di star e di icona negli Anni Dieci per la sua dimensione di personaggio molto introverso, riservato e a suo modo lontano dai riflettori. Questo album, uscito senza troppi proclami e dopo un’attesa di quasi quattro anni è un ritratto autobiografico a basso profilo, sincero, tormentato e senza filtri di uno degli artisti più complessi e talentuosi della scena americana. Senza pressioni delle major, senza videoclip, senza social e le sindrome da ascolti e visualizzazione. Uno sguardo alieno e autenticamente umano sulla realtà musicale contemporanea.


      Frank Ocean – ‘Nikes’ from Tyrone Lebon on Vimeo.

    10. 2016: Solange, “A Seat At The Table” (Saint Records/Columbia, 2016)
      Solo un’artista del suo spessore poteva farsi strada, da sorella minore della più celebre Knowles, con una traiettoria altrettanto personale e sorprendente. Solange, un po’ come Frank Ocean, è la versione più low-profile, artsy e introspettiva dell’esempio di star a 360 gradi ben rappresentato da Beyoncé. In questo album molto intimo, elegante, sofisticato e a tratti rarefatto, si impone come una delle voci più sensuali e intriganti della scena R&B contemporanea.

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