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Benigni poeta e la vita è più bella!

Intervista su Dante, il cinema, l'amore, Obama e Hillary, Berlusconi e il popolo italiano con l'attore-regista che vinse il Premio Oscar

Roberto Benigni con la Prof. Grace Russo Bullaro

Questa intervista è stata pubblicata la prima volta su Oggi7, l’inserto domenicale di America Oggi. 

Nonostante La Vita è Bella (1997) riuscì a vincere due Oscar, all’epoca il film di Roberto Benigni creò un vortice di critiche sia positive che negative. Nel tentativo di capire l’intensità di queste critiche, decisi d’approfondirne lo studio e quindi pubblicai “The Protection of Innocence: Fable, Fairy Tale or Just Excuses?”, un articolo su Post Script, stimata rivista sul cinema. Non ancora convinta d’aver esaurito con questo saggio quello che c’era da dire sull’opera di Roberto Benigni, decisi di curare un volume di saggi sul suo cinema. Questo libro, Beyond Life is Beautiful, Comedy and Tragedy in the Cinema of Roberto Benigni, uscì nel 2005.

Da galantuomo qual è, Benigni mi ringraziò con entusiasmo per la copia che gli avevo inviato e in seguito ci scambiammo gli auguri natalizi.

La sua carriera dopo La vita e bella è la dimostrazione della veridicità di una vecchia superstizione che vuole che l’Oscar porti sfortuna a chi lo vince. Infatti, i successivi Pinocchio e La tigre e la neve riscossero uno scarsissimo successo sia in Italia che all’estero. Ma ecco che nel 2002 Benigni si riprende in modo spettacolare con la lettura in tv della Divina Commedia che andò in onda in Italia durante il periodo natalizio e il cui successo rese l’immortale opera di Dante Alighieri, il best-seller di quell’anno! Un successo che sfociò anche in strepitose rappresentazioni in numerosissime piazze d’Italia, che tutt’oggi vanno avanti. Benigni ridivenne così il beniamino degli italiani, l’idolo e l’orgoglio d’un paese intero.

Avendo seguito queste sue vicissitudini con grande interesse, decisi che la mia curiosità andasse ulteriormente soddisfatta. Chiesi, quindi, a Benigni di concedermi un’intervista.

Quello che leggerete è il frutto di alcuni nostri incontri avuti recentemente a Roma, in cui abbiamo parlato non solo delle rappresentazioni dantesche, ma anche di tantissimi altri argomenti che riguardano aspetti della cultura, politica e attualità italiana, nonché di vicende d’interesse globale e della politica americana. La mia convinzione che la complessità del personaggio Benigni, pubblico e privato, sia stato finora incompresa è stata avvalorata. La sua profonda conoscenza di Dante, per esempio, può reggere il confronto con quella di qualunque esperto di letteratura dantesca.

Nella tua vita quotidiana, riesci a svolgere le tue attività indisturbato dal pubblico? Per esempio, puoi fare una passeggiata o che so io, andare al ristorante? O ti devi nascondere dal tuo pubblico?

«Beh, partiamo dall’assioma di Marcello Mastroianni: gli attori passano metà della loro vita a diventare molto famosi e l’altra metà a non farsi riconoscere. Allora devo dire che no, non lo riesco a fare. Non perché sia come il Papa o Bob Dylan, ma la popolarità dà uno stato febbrile e irreale. Non posso prendere l’autobus, diventa insostenibile, anche se poi sono tutte manifestazioni d’affetto. Però non posso fare nemmeno una passeggiata nel corso, né andare al museo, né ad una galleria d’arte, né al teatro perché non c’è pietà. Nel senso che ovunque, anche nella tragedia, il pubblico vuole stabilire il contatto. Per esempio, quando i miei genitori stavano male in ospedale le persone non avevano pietà di loro. Vedevano Benigni e volevano la risata, la foto, eccetera. Ho capito che non è una cosa che si può manovrare e dire, magari, “Beh, non hanno la sensibilità.” E quindi mi mancano molto quelle cose comuni, banali, il fatto di poter osservare gli altri, il sabbatico, quello che Hegel chiamava proprio “la domenica dello spirito.” Abbiamo proprio bisogno di queste cose. Se vado a vedere uno spettacolo a teatro quando entro mi fanno l’applauso. È una soddisfazione, sì, è anche bello, però adesso non è come all’era di Mastroianni quando c’erano solo i paparazzi e la macchina fotografica non l’aveva nessuno, il massimo che poteva accadere era un autografo chiesto con grande rispetto. Poi si deve dire anche che il comico è diverso dall’attore drammatico nel senso che il pubblico si sente più vicino al comico. A me, per esempio, mi fanno l’imitazione e poi magari chiamano gli amici. In più oggi tutti hanno il telefonino e tutti vogliono fare la foto. Poi si ferma il passante per farla, chiede a un altro passante di fargliela, quello poi la vuole pure lui e si forma un crocchio».

Ma questo deve essere molto fastidioso!

«È un po’ fastidioso, sì, infatti vado sempre allo stesso ristorante, dove ormai sono abituati a vedermi, al cinema vado nelle ultime file dove c’è poca gente, magari metto il cappellino. Massimo Troisi non usciva proprio più. Ma io ho deciso d’affrontare questa cosa nel miglior modo. Vado a passo spedito, o rispondo con grande allegria ma continuo a fare quelle cose che mi piacciono di più. Però si paga il prezzo dell’osservazione. Una volta mi piaceva molto scrivere nelle sale d’aspetto, nei bar delle stazioni, perché là ci passa tanta gente e si vedono tanti tipi interessanti. Invece oggi il treno non lo posso prendere più, l’aereo spesso me lo fanno prendere privato, e così via. In ogni modo però io ho sempre sentito una tale manifestazione d’amore, che ne vale la pena. E poi bisogna aggiungere che il comico è sacro, quasi come se non si potesse toccare, quindi la sicurezza non è un problema.

Dunque sì, il prezzo è alto ma come hanno detto tanti altri, sarebbe peggio se non mi conoscessero».

In America si dice che l’Oscar porti sfortuna all’artista che lo vince, tu ci credi a questa maledizione?

«Ma come, cominciamo con una domanda sulla superstizione? Come dice Umberto Eco, la superstizione porta male! Vincere l’Oscar porta… l’Oscar. Se lo si vince quando c’è un sentimento dietro, non porta sfortuna. I sentimenti ammazzano tutte le superstizioni e tutte le malattie – come quando ci si bacia, la passione ammazza tutti i virus. Non ci si può ammalare. E quell’Oscar è stato preso con tale amore, ho sentito proprio un abbraccio. Come dice William Blake, “l’esuberanza è bellezza” e io ho sentito la bellezza dell’esuberanza. A me ha portato delle cose belle. Forse dal punto di vista del pubblico è l’apice della carriera, ma bisogna considerare che nella nostra vita personale ci sono momenti più densi, molto più possenti dell’Oscar».

Dopo l’Oscar il mondo era ai tuoi piedi, tu come hai fatto le tue scelte dopo La vita è bella e la tua vittoria a Hollywood?

«Eh sì, avere un’acclamazione simile è difficile perché non è che si cambia, o che sia cambiato io. Sono stati gli altri a cambiare. Quando mi incontravano per strada non era più “Benigni!” ma era “Maestro!” Io non potevo più fare lo scherzoso. Volevo prendere lezioni di pianoforte per esempio, e mi chiamavano maestro! Forse in America sarebbe stata un’altra cosa, ma quando uno di un altro paese vince l’Oscar, beh, ha molta più risonanza e quindi la mia vita è cambiata. Ma cambia la mia vita anche quando incontro qualcuno per strada, si cambia per le minime cose, figuriamoci per questo. Che si cambia nella vita è la cosa più bella, sana, misteriosa. Ne La vita è bella ho anche fatto un padre per la prima volta, non l’avevo mai fatto prima e quindi anche se non avessi vinto l’Oscar, questo film già sarebbe stato uno spartiacque in un certo senso».

E allora, come sono nati i film successivi a La vita è bella?

«Beh, era il linguaggio cinematografico che era difficile da trovare. Volevo fare un film piccolino e invece ho fatto il film più costoso della mia storia, che è stato Pinocchio. Ci sono delle cose che non si capisce come succedano. Ha preso strada da solo, è diventato grande, era un treno in corsa che non si fermava mai. Mi ci sono dedicato completamente e poi ho sentito che il film andava in un’altra direzione, non lo controllavo più. E poi è diventato il film che dovevo fare con Fellini da tanto tempo, il più italiano possibile, con il coraggio di farlo “mostruoso”. “Mostruoso” perché è un Pinocchio grande, angosciante, terribile, perché è un film che narra le vicende di una persona che cerca la felicità e alla fine dice che non si può essere felici».

È dunque molto filosofico.

«Eccome! È proprio l’emblema di un racconto che è superiore al suo autore. Collodi non si era reso conto di aver fatto una storia di tale possanza. Poi Disney l’ha trasformato in un’altra maniera, ma l’originale insomma è una storia terrificante. Parla della morte, e quindi di continuo la fatina lo mette sempre a contatto con la morte per farlo crescere».

Allora, sei rimasto contento del risultato di Pinocchio, cioè del film che ne è uscito. Oppure non è il film che intendevi fare?

«Beh, diciamo che è un film che si è fatto da solo. Io ho messo tutto quel che potevo in quel film dal punto di vista fisico e spirituale. È stato proprio un viaggio negl’inferi, in fondo proprio agli abissi. Può sembrare una sciocchezza dirlo così, ma è il film che mi ha impegnato di più, ecco, anche come sofferenza e lavoro è stato il più bello. Poi gli artisti e gli attori devono fare come i circensi, quelli al circo che fanno un numero di una difficoltà estrema e poi fanno un bel sorriso alla fine con l’inchino, questa è la nostra storia. Io rivendico questo e sono contento di fare finta che non sia successo niente, questo deve essere l’artista. Il poeta, o qualsiasi artista, non può dire “ho faticato.” È terribile dire questo, perché l’arte è un dono. Va bene, lo dico in un’intervista privata con te, ma queste sono le cose che non si avrebbe mai il coraggio di dire pubblicamente».

So però che volevi realizzare Pinocchio da tantissimi anni. È vero?

«Sì, ma volevo realizzarlo con Fellini. Era lui che me l’aveva chiesto e infatti l’ultima volta che l’ho visto all’ospedale, prima che ci lasciasse, gli ho detto “non te ne andare ora, caro Federico, perché dobbiamo farePinocchio.” E lui mi ha risposto, “lo farai tu Robertino.” Lui voleva fare un Pinocchio da incubo. Quando poi l’ho realizzato ho fatto i conti con quel momento imprendibile, quello proprio dopo l’Oscar con il quale bisogna fare i conti. Il mio Pinocchio mi è sembrato un personaggio più italiano, più universale, è quello con cui tutti gli italiani mi avevano in qualche maniera identificato. Ma in parte l’avevo già fatto, c’erano tracce di Pinocchio nel Piccolo diavolo, dove io facevo Pinocchio e Walter Matthau faceva Geppetto. Questa volta però l’ho affrontato direttamente e sono lieto d’averlo fatto completamente italiano. Dopo l’Oscar avevo avuto delle spinte e delle offerte per farlo con un cast internazionale, con famosissimi attori, e invece sono fiero d’aver mantenuto, diciamo, un forte senso dell’italianità. Nel cast non ci sono attori stranieri».

Poi hai fatto La tigre e la neve. Com’è nato questo film?

«Beh, La tigre e la neve è uno di quei film che nascono da un sentimento dal quale non ci si può liberare, che era quel periodo in cui vivevamo, quell’angoscia della guerra in Irak. Io ero così innamorato di quell’idea, ma ero tutto preso, perché c’era quel confine tra la commedia e la tragedia che è la mia maniera di fare. Lo sentivo così vicino; ma anche lì forse c’era qualche cosa di troppo cupo o di indeterminato sul fatto che non c’era distacco sulla guerra in Irak. Paradossalmente è stato il primo film su questa guerra. L’ho scritto e realizzato con grande gioia, ecco mi frullava il cuore. Come mi è piaciuta quella storia d’amore! E in più il protagonista era un poeta, uno che si guadagna da vivere scrivendo poesie, cosa che non era quasi mai accaduta nel cinema. Ho vissuto i mesi della scrittura come fossi in una rappresentazione».

E allora come ti spieghi la critica severa che ti hanno fatto?

«E sì, poi alla fine non ho mai capito che cosa non abbia funzionato. Benché ci siano stati alcuni fra i critici e il pubblico che l’abbiano ritenuto il mio migliore film, altri hanno fatto una critica che ha lasciato intendere che io abbia in qualche modo sbagliato. Quello serve, sì, è importante capire la critica, ma non per andare nella direzione del pubblico perché se no si rischia di fare i film per “the mall,” come quando fanno i “sneak preview.” Fare quello è proprio la contraddizione dell’arte e dell’autore. Comunque, in questo film io ho realizzato un personaggio maturo – per la prima volta – addirittura con due storie d’amore. Forse anche questa è stata una cosa forte per chi mi vedeva come il Benigni di una volta, allegro e spensierato. Ci sono dei passaggi, dei traumi, che richiedono sempre uno sforzo ma fanno bene, sono sani per chi li fa e per chi li riceve. Il mio pubblico, però, ha avuto qualche difficoltà ad immaginarmi in un altro modo».

Comunque, dopo questi due film si può dire che ti sei praticamente re-inventato. Parlaci un po’ della tua passione per Dante e La Divina commedia.

«Il mio amore per Dante, questo è un argomento che richiederebbe o un mare di parole o bisognerebbe risolverlo in pochissime parole. Cioè in 800 anni ha avuto più manifestazioni di amore Dante che pochi altri. Quindi io sono uno dei tanti che va a unire il suo granello di sabbia alle magnifiche dune sensuali della poesia dantesca. La mia passione è anche un omaggio per rendere grazie a uno che ci ha regalato una cosa così straordinaria, che ci ha fatto sentire per la prima volta protagonisti. Anche se le nostre notti e i nostri giorni non appaiono eccezionali a nessuno, lui ha detto “tu sei il protagonista di una storia irrepetibile” a ognuno di noi. Non ce l’aveva detto mai nessuno prima di Dante. E poi si è occupato di questo strano dono che tutti abbiamo in sorte, che è la vita, di cui nessuno oggi si occupa più, nemmeno la chiesa. Ci ha fatto sentire che i fatti che accadono nel mondo non sono la fine della questione, ma l’ha fatto in maniera laica; Dante non è mai “pretesco”. Anzi, lo fa in maniera opposta».

E a livello estetico?

«Beh, al livello estetico, il divertimento che procura La divina commedia è inesauribile. È come se Dio avesse detto: “Siete stati talmente buoni che vi regalo questo libro”. E quindi il mio amore per Dante è nato anche perché ho avuto la fortuna di nascere in un paese dove è molto popolare, lo vedevo, per così dire, in ogni faccia e in ogni parente che incontravo per strada. Anzi si può dire anche che il nome di Dante è sinonimo di poesia ed è il simbolo dell’ italianità».

E da dove è nata l’idea di fare le letture dantesche?

«È nata così, casualmente, perché io leggevo La divina commedia così, per divertimento. Sapevo alcune terzine a memoria. Poi nei periodi fra un film e l’altro ho voluto imparare alcuni canti interi a memoria, così anche solo per il suono, come uno impara una canzone. Eppoi io facevo il cantore di ottava, sai? Improvvisatore di poesia, quando ero piccolo. Mio padre mi aveva mandato sul palco, allora per esercitarmi io imparavo, come quasi tutti gli altri, l’Ariosto (perché ha scritto in ottava). La terzina non si adattava al canto improvvisato perché non finisce mai. Ma l’ottava è la più difficile. Come dice Borges, l’ottava fa impazzire. Quando uno impara a fare l’ottava può fare tutto. Allora con Dante avevo già una dimestichezza e la lectura dantis ha una tradizione centenaria».

È proprio questo che vorrei sapere, come ti prepari per ogni lettura?

«Quando si impara a memoria si impara come uno spartito. Mi preparo con la consapevolezza che non è possibile mettersi davanti a Dante, allora lascio lui davanti a me. Perché non si può stare davanti a una tale opera, solo i grandi istrioni sublimi come Carmelo Bene se lo potrebbero permettere. Lui provoca in noi il mito del divino, del divo. E lui se lo può permettere. Sai, il passaggio dal ridicolo al sublime è sottile. Infatti Carmelo Bene è a un passo dal ridicolo, ma è sublime. Lui solo lo può fare questo. Lui dice, “Io sono meglio di Dante, lo miglioro”».

Spiegaci ancora un po’ gli elementi che distinguono le letture di Carmelo Bene.

«Dunque, le letture di Carmelo Bene si pongono protagoniste rispetto a che cosa legge e lui fa l’attore, quello proprio dal greco, Dioniso, è divino- è un dio che dice “Io miglioro quello che vi sto leggendo, lo interpreto.” In verità per leggere Dante non c’è da interpretare, c’è solo da comprendere, capire profondamente quello che ha detto, perché se dentro si capisce quello che ha detto, allora si trasmette. Quello che faccio io è un lavoro estetico semplicissimo, capire, cioè, dove stanno gli accenti-questo è importantissimo. Poi far sentire che è un componimento che si chiama canto e non capitolo, quindi bisogna sentire la musica, il ritmo è la dizione. Facendo uno studio semplice e approfondito, si capisce come Dante vuole che la si legga, ma non perché lui non ci dia la possibilità di uscire da quel reticolato. Dà anche la possibilità di uscirne. Però dà le indicazioni come un maestro di orchestra. E quindi leggendolo si ha una gioia immensa quando si sente che si fa capire al pubblico quello che si dice senza essere pedanti e facendo sentire la sinfonia dantesca, perché ogni Canto è un’opera diversa».

Sì, va bene, ma tu non ti fermi al livello estetico e poetico, ti addentri anche nella politica, nella metafisica e nella filosofia che si trovano nell’opera di Dante.

«No, no, prima nell’esegesi è importante far capire la poesia, ma per il resto è semplicemente una spiegazione, io leggo tutti i testi che sono ritenuti più attendibili, quelli che sento più vicini a me e alla verità- e che del resto mi piacciono da morire. Ma c’è da tener presente che Dante non si rivolge mai a Dio ne La Divina commedia, non dice mai “Dio dammi la forza.” Invece si rivolge alle muse, ad Apollo, al Parnaso, e dunque lui risponde solo alla poesia, per cui la lettura di Dante, per essere coerente, va fatta in senso poetico. Quello che io faccio, ed è una gioia quando ci riesco, è di far capire il verso e di far sentire il ritmo, la dizione, la scansione che in Dante sono perfette, ma perfette!»

E io direi che, grazie alla tua lettura, hai ispirato il pubblico a rivalutare questa grande opera che, tristemente, oggi viene considerata “un mattone.” Tu infatti l’hai resa un “best seller.”

«Sì, infatti, è come se avessero scoperto un mondo di una bellezza, di una grandezza…».

È fatto risaputo che Dante fu un poeta dissacrante, uno che s’interessava appassionatamente alla vita socio-politica della sua beneamata Firenze, uno che si prese la rivincita sui suoi nemici mandandoli all’Inferno. Ma si potrebbe dire che tu sei il Dante del ventunesimo secolo?

«Ohh! (grande risata) Povero Dante, si rivolta nella tomba! Ma Dante non fa satira, fa poesia sempre. Perché a me sinceramente la satira non piace».

Ma come, tu non fai satira?

«Può sembrare che abbia fatto satira, invece non è così. Non sono un grande amante della satira perché è supponente, chi la fa sembra che giudichi, che ne sappia più degli altri e che se ne prenda scherno. Ho sempre cercato di fare la satira unita invece… (pausa) al corpo. La mia satira è un’altra cosa, è plasmata dalla teatralità del corpo. La mia satira è nei movimenti, negli aspetti che rende puro, cioè è come una cosa infantile. Io posso andare a toccare i genitali del presentatore, o spogliarmi, o prendere in braccio la Carrà e simulare un amplesso, che simboleggiava l’amplesso cosmico, un amplesso con l’Italia- insomma quello che faccio sempre. L’unione alla suggestione dell’infantile spacca proprio la satira».

Ma l’intenzione della tua satira non era, ed è, di criticare la società?

«Sì! Però era plasmata, ripeto, da questa cosa infantile che rendeva puro ciò che dicevo. Io ho fatto degli spettacoli dove dicevo delle cose fortissime, ma era come se le dicesse un bambino. Io poi sono d’accordo con Calvino quando dice che s’inchina alla satira quando è universale, quando scaglia i suoi dardi sulla tragedia dell’umanità. Ma quando va a prendere di mira una persona in particolare non è più satira. Io per esempio, non ho mai fatto una vera satira su Berlusconi. Ne fanno gli altri, eccome! E mi fa molto divertire. Io ho fatto uno spettacolo tutto su Berlusconi, ma l’ho preso come un simbolo della tragedia universale. Per questo c’era pure l’arca di Noé, c’era il diluvio universale, c’era la Bibbia. Ma mai farei della satira sulla sua persona privata».

Secondo te, quale funzione svolge il comico nella società?

«Beh, forse ha la funzione la più possente e difficile, perché a differenza della tragedia, la comicità ci mette in contatto con noi stessi, mettendoci allo specchio la parte più misera e bassa, quindi quella che vorremo nascondere. A differenza della tragedia, il comico è più tragico perché mentre il tragico parla della parte più nobile dell’umanità, il comico parla delle nostre miserie. Per questo Dante è grandissimo. Gli crediamo quando ci dice che noi siamo divini perché ci ha detto prima che eravamo la feccia della creazione. E dopo ci dice che siamo le stelle, che siamo Dio. Se avesse fatto solo la tragedia avremo dei dubbi. Allo stesso modo il comico parla della nostra parte più umana, più debole, quella che ci ricorda che siamo ridicoli. E questa è la cosa più sana al mondo».

Come è avvenuta la trasformazione di Dante dal poeta del popolino che si esprimeva in volgare al punto di riferimento della cultura intellettuale italiana?

«Ma perché Dante ha inventato tutto! E poi il popolo l’ha preso da sé. Quando la Commedia venne copiata, nei primi tempi, quando non esisteva nemmeno la stampa e le copie si dovevano fare a mano, beh, a quei tempi già si sapevano i versi a memoria e già giravano copie apocrife. E poi Dante è il primo intellettuale nel senso moderno della storia. Inoltre Dante ha inventato dei concetti e dei sentimenti che non erano catalogati. Per esempio, ha inventato la sinestesia, cioè dare una qualità sonora alla luce. Quando uno dice, “sono turbato,” non si rende conto che è stato Dante a cristallizzare questo concetto. I poeti come Dante sono un’estensione della nostra anima, ci permettono di andare più in là. L’anima nostra è piccolina e loro la fanno volare in alto. Dante ha inventato proprio tantissimi sentimenti che prima non c’erano. E poi, si è posto il problema del linguaggio in maniera moderna, ed ha avuto il coraggio di parlare di politica-e in un modo impegnato come intellettuale!»

In un blog ho letto che sei “il manifesto per la cultura e la grandezza dell’Italia nel mondo” e che tu ci ricordi delle nostre radici. Tu che pensi di questo sentimento?

«Ma io non l’ho mai letto questo blog! Comunque io sono orgoglioso di essere italiano. Abbiamo inventato tantissime cose, abbiamo alfabetizzato la musica e inventato praticamente tutti gli strumenti musicali. La poesia moderna, l’hanno inventata Dante, Boccaccio e Petrarca. Persino Shakespeare non fa che rimuginare quei quattro concetti che hanno inventato questi italiani. Nella politica e nel diritto i Romani hanno inventato l’era moderna. Il Rinascimento italiano è ineguagliabile come grandezza. Questi sono dei regali enormi che abbiamo fatto all’umanità. Però bisogna stare attenti a non dire quelle sciocchezze che ci fanno poi sembrare nazionalisti, e credimi, non c’è niente che mi fa più paura del nazionalismo. È la cosa più brutta, più orrenda. Sì, le differenze sono una ricchezza ma quando ci sono le distinzioni in altre maniere sono un orrore. Per esempio bisogna ammettere che come noi italiani abbiamo inventato il linguaggio dell’arte, della musica e dell’architettura, oggi sono gli americani che stanno inventando il linguaggio del computer e del commercio globale. Questo è bello perché anche la lingua si ricrea, ridiventa viva in questo modo».

Benissimo, ma ora ritorniamo alle tue letture dantesche. Il critico Paolo Della Sala ti ha accusato d’aver frainteso la concezione dantesca d’amore e d’averla ridotta al sesso. Dice pure, “È pericoloso traviare i giovani con letture abborracciate…” Tu come gli rispondi?

«Non l’ho letto questo critico, però ci sono stati altri che hanno scritto cose simili. Io qualche volta mi prendo delle libertà di spettacolo nel raccontare aneddoti sulla vita di Dante, ma nella lettura mai. Posso dire però che non ho mai fatto preponderare il sesso. Forse ha frainteso una frase che ho detto? Magari ha estrapolato una frase? Ma nel concetto generale quando io parlo di Dante, o di Paolo e Francesca, mi guardo bene dal suggerire il sesso. Racconto che Dante era una persona che amava molto le donne e degli aneddoti e storielle che si conoscono di lui. Avrò detto delle cose popolari quando ridivento il “Benigni popolare.” Questo viene permesso proprio perché uno si mette il costume e la maschera del giullare popolare e deve chiamare la gente a vedere lo spettacolo, per così dire. Ma poi quando lo spettacolo comincia, si può scherzare su tutto ma non sulla poesia, come diceva Balzac. Quando Dante scrive “la bocca mi baciò tutto tremante” a che cosa pensava? Un verso come questo non si trova in Petrarca, mai. È un verso dove c’è una fortissima sensualità e tenerezza. Dante era un poeta molto sensuale».

 

Ma allora ora che tu ci hai ripensato, vuoi dire che infatti il sesso c’è nella Divina commedia!

«Ma certo. Ma l’opera non avrebbe resistito! Anche nella Bibbia c’è il sesso. Un’opera, per resistere ai millenni, deve essere piena di religiosità e di erotismo. Ti assicuro che non c’è sessuofobia né nella Bibbia né nella Divina commedia».

E poi leggiamo su un articolo scritto da Ariana Luciani che il grande dantista, Vittorio Sermonti, ti ha accusato d’aver ridotto il capolavoro dantesco a una sola idea: l’amore-per cui il tuo spettatore non può più apprezzare la vera grandezza di Dante. È giusta questa critica?

«No, non è giusta. Ma guarda che Vittorio Sermonti è la prima persona alla quale mi sono rivolto per avere suggerimenti danteschi fatti da un bravissimo critico come lui, ed è pure un grande dantista. Beh, forse dipende appunto dal momento in cui mi si prende. Non c’è niente di più facile che trasmettere al pubblico il sentimento dell’amore. Si può dire che così come L’Iliade ci fa sentire che tutta la nostra vita è una battaglia, e l’Odissea tutta la vita è un viaggio, e il libro di Giobbe che la vita è un enigma, allora Dante ci fa sentire che tutta la vita è un problema d’amore. Ma in tutti questi libri se si prende solo una frase fuori il contesto, possiamo cambiarne il senso. Nella Bibbia magari si può leggere: “Dio non esiste.” Poi si volta pagina e si legge: “dice lo stolto.” È vero che non si può parlare de La Divina commedia a prescindere dell’amore perché Dante conosceva a memoria le sacre scritture e il Vangelo è il libro dell’amore in senso assoluto. Dante parla dell’amore profondissimamente e quando io parlo d’amore non lo faccio in maniera gaglioffesca. Questo no, perché sarebbe come andare a toccare le parti basse, una cosa che mi mette in imbarazzo solo a pensarlo».

E allora, come si spiega questa critica abbastanza forte di Sermonti?

«Se Sermonti ha detto questo, forse lo ha detto cercando di capire il grande successo popolare che hanno ottenuto le mie letture. Gli spettatori in televisione, circa quindici milioni, una media di otto mila persone in ogni piazza d’Italia (con addirittura a Siena 50.000), le cassette che ora si vendono e che sono prime in classifica come se fossero un cartone animato. E allora Sermonti avrà voluto dare una giustificazione a questa popolarità. E l’amore funziona sempre. Magari questo è il suo modo di dire, “Dante non è così.” Ed è vero perché Dante ognuno lo vede a maniera sua e vuole dire, “Dante è anche così.” Ha ragione Sermonti, ma non si può fare uno spettacolo su Dante parlando in generale. Se ne prendono alcuni aspetti e si approfondiscono. Perché se no, sarebbe come voler parlare dell’universo. Dante è come l’universo nella sua infinità. L’importante è di far capire la grandezza di Dante e l’amore che io porto alla sua opera».

Infatti si potrebbe dire che sei stato la musa che ha ispirato l’amore per Dante nel popolo italiano dei nostri tempi.

«Hai detto una cosa bellissima e ti ringrazio. Se fossi riuscito a fare questo, non si potrebbe fare di più. Quello che ho notato, ed è quello che mi piace di più, e che sono riuscito a trasmettere al pubblico che io lo amo davvero. E di conseguenza moltissimi sono andati a ricomprare la Commedia e si sono messi a rileggerla da soli, che è infatti la maniera di farlo».

E poi arriviamo alla critica che ti ha fatto Franco Zeffirelli che ha dichiarato che Dante è una cosa seria e bisogna lasciarlo alle persone serie; e che povero Dante resterebbe inorridito a sentirti declamare i suoi versi con l’accento di Prato. Ha aggiunto che “è una bestemmia, sa di montanari dell’Appennino e non di Firenze.” Vuoi commentare?

«Ah, questo è divertente! Molto chic questa critica (con risata ilare). Très chic, très chic. Quando c’è una moltitudine è chiaro che ci sarà una varietà di giudizi. Comunque questa è stata la più divertente delle critiche. E i motti di spirito sono sacri, quindi la metto tra le dichiarazioni positive».

Allora, Berlusconi è ritornato al potere in Italia. Ne sei rimasto sorpreso?

«No! Ma che sorpreso? Diceva Montanelli che bisogna vaccinarsi contro Berlusconi, provarlo un po’ alla volta. Dunque è stata una soddisfazione vederlo ritornare al potere. Paradossalmente è molto difficile fare satira su Berlusconi perché è troppo buffo e ridicolo lui stesso. Allora basta semplicemente ripetere le cose che dice e che fa certe volte. Non c’è bisogno di fare lavoro inutile. I comici hanno bisogno di una rigidità; più rigido è il potere, più facile è satirizzarlo. Invece in lui è tutto sfilacciato. In più il materiale è già in se stesso debordante. Quando si mette in bandana, per esempio. Per un comico può sembrare facile e invece non lo è, in questo caso. È un soggetto che non si adatta bene, che è lui stesso a fare lui stesso. Moretti a un certo punto ha deciso di farci un film quasi tragico, Il Caimano, un film che ha avuto molto successo. E secondo me Moretti aveva preso una bella strada, facendolo in chiave tragica. Veramente, è l’unico modo di vederlo. È tragico e fa morire dal ridere. Ed è una tragedia anche questa. Ma gli italiani lo votano. E io amo gli italiani. E quindi penso che a me sfugga qualcosa e vorrei capire più a fondo».

Eppure io riconosco molto del carattere americano in Berlusconi.

«E si forse, c’è anche quello, ma è molto italiano. Accidenti se è italiano Berlusconi! Mamma mia!»

Forse si potrebbe dire che Berlusconi unisce in sé alcune delle peggiori caratteristiche di tutti e due i popoli.

«Hai ragione, è imprendibile Berlusconi, a tutti i livelli ma anche dal punto di vista tragico. E poi c’è da dire che c’ha questa energia debordante, questa forza, la maniera di fare, è un guerriero, insomma. Non c’è niente di epico in lui, gli manca l’epica. Avrei voluto anch’io fare un film su Berlusconi perché è un personaggio che attrae, però non ho mai capito che tipo di film si potrebbe fare su di lui. Quando faccio uno spettacolo e inizio, la risata più grande risulta solo a dire il suo nome. Ma è impressionante. Io dico “Buona sera. Allora Berlusconi!” Solo questo dico, e c’è una risata sgangherata-e un applauso! Come se avessi detto una delle battute più forti dello spettacolo. Nessuno ha quella forza! È come se io promettessi delle cose che si esauriscono tutte lì. Invece non c’è niente, c’è solo il nome. È una risata strana, forse anche un desiderio di catarsi. Ti giuro, che è così alla televisione, in teatro, con diecimila, ventimila spettatori. È un fatto enorme perché dopo d’aver detto il suo nome io passo ad altro, non continuo».

In quale girone pensi che Dante l’avrebbe messo?

«Ma no, anche Dante si sarebbe fatto una risata. È troppo buffo per metterlo all’Inferno. Ho pure un affetto per lui, si fa per dire».

 

Continuerai a sfotterlo?

«Per forza! Non mi piace la satira, ma sfottere Berlusconi sì, è irresistibile, irresistibile».

E allora, parliamo adesso un po’ dell’Italia. Quali diresti tu sono i problemi più urgenti che affrontiamo come nazione? L’economia, l’immigrazione, la corruzione politica?

«Eh, questi sono temi più alla Santoro, “Anno zero,” sono engagés».

 

Perché dici così, non ti piace parlare di politica?

«Sì, come no, ma molto. Mi sono sempre occupato, direttamente o lateralmente, di politica. Sono proprio una bestiolina politica e ho il desiderio di parlarne tanto.

Anche se di politica non ne ho fatto mai nel cinema – in televisione sì, ma non nel cinema».

Beh, a questo io non ci credo. Ne La vita è bella non si trattava di politica? Il fascismo, lo Shoa, la guerra mondiale, secondo te questi non sono temi politici?

«Guarda, per non andare proprio nello stereotipo, io non ho mai affrontato direttamente quei temi più vasti e diciamolo pure, “politici,” che hanno molta più forza. Quello invece che colpisce il pubblico è quello che lo riguarda da vicino. Il protagonista de La vita è bella non è impegnato politicamente. Vuole vivere, vuole una vita normale, e gli viene impedito. È la persona più meravigliosa del mondo, purissima, intelligente, vuole costruire, vuole creare, vuole vivere ma non s’interessa di politica».

Sì, va bene, ma si può dire che la politica ci coinvolge tutti e spesso anche contro la nostra voglia, non ti pare?

«Sì certo, e bisogna occuparsi di politica, certo! Adesso c’è una ondata di anti-politica in Italia micidiale. È una cosa terribile perché si confonde la politica con i politici. Nel senso classico, cioè già dai tempi di Aristotele, la politica voleva dire l’arte di organizzare la nostra vita. Il fatto che si inciti a non votare oppure che si dica che i politici sono tutti uguali, questo fa un danno enorme. Grillo, per esempio, che è un grande comico, sta facendo una battaglia sacrosanta, pieno di energia, è straordinario. Mi viene un po’ paura, solamente, quando sento 40-50.000 persone in piazza che urlano quel “vaffanculo”. In qualsiasi maniera lo si dica mi evoca sempre un pericolo. Bisogna votare. Dico una banalità, ma è l’unico modo. È l’unico momento in cui ognuno di noi può fare una scelta e affermare la sua visione delle cose. Ai mascalzoni fa solo piacere se non votiamo, se nessuno di noi vota e uno di loro sì, hanno vinto. Così funziona la democrazia».

Ma oggi siamo in tantissimi a provare momenti di sgomento e persino di disperazione al solo pensiero della corruzione che esiste nei governi, nella politica, nella società. E se Beppe Grillo sputtana 24 deputati parlamentari che sono stati imputati, non ha ragione di farlo?

«Sì, ha ragione di farlo, ma sono le forme che non mi piacciono. Sento qualcosa dentro che mi dice che c’è un pericolo. Probabilmente ha ragione di farlo in questo modo perché non ce n’è un altro, però dico che questa è una maniera che è distante da me. Quelle urla nella piazza accendono tutti i sistemi di allarme e brutti ricordi nella storia».

E l’economia italiana come va? Tutti si lamentano.

«E sì, si lamentano, ma quando mai non si sono lamentati? Io vorrei vedere la famosa redistribuzione del reddito. Mi piacerebbe essere il Papa e fare un bel discorso. Mi hanno chiesto anche di entrare in politica tante volte, ma sento che proprio non ne sono attratto. Veltroni mi aveva chiesto una cosa bellissima e anche molto originale, di fare a giugno, nel giorno in cui Mussolini aveva fatto la dichiarazione di guerra, un discorso dallo stesso balcone di Palazzo Venezia, dove facevo la dichiarazione di pace».

Insomma, cosa pensi dell’Italia d’oggi, una nazione pluriculturale in un mondo globalizzato?

«Dell’Italia di oggi penso molto bene. Sento che c’è uno spirito molto positivo e vitale anche se spesso può sembrare l’opposto. E poi credo che è un popolo che ha dimostrato in tutta la sua storia dei momenti estremi, paurose cadute con altrettante riprese. Ci sono stati anche momenti un po’ gaglioffi. È un popolo che ha conosciuto la fame, la disperazione, sa cos’è il dolore, quindi è un popolo sul quale si può sempre contare. E anche se ci sono poi delle nubi o dei colori un po’ più densi e cupi, il cuore centrale degli italiani batte sempre forte. Stanno morendo dei momenti storici. E ne stanno nascendo di nuovi. È un segno buono quando si parla male del nostro paese. Invece la situazione diventa tragica quando non si parla più dei momenti difficili, ciò vuol dire che non c’è più speranza».

E se parliamo di razzismo?

«E sì, questo è un tasto terribile. Sì, è vero che ci sono sempre più interventi razzisti ma questo fa parte di quella forza giovanile con cui in qualche maniera si devono fare i conti. Certo che è facile riaprire quelle cose piene di vermi che pensavamo di avere distrutto. Rimetterli in vita, come fanno i politici, per guadagnare qualcosa o per averne un vantaggio personale, è una grande volgarità, è il grande orrore che attraversa l’umanità di tutti i tempi. C’è sempre stata».

Cioè, secondo te, l’Italia non è cambiata?

«No, non è cambiata. Se è cambiata è perché sta andando avanti. Le nuove generazioni sono meglio delle vecchie».

Allora cosa pensi di quelli che ritengono che le ondate d’immigrati stanno mettendo la cultura italiana in pericolo d’essere diluita? Magari persino d’essere distrutta?

«Ma quelli sono dei grandi sciocchi! Sono persone che si mettono in pericolo, perché prima di tutto non ricordano la propria storia. Tutti noi siamo stati in terra di nessuno, non accolti, e quindi dobbiamo la vita a persone che ci hanno guardato con benevolenza. E non dobbiamo mai averne paura, il razzismo è un sentimento arcaico che viene dalla razza, dalla tribù, dalla preoccupazione di mantenere le proprie radici. Ma le radici non le può distruggere nessuno. Le radici si accrescono, si nutrono di tutto. E poi, niente può fermare quello che una volta si chiamava con quella brutta parola, “il progresso.” In ognuno delle facce di queste persone che vengono qua si vede proprio la vita, la grandezza, la misericordia, la possibilità di esprimere dei sentimenti verso di loro, ma non in maniera razzista, in maniera umana. Ma io mille volte scelgo loro, ogni volta che vedo le facce di queste persone. E non si capisce perché certe cose poi avvengano. Certo, il discorso politico può essere diverso e lo lascio ad altri che lo possono fare meglio di me. Per me quando vedo gli extra-comunitari in Italia è una gioia. È una cosa impressionante di bellezza questa ricchezza che abbiamo».

E secondo te, quali sono i problemi più pressanti dell’America?

«Beh, questa è una bellissima domanda! Quello che sento che sia il più preoccupante è proprio quello della sua immagine, che è cambiata profondamente. E questa è una cosa che non era mai accaduta da quando ero piccolino. S’era qualche volta un po’ intaccata, ma s’era subito recuperata. Adesso sento che s’è spezzata in qualche maniera e ci vorrebbe qualche cosa veramente di straordinario per farci riprendere quella meravigliosa sensazione che avevamo prima: che anche quando le eravamo contro, l’amavamo profondamente. “L’America”, esisteva dentro di noi come una bella presenza, qualsiasi cosa facesse, ed anche solo la parola, evocava un sogno. Non alludo al famoso “sogno americano”, che è un semplice luogo comune, era una cosa più profonda e essenziale. La parola stessa evocava il mito. E oggi fa male il fatto che non ci sia più questa immagine dell’America».

Stai seguendo la campagna elettorale che si sta svolgendo in America? Cosa pensi dei candidati?

«Beh, io devo dire di non conoscere personalmente Obama, però ho avuto la fortuna di conoscere Hillary Clinton anni fa. C’è stato un momento, nel 2001 o nel 2002, quando fui invitato a un convegno dal Presidente del Consiglio D’Alema a cui parteciparono anche Jospin, Blair, Schroeder e Bill Clinton con Hillary. Fu molto bella la serata perche c’era un tavolo dove c’erano tutti i presidenti, e un’altro dove c’erano le mogli dei presidenti- e insieme alle mogli c’ero pure io. E io dovevo divertire le mogli. Figuriamoci! Fui invitato perché avevo da poco vinto l’Oscar e ci andai perché c’era il Presidente Clinton che mi voleva conoscere. Dunque accanto a me c’era Hillary Clinton. Parlammo anche di Dante, mi ricordo che lei conosceva La Divina commedia profondamente, mi ha saputo citare persino delle terzine. Quindi mi sembra una donna molto preparata e con grande personalità, una donna che potrebbe guidare un paese straordinario come l’America».

E di Obama che ne dici?

«Mah, ha una fortissima potenza temporalesca Obama. È uno che c’ha una poesia, dei versi che gli si muovono in faccia. Si sente che qualcosa l’ha toccato. Non si sa se è troppo debole o troppo forte, insomma un uomo imprendibile. Comunque queste sono due persone che amo molto e che mi stanno facendo ritornare la parola America dalle profondità in cui si era inabissata. Dunque è un momento molto importante».

E di McCain?

«Veramente McCain non l’ho nemmeno seguito perché mi sembra cha faccia parte del passato, di qualcosa che non va più. Comunque non voglio credere che vinca lui questa elezione. Agli americani importa quello che il mondo pensa di loro».

Quali progetti artistici hai per il futuro?

«Adesso mi piacerebbe chiudere con Dante nei tre regni e all’estero, perché le richieste all’estero sono più pressanti che in Italia, e se lo farò, come ti avevo già accennato, in America andrò solo a Los Angeles e New York, e poi il Canada. Poi abbiamo scelto anche Inghilterra, Argentina, Francia, Spagna e Germania. Mi hanno chiesto di farlo persino la Siria e l’Egitto, il Giappone. Insomma, il giro durerà quattro mesi. È la prima volta che ne parlo di questi progetti e mi emoziona pure».

Che bello, ma allora grazie della confidenza!

«Ma dopo di questo avrei voglia di fare un film comico, divertente, magari alla Johnny Stecchino. Comunque non ti so dire di che tipo. Però te l’ho detto».

 

* Grace Russo Bullaro

Associate Professor

Director of Graduate Program in English

City University of New York, Lehman College

grace.bullaro@lehman.cuny.edu

 

 

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