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La parola ai talenti fuggiti dall’Italia

Brillanti giovani italiani alla Suny Stony Brook hanno discusso sui perché si lascia il Paese che ti ha istruito e formato

Ignorata per tanto tempo, la fuga dei cervelli è diventata un problema socioeconomico, politico e culturale che minaccia il futuro dell’Italia. Sotto la brillante direzione del professore Mario Mignone, e con l’apporto di Aldo Verrelli ed altri associati all’Italian Center della Suny Stony Brook, si è tenuta sabato 8 maggio la conferenza "Does the ‘Brain Drain’ Threaten the Future of Italy?".

Il convegno è stato un successo per la partecipazione di stimolanti personaggi italiani che hanno discusso diversi aspetti del problema. Tra questi, Sergio Nava,  giornalista di Radio 24 ed autore de "La fuga dei talenti", il Dr. Salvatore Rotella, Chancellor emeritus del Riverside College della California, il Dr. Antonio Morena, dell’università di Harvard. Con loro anche il giornalista Stefano Vaccara, Executive Editor di Oggi7 e docente al Lehman College Cuny. La conferenza ha avuto il momento culminante nella tavola rotonda con i brillanti talenti italiani in America che hanno raccontato i motivi dietro la loro partenza dalla penisola e le loro aspirazioni.

Come spiegare il bruciante desiderio d’andar fuori dall’Italia? Il professor Mignone, nel dare inizio ai lavori, ha detto che il talento deve essere accompagnato da una forte dose di coraggio, da lui chiamato "ulissismo," inteso come voglia di rimettersi in gioco altrove.

L’intervento del Prof.  Salvatore Rotella era titolato Is Italy at War Against Its Own Younger Generations? Demographic, Economic, Social and Political Considerations. È veramente quindi l’Italia un paese anti giovani? "Non c’è nessuno ‘stato di guerra’ organizzato contro la gioventù," ha sostenuto Rotella. Il problema, semmai, sta nel fatto che i giovani non hanno l’opportunità di organizzare la propria vita grazie a un lavoro fisso. Comparati ai giovani delle altre realtà mondiali, gli italiani prendono più tempo per finire l’università ed iniziare una carriera, e rimangono più tempo con i genitori ed hanno meno possibilità di crescita nella società. Solo un 3% dei figli provenienti da famiglie con reddito medio-basso della popolazione italiana riesce a superare il livello socioeconomico dei loro genitori. Secondo Rotella "uno su cinque degli italiani sotto i venti anni è disoccupato… e molti di quelli che lavorano, perdono il lavoro dopo un anno." Rotella ha precisato che il 35% degli italiani sotto l’età di trentacinque anni ha un contratto a tempo determinato, e solo un 10% di questi contratti vengono tramutati a tempo indeterminato: "Come una bottiglia di latte, questi lavori posseggono una data di scadenza".

A causa di questa triste realtà, tanti giovani preparati tentano la fortuna fuori dalla nazione, causando un effetto devastante nell’economia del paese. Secondo i dati demografici mostrati da Rotellla, le previsioni sono piuttosto pessimistiche e nel breve periodo non tenderà a cambiare, la maggioranza della gente in Italia sarà sempre più anziana e ciò potrebbe portare ad un problema economico-sociale quasi irrimediabile. Inoltre per "clientelismo" e "familismo amorale" già analizzato mezzo secolo fa da Edward Banfield, tutto ciò dimostrerebbe la mancanza di meritocrazia. I posti vacanti non si assegnano ai migliori candidati, ma ai "figli d’arte." Rotella ha proposto un sistema per stabilire un sistema basato soltanto sulla meritocrazia, e se deve esistere qualche preferenza, che sia data ai giovani e integrare l’istruzione con il mondo di lavoro.

Sergio NavaL’intervento di Sergio Nava, autore del libro "La fuga dei talenti", era intitolato
Young Talents Who are Leaving Italy: A Book, a Radio Show, and a Blog to Tell Their Story. Nava ha detto che sembra che in Italia "Non ci sia  l’intenzione di risolvere il problema… perché va contro molti interessi". Nonostante il fatto sia già noto a tanta gente, le istituzioni non vogliono studiare le adeguate contromisure al problema descritto dai dati. Si è cercato di contare gli italiani che vanno all’estero, ma non tutti gli italiani si registrano nei consolati. Appare evidente che mentre l’Italia manda i suoi talenti fuori, riceve più lavoratori "low-skilled", quindi poco qualificati. Si calcola che più di due milioni di giovani sotto i trentacinque anni si trovano in altri paesi. Nava afferma d’aver condotto una ricerca nel 2006 che mostra come risultati 11.700 laureati che si sono trasferiti in un altro paese, e sarebbe stato calcolato che ciò equivarrebbe ad una perdita di più di cinque miliardi di euro per Italia. Per Nava è importante portare a conoscenza dell’opunione pubblica italiana il dato che non si tratta più di un’élite ristretta, che i giovani stanno fuggendo dalla nazione, per cause economiche o prettamente sociali.

L’intervento del giornalista di America Oggi Stefano Vaccara, era intitolato Recommendations: Comparison Between Italy and the United States
Da sempre costume italico, secondo Vaccara negli ultimi venti anni l’uso distorto della raccomandazione in Italia è diventato un grave problema. I raccomandati quasi sempre non posseggono il talento e la preparazione necessaria per svolgere i lavori che riescono ad ottenere. Per Vacccara "la raccomandazione è ormai uno strumento di potere. Usato da sempre dalla mafia per mantenere consenso e controllo sul territorio, anche per le oligarchie della partitocrazia italiana è diventato lo strumento principale per mantenere il loro potere. Come appunto un sistema mafioso, tra raccomandato, raccomandante e chi riceve e porta a termine la raccomandazione non offrendo quel lavoro a chi invece lo meriterebbe, si instaura un rapporto di complicità e dipendenza, una rete di collusioni che si espande a macchia d’olio. Chi sta dentro gode di privilegi non meritati, per chi resta fuori e non si vuol piegare al sistema, non resta che partire". Negli Stati Uniti invece la raccomandazione è ancora usata in modo corretto: "Chi raccomanda" ha detto Vaccara, "di solito lo fa perché stima il candidato e sa che meriterebbe quel lavoro. Nessuno si deve vergognare o nascondere di raccomandare o essere raccomandato".

L’intervento di Antonio Morena, della Harvard University, era intitolato Brain Drain vs. Brain Exchange: Activity in Italy. Sarà quindi un esodo permanente? "L’interscambio di cervelli non è solo naturale, ma necessario per mantenere un certo livello di competenza," dichiara Morena nel suo intervento. Quattrocentocinquanta anni dopo l’era di Erasmus, l’Unione Europea creò quel programma ononimo che offre l’opportunità a tanti studenti di studiare in diversi posti dell’Europa e vedere il mondo con altri occhi. Come parte di uno sforzo per recuperare certi talenti, l’Italia ha proposto un programma incentivo dove gli italiani che ritornano in Italia pagheranno meno tasse. Secondo Morena, non è necessario cercare di recuperare solo i talenti italiani. Dato che l’Italia è diventata una terra d’immigrati, converrebbe sfruttare le conoscenze dei talenti stranieri presenti nel Belpaese o in procinto di trasferirsi per riservare più opportunità ai cervelli che sono già in Italia.

Il Prof. Mario B. Mignone, a questo punto ha citato Dante: "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza." (Dante: Canto XXIV) Anche se era stato nascosto o ignorato, il problema della sparizione dei talenti italiani resta latente. Si calcola che fra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo secolo, circa nove milioni d’italiani emigrarono dalla nazione in ciò che sarebbe stata ribattezzata "la rivoluzione silenziosa." Dagli anni 1970, c’è stata un’onda di talenti che si è trasferita oltreoceano. Le statistiche riportano 4.5 milioni d’immigrati legali in Italia, equivalente a un 7% della popolazione; il 10% degli studenti alla scuola elementare, ad esempio, sono figli di immigrati. Ma questo da problema ora può trasformarsi in un’opportunità.

A chiudere la conferenza, una appassionante tavola rotonda con sette dei giovani talenti italiani in America che hanno potuto condividere la loro storia con il pubblico. "Ci sono troppe poche occasioni di mobilità di carriera per giovani professionisti o scienziati" ha dichiarato Arianna Maffei del Department of Neurobiology and Behavior dell’università di Stony Brook,  seguita dalla giovanissima architetta Daniela Tanzi: "È quasi impossibile trovare una posizione con un buon salario come architetta a quest’età. Subito dopo la laurea a Roma, sono venuta a New York inseguendo il sogno di una internship nello studio dei miei sogni (Eisenman Architects). Mi hanno presa, senza conoscenze e solo dopo una intervista,  e dopo alcuni mesi mi hanno offerto un lavoro con un salario adeguato. In Italia sarebbe stato impossibile per me".

Tanti giovani professionisti si sono trasferiti altrove, sperando di ritornare un giorno in Italia, come dice Cristina Cammarano, studentessa di PhD nel programma di filosofia e pedagogia del Teachers College della Columbia University: "Mi piacerebbe un giorno tornare per insegnare in Italia nella mia lingua… Ma sarebbe difficilissimo, non avrei le occasioni che ti offrono qui".

Effettivamente, non tutti i talenti si sentono "in fuga", dipende dalll’esperienza. È vero anche che gli italiani che vanno via, non sempre possono riadattarsi al sistema in Italia. Per questo motivo, enuncia l’imprenditore Filippo Beretta, laureato al Mit, dove insegna e specializzatosi a Boston nell’avviare, lanciare, scoprire "start up" in tutto il mondo: "Il ritornare in Italia non è nemmeno rilevante. Io posso fare il mio lavoro ovunque. Anche in Italia potrei, certo ci sono differenze, ma anche lì si può, basta sapersi muovere. Insomma ormai sono un imprenditore globale".

"Il problema del ritorno in Italia non può essere risolto solo con incentivi economici" dice il ricercatore e manager farmaucetico Gian Luca Araldi. "Nel mio campo, quello famaceutico, l’industria italiana è ormai decaduta. Questo potrebbe avvenire presto anche qui negli Usa…" Mentre Tommaso Boralevi, pur provenendo da una famiglia molto conosciuta di Firenze, decise di andare a studiare a Berlino "perché volevo realizzarmi dove non mi conosceva nessuno", dice che per non far partire i giovani talenti "si dovrebbe poter ispirare di più in Italia chi vuol darsi da fare, e magari potrebbe restare, invece…". Boralevi, CEO di MobilEngineering Inc., ha rivelato di voler far qualcosa per la sua amata Firenze, e ha anche proposto un progetto al nuovo sindaco: "Mi ci sono volute settimane per riuscirlo a vedere, ma poi l’ho convinto".

Secondo Salvatore Mascia, del Department of Chemical Engineering di MIT, gli italiani non dovrebbero essere così pessimisti. "Se si è persistenti, la meta è raggiungibile anche in Italia. Io volevo partire per fare esperienza fuori e non tornerei adesso, ma dopo chissà. Comunque si dovrebbero stabilire  più rapporti tra professionisti italiani all’estero con quelli che rimangono in Italia".

Ma come vedono il futuro dei giovani italiani rimasti in Italia? Per Arianna Maffei resterà "statico" mentre Filippo Beretta non ha dubbi: "Ci saranno quelli che se vogliono, riusciranno a trovare il modo di realizzarsi, ma temo che la maggioranza continui a restare com’è adesso: ‘bella e abbronzata’".

Alla fine la domanda: ma voi cosa potreste fare per l’Italia? Vi impegnereste in prima persona? Tutti, pur volendo star lontani dalle alchimie della politica italiana, hanno auspicato di poter spingere il sistema italiano a dare più opportunità ai giovani, in tutti i campi. Chissà se qualcuno di loro, tornando dall’America, in un giorno non troppo lontano, non possa partecipare a questo ricambio anche per i Palazzi di Roma….

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