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L’antica e incompiuta nazione

La "Salvemini Lecture" di Giuliano Amato sui 150 anni d'Unitá d'Italia all'Istituto Italiano di Cultura di New York

 NEW YORK. Non avrà avuto lo stesso ritmo e magari la stesso trasporto del Roberto Benigni visto al Festival di Sanremo, ma anche la lezione di Giuliano Amato sull’Unità d’Italia ha trasmesso emozioni forti al pubblico che giovedì pomeriggio affollava la sala dell’Istituto italiano di cultura di New York. La "First Gaetano Salvemini Lecture" dell’ex premier italiano e oggi presidente del comitato per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, era intitolata "Italy: an Old and Unfinished Nation". A presentare Amato al pubblico, il direttore dell’Istituto Riccardo Viale, che ha voluto che fosse proprio l’ex Presidente del Consiglio del governo italiano  (nel 1992-93 e nel 2000-2001) e più volte ministro socialista di Bettino Craxi, ad inaugurare il ciclo di lectures dedicato a Gaetano Salvemini, l’insigne studioso di scienze sociali e storico italiano che ai tempi del fascismo trovò rifugio ad Harvard.

Ad introdurre l’intervento di Amato c’erano due ambasciatori di generazioni diverse: Giulio Terzi e Richard Gardner. L’attuale ambasciatore d’Italia a Washington, dopo aver elencato i vari prestigiosi incarichi ricoperti da Amato nella sua carriera, ha ricordato il discorso che John Kennedy fece il 17 marzo del 1961, in cui per il centenario dell’Unità d’Italia il presidente americano affermò che i valori fondanti ed ispiratori del Risorgimento fossero gli stessi che avevano formato gli Stati Uniti. Gardner, che fù ambasciatore di Jimmy Carter a Roma, ha esordito dicendo che Amato per lui "resta l’uomo più erudito che io abbia mai incontrato nella mia vita". Gardner ha anche ricordato come "quando chiesi a mio genero come se la stesse cavando nel lavoro di consigliere diplomatico del premier Amato, mi rispose: ‘Ma lui non ha proprio bisogno di nessun consigliere diplomatico’". E infine dall’ambasciatore Gardner un altro aneddoto molto apprezzato dall’ex primo ministro: "La prima volta che vidi Amato fu quando da giovane studente alla Columbia University, nel 1962 venne con la sua classe in visita alla Casa Bianca. Io, che allora lavoravo per l’amministrazione Kennedy, feci un discorso agli studenti sulle varie strategie internazionali degli USA. Amato si alzò per primo e disse: ‘smettete di invischiarvi in Viet Nam, rischiate un errore gravissimo…’ Peccato che allora non ascoltammo il consiglio di quel giovane studente italiano".

Quindi Amato ha iniziato la sua lecture parlando in piedi e a braccio, in un inglese impeccabile, riuscendo a tenere concentrata l’affollata sala dell’Istituto per ben 55 minuti spiegando perché l’Italia fosse per lui "una nazione antica quanto incompiuta".

Amato giunge a interpretazioni e conclusioni diverse da quelle che, solo due settimane fa, su queste stesse pagine avete letto di Pino Aprile, l’autore del libro "Terroni" presentato recentemente a New York.  Come abbiamo fatto in quella occasione, vi riportiamo della lecture di Amato i passaggi principali senza aggiungere alcun commento:

"Dobbiamo prima iniziare con lo spiegare cosa è l’identità nazionale, o sentimento nazionale. Lo studioso, tra i più citati sulla questione dell’identità nazionale, è da sempre il francese Ernest Renan, autore del celebre saggio ‘Che cosa è una nazione?’ (ricavato da una lecture tenuta da Renan alla Sorbonne nel 1882, ndr)".  "Per avere un sentimento nazionale" ha continuato Amato, "cioè per poter appartenere alla stessa nazione, abbiamo bisogno di due cose: un passato comune, cioè una tradizione culturale, e anche c’è bisogno degli eroi. Questi si possono identificare come i predecessori dell’identità nazionale. Quindi, come ci dice Renan, è importante avere un passato condiviso ed essere coscienti del sacrificio che gli antenati hanno fatto per creare quegli ingredienti che hanno aiutato a formare questa identità nazionale".

"Ma il secondo elemento" ha proseguito Amato "è che si ha pure bisogno di un futuro condiviso.  Bisogna voler condividere con gli altri l’avventura di qualcosa di nuovo che tutti coloro che vivono nella stessa nazione vogliono raggiungere e vivere insieme. E quindi, ecco che Renan aggiunge,  anche la condivisione di quei sacrifici che la costruzione di un futuro comune potrebbero richiedere. In questa visione offerta da Renan, il passato e il futuro sono egualmente necessari…"

"La mia opinione personale è che pur trovandolo un concetto corretto, preferisco a Renan le analisi di un’altra studiosa francese, la storica Anna Marie Thiesse, illustrate in un bel libro, sulla formazione delle nazioni in Europa. Thiesse ci fa capire che sicuramente il passato è importante, ma non pensate che le nostre nazioni siano veramente  nate nel Medio Evo, dove cerchiamo i nostri antenati. Le nazioni nascono quando gruppi di uomini e donne decidono di voler costruire un futuro insieme. A quel punto guardano indietro nel passato e trovano cosa potrebbe essere necessario per dare una sorta di legittimità storica alla loro costruzione nazionale. Così, a prescindere dalla retorica che tutti si accetta nel celebrare quel passato che ha portato alla fondazione della nazione, io penso che la Thiesse abbia ragione e quello che lei sostiene ha una grande importanza soprattutto per noi italiani. E cioè che il passato non è un qualche cosa di oggettivo, che può essere uguale per tutti. Il passato è ciò che noi vogliamo che sia. Il passato è dove noi cresciamo, quello che selezioniamo per dare legittimità alle nostre scelte in relazione al nostro futuro. E per questo si trovano nel passato le tradizioni condivise, così come gli eroi, quando il tuo obiettivo è quello dell’unità nel voler affrontare il futuro. Ma puoi allo stesso tempo trovare nel passato motivi di divisioni e di differenze e di ostilità ogni volta che il tuo obiettivo per il futuro è invece la divisione. Quindi il passato è una decisione nostra, ed è così tanto evidente che se si leggono certi libri di storia, si capisce come il passato di molte nuove nazioni è stato letteralmente inventato, con la celebrazione di eroi mai esistiti, in modo da dare questo tipo di legittimità alla nazione che ha bisogno di quel passato".

Ed ora Amato arriva alla questione italiana: "Ecco perché l’Italia  è una antica nazione, perché la nostra storia ancor prima della creazione dello stato italiano è già italiana. Come identità culturale, infatti l’Italia è esistita per secoli prima di diventare una identità istituzionale e politica. Quindi c’è una grande differenza,  perché questo da al nostro senso di nazionalità qualcosa di più forte che in altri casi. Gli storici italiani non devono inventare pezzi del nostro passato. Gli eroi utilizzati nel diciannovesimo secolo per promuovere la nostra nazionalità sono eroi reali. Così Manzoni, nel suo ‘1821′, non particolarmente bello nei versi, ma può scrivere che l’Italia era già unita perché ‘una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue, di cor’ . Ora sarà stata una esagerazione sulle arme, perché non era vero che c’era un esercito unico, anzi erano troppi gli eserciti italiani che si confrontavano tra loro. Ma certamente una lingua sì che c’era già da secoli. In un passaggio del libro del Presidente Carlo Azeglio Ciampi ‘Non è il Paese che sognavo’, lui andando indietro alla sua esperienza al Quirinale, scrive che quando incontrava i giovani studenti era solito leggergli passaggi del Petrarca e del Leopardi senza dir loro di quali dei due fossero. E poi chiedeva: è questo Petrarca? È questo Leopardi? Non è facile dare la risposta se non conosci a memoria i versi. E il motivo è che la lingua usata dai due poeti è praticamente la stessa, così le parole. Potrebbero essere state scritte nello stesso periodo di tempo, ma Petrarca le scrisse nel XIV sec. mentre Leopardi le scrisse cinque secoli dopo. Ma è la stessa lingua, anche se si trattava di una lingua scritta, mentre è vero che gli italiani parlavano i loro dialetti. Ma era comunque un asset pronto e utilizzabile per l’unificazione del paese. E ancor più l’‘altare’, perché sicuramente un vero legame tra gli italiani di quel tempo c’era con la religione. Che diventa un problema perché allora c’era il potere secolare della Chiesa che si opponeva all’unificazione sotto un altro re, e che fu anche la ragione del perché milioni di italiani ebbero subito un legame non stretto con il nuovo stato unitario. Ma quando Ugo Foscolo invitava gli italiani ad andare indietro nella storia, italiani tornate alle storie, aveva delle buone ragioni per spingere a questo tipo di legittimità nel passato comune, perché questo supportava il Risorgimento e il progetto di riunificazione. E questo progetto di futuro si basava su due colonne: l’indipendenza nazionale, che significava sbarazzarsi delle potenze straniere che governavano parti d’Italia, e quello di sbarazzarsi anche della sovranità limitata, in cui i piccoli stati italiani erano praticamente assogettati ad un controllo delle principali potenze straniere, cioè Francia, Austria e Gran Bretagna".

Senza mai fermarsi neanche per un sorso d’acqua, Amato così ha proseguito: "Ora questo stesso progetto era perseguito sia da Cavour, Mazzini e Garibaldi ma i tre avevano idee differenti a che tipo di unione si doveva arrivare. Sapete che gli inglesi dell’Economist, alla morte di Cavour, lo definirono il miglior statista d’Europa? Mazzini aveva idee ‘sovversive’, perché era per la Repubblica d’Italia e per una assemblea costituzionale come fondante del paese. Garibaldi continuava ad essere quel genio militare, imprevedibile e pronto con pochi uomini e donne a sfidare eserciti molto più grandi e sconfiggerli…"

"Ma subito dopo l’unificazione del Paese le strade dei tre si dividono, ricordate che Garibaldi non era soddisfatto che Roma ancora ne rimanesse fuori, e iniziò una nuova azione che nel 1862 si concluse in Aspromonte. Ogni bambino italiano della mia generazione conosceva la canzone ‘Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba’…   Così dopo le sconfitte di Garibaldi e Mazzini, due Italie videro la luce: quella esistente e quell’altra Italia, quella che sarebbe potuta essere. E questo tipo di dualismo tra l’Italia esistente e unificata, e l’altra Italia che ci sarebbe piaciuta molto di più, si è preservato attraverso le decadi. Qui dobbiamo accettare la realtà che l’Italia fu costruita da persone differenti che avevano idee diverse su come si doveva costruire il paese. Per Cavour doveva nascere sotto il re del Piemonte, per Mazzini una Repubblica con una assemblea costituzionale. E così Vittorio Emanuele invece di diventare con il nuovo regno Vittorio Emanule I, rimase Vittorio Emanuele II, e Mazzini invece di avere una nuova assemblea costituente si ritrovò con lo statuto Albertino, che era la costituzione del Piemonte. Cioè una continuità che per i democratici che invece volevano voltare una pagina nuova per il paese ovviamente era una sconfitta. Inoltre c’erano quelli che volevano un’Italia centralizzata con regole uniformi per tutte le regioni e stati precedenti, altri come Cattaneo pensavano che c’erano tante differenze e che andavano preservate, anche perché altri stati italiani preunitari erano più avanzati del Piemonte e quindi queste loro peculiarità legislative sarebbero dovute essere valorizzate. Per esempio le donne avevano raggiunto in certe regioni diritti più avanzati che in Piemonte. E sopratutto sul fondamentale diritto della rappresentatività e del diritto al voto molte regioni d’Italia erano più avanzate del Piemonte. Pensate che quando si votò per i plebisciti nelle diverse regioni per dire si o no all’unificazione, alla fine circa il 25 per cento degli italiani votarono. Quando il nuovo regno fu formato, per eleggere i rappresentanti al Parlamento di Torino si usarono invece le regole elettorali del Piemonte, alla fine solo l’1,5% della popolazione italiana ebbe il diritto a votare. Quindi, da questo punto di vista, sicuramente una grande delusione".

A questo punto Amato svela la sua opinione: "Francamente, devo dirvi che dal mio punto di vista quell’Italia che fu costruita, sicuramente peggiore del sogno dell’altra Italia, probabilmente fu l’unica Italia possibile. Proprio perché il paese era ancora a sovranità limitata. Cioè le azioni di Mazzini e Garibaldi furono essenziali a smuovere le cose, ma non sarebbero mai state in grado di raggiungere i loro obiettivi perché sarebbero stati fermati dalla Francia e dal Regno Unito. E questo apparve chiaro fin dall’avventura dei mille di Garibaldi… In altre parole sarebbe stato impensabile al tempo che l’Italia fosse stata lasciata nelle mani dei ‘sovversivi’, le grandi potenze potevano accettare un’Italia unita soltanto nelle mani di loro simili…"

Amato pensa anche "che la scelta di avere optato per un governo centralizzato al tempo fu probabilmente corretta. Perché le differenze erano tali che probabilmente un sistema decentralizzato non sarebbe sopravvissuto. Certo, non è simpatico, e l’Italia che avemmo non era così bella, e fu chiamata immediatamente dagli intellettuali del tempo, l’Italietta. E persino Carducci, che era il poeta dell’Unità, arrivò a scrivere, ‘brutti i cappotti e i berretti dei soldati, brutto lo stemma dello stato, brutti i francobolli’. E c’erano buone ragioni per non piacere… E poi quella guerra contro i briganti del Sud fu troppo dura, con migliaia di persone che non avevano niente a che fare con i banditi che furono coinvolte. E in cui i militari che appartenevano ad un esercito regolare come quello del Regno delle due Sicilie furono trattati da banditi. E così vediamo subito all’opera questa debole Italia, ma ripeto, la sola possibile Italia, che commette tanti errori…"

"Ed ecco che ci avviciniamo alla questione dell’Italia ‘non compiuta’. Ma prima osserviamo i milioni di italiani che emigrano all’estero. E non solo dal Sud, dove c’erano state promesse non mantenute, ma penso anche alle partenze dal Friuli, dal Veneto, Piemonte, e in poche decadi milioni e milioni di persone partono con l’Italia nel cuore ma cercando il loro futuro fuori dal loro paese. Ciò significa che nel loro paese c’era stato qualcosa che li aveva delusi, che non era stato raggiunto e li aveva costretti a partire.

Eppure lo ripeto, è difficile accusare coloro che non fecero di più, perché probabilmente non sarebbe stato possibile a quel tempo fare di più…. Queste difficoltà continuarono a nutrire il sogno di un altra Italia contro quella esistente. Così divisi sul loro futuro, divisi da quello che succedeva nel loro paese".

"Dobbiamo essere pure un po’ bilanciati, non è tutto nero o bianco. La ‘brutta italietta’ fece comunque tante cose. Quando il regno d’Italia si formò, in quel momento l’analfabetismo era all’80%, uno dei più alti d’Europa…. fu l’Italia unita che creò un sistema nazionale d’istruzione e che iniziò a dare alle ragazze la stessa istruzione che si dava ai ragazzi. E lì si creò anche il corpo di insegnanti donne, che fino ad allora non esistevano.  Per Cavour l’Italia unita sarebbe potuta diventare uno stato moderno… Pur essendo Salvemini un federalista, anche lui espresse la mia stessa opinione, che l’Italia che abbiamo avuto allora fosse in realtà l’unica possibile".

"La nostra elite era quello che era. Cavour, un moderato democratico liberale, aveva avuto come principale obiettivo l’industrializzazione del paese, e aprì le porte alle potenzialità di una nuova elite industriale che avrebbe trasformtato il paese. Perché l’Italia era ancora il paese di allevatori e contadini. Ma in Italia a quel tempo non c’erano gli industriali. Se Lenin voleva in Russia la rivoluzione industriale senza i lavoratori, in Italia si voleva la rivoluzione industriale senza gli industriali…. Così in Italia il conflitto industriale generò opposte ideologie estremiste, e l’Italia diventerà il paese dove ad un certo punto si confrontano i comunisti contro i fascisti…"

"Arriviamo alle conclusioni: possiamo dire che l’Italia è un paese completo, che ha raggiunto i suoi obiettivi? Non sarebbe corretto dirlo, perché resta qualcosa dell’Italia di non ultimato.  Dobbiamo riconoscere che nonostante anni di sviluppo al Sud, resta ancora presente la questione Meridionale. Ancora oggi la maggioranza dei giovani che devono lasciare la loro terra proviene dal Sud. Il dibattito alla fine tra noi resta la stessa vecchia discussione, su che cosa ci manca. E alla fine arriviamo alla domanda: abbiamo l’Italia senza avere ancora gli italiani? O abbiamo gli italiani senza avere ancora l’Italia? È un dibattito che non si ha mai negli Stati Uniti, o in Francia, o in Germania. Perché invece da noi è così? Perché non possiamo metterci d’accordo su come celebrare i 150 anni dell’Unità? Perché abbiamo ora nel Nord d’Italia la ricerca per le radici nordiste, la ricerca di un passato separato, perché improbabili predecessori celtici vengono cercati nelle acque dei nostri fiumi? E dall’altra parte cresce una specie di nostalgia per i Borboni, arrivano i neo-bornonici ma perché succede?"

Amato per le risposte si fa aiutare dalla storica francese citata prima: "Così io torno ad Anna Marie Thiesse, lei direbbe che diversi italiani stanno cercando cose differenti nel passato, non cercano le tradizioni comuni, non cercano gli eroi in comune. Nel Nord ci sono quelli che cercano soltanto i loro eroi, i loro antenati, e nel Sud ci sono coloro che ricercano le loro tradizioni. Ma che significa? Che non cercano un futuro comune, Anna Marie direbbe. Ma hanno un futuro in comune? Se lo cercassero questi diversi passati non emergerebbero dalla nostra storia comune. Quindi chiaramente questo è il problema degli italiani. Ritrovare quel dannato futuro condiviso. Ogni tanto lo ritroviamo e poi lo riperdiamo e cominciamo a combatterci tra noi, ancora una volta. Ci sono storici che hanno inventato la nozione della ‘divisility’, un termine che non esiste in italiano ma che descrive la nostra tendenza a dividerci. E la mia percezione è che non ci dividiamo tanto nel futuro per il passato, ma per il nostro presente. Siamo bloccati in una vita ormai presa alla giornata, che ci impedisce di inventare ciò che abbiamo sempre fatto nella nostra storia, quello di inventare il nostro futuro con la nostra creatività. Ernesto Galli Della Loggia, nel suo bel libro che è stato recentemente rieditato, ‘Le identità italiane’,  scrive che l’Italia ha una missione, che il futuro dell’Italia è nella sua missione. Perché così tante persone vengono in Italia? Certo non perché siamo un museo naturale, si possono avere delle foto dell’Italia nel National Geographic, ma non sarà mai per quello. Noi abbiamo la cultura italiana che attraversa i secoli. La gente viene in Italia per godersi questa cultura, questo capitale che abbiamo costruito nei secoli. E continuamente noi riproducevamo quella cultura e la combinavamo con la modernizzazione, questo è qualcosa che sapevamo fare e possiamo ancora fare.  Non soltanto nei nostri quadri, nelle nostre statue, ma nelle nostre attività quotidiane. C’è una creatività italiana che produce non solo pezzi d’arte ma prodotti, prodotti industriali che hanno l’impronta di queste  qualità italiane. Quindi dovremmo riflettere su queste nostre capacità che abbiamo dimostrato di avere attraverso diverse epoche storiche. Ma vi immaginate un paese senza oro, senza petrolio, senza metalli preziosi, che diventa il quinto o sesto paese del mondo? È stato dovuto alla creatività degli italiani e questa dovremmo cercare per il nostro futuro. E invece eccoci a bisticciare tra di noi".

Ed ecco l’appello di Amato: "Voi italiani all’estero, che avete la fortuna di osservare l’Italia da fuori, vi prego diteci basta! Fermateci! È ormai il tempo di finirla, di smetterla. Ora che dobbiamo celebrare questo dannato 17 marzo, perché il re firmò quel giorno del 17 marzo 1861 l’avvenuta Unità, basta con le polemiche. Per me si può celebrare come volete, deve essere un giorno che non si va al lavoro? E va bene, ma basta così.  Concludo dicendo che uno dei nostri migliori storici, Lucio Villari, nel suo libro ‘Sì bella e perduta’ notava questo: la differenza tra l’Italia e altre grandi nazioni, come gli Usa, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, è che negli altri paesi c’è unità sulla celebrazione della memoria del giorno dell’indipendenza nazionale, in Italia riusciamo a dividerci anche su quello. Villari lo ha scritto mesi fa. E infatti oggi eccoci qui".

 

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