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Le tre F dell’Italia in America

Al Calandra Institute della CUNY, l'immagine dell'Italia in America analizzata attraverso le tre F: Fashion, Food e Film

Nella foto, il cast dello show televisivo "Jersey Shore"

 

 

 

 

Quella newyorchese e’ una primavera anche intellettuale della città ha ospitato eventi disparati quali il Cherry Blossom Festival, il Tribeca Film Festival, il PEN Literature Festival, nonchè la quarta conferenza annuale organizzata dal Calandra Italian American Institute intitolata “The 3 Fs in Italian Cultures: Critical approaches To Food, Fashion, and Film”.

Dal 28 al 30 aprile 2011, 35 esperti e ricercatori si sono radunati per discutere sugli aspetti salienti della cultura italiana negli Stati Uniti, con particolare riferimento a cibo, moda e cinema, parole che in inglese cominciano tutte con la lettera F.

Ad aprire i lavori della prima giornata di incontri sono stati il Dean del Calandra, il professor Anthony Julian Tamburri, accanto ad altri esponenti della CUNY, Katharine Cobb, Matthew Goldstein e John Mariani, corrispondente per la rivista Esquire.

La conferenza, articolatasi in due giornate, ha consentito di individuare i punti di forza e di falla di un processo identitario adesso alla ribalta, attraverso un excursus cinematografico-letterario che ha reso celebre il personaggio italo-americano nell’immaginario collettivo globale. Il protagonista stereotipizzato di film cult quali “Il Padrino”, della serie televisiva “The Sopranos” o del reality show di MTV, “Jersey Shore”, riflette soltanto una parte dello spaccato storico, sociologico e culturale degli italiani d’America, che va analizzato criticamente guardando ad altre componenti che hanno reso così particolare questa etnia.

La sacralità del cibo e dei suoi rituali, della famiglia e del pater familias, della rete sociale, costituisce una componente essenziale di un gruppo che si tramanda ricette, tradizioni e atteggiamenti sin dalle prime generazioni di immigrati, pur apportando modifiche e adattamenti locali. “Perché, dunque, siamo arrivati alla ridicolizzazione degli italo-americani, con caricature delle caricature? È questo un fenomeno tipicamente americano, con stereotipi che oltrepassano quelli regolari, arrivando all’esagerazione?” – ha chiesto un partecipante dal pubblico. Se “Jersey Shore” o “Everybody Loves Raymond” sono la prova evidente di questo fenomeno di ridicolizzazione in atto, della commercializzazione di un "Guido" tutto muscoli e poco cervello, che intanto o purtroppo vende con successo il prodotto Italia all’America, la creazione di stereotipi è uno dei modi con cui l’America affronta la sua complessità e gestisce la sua multiculturalità.

«Eppure, il personaggio di Scorsese in questo film – che lascia lo spettatore con una domanda misteriosa: “Cosa sarebbe peggio? Vivere come un mostro o morire come un uomo perbene?” – decide di rimanere fedele alla famiglia, che non è riuscito a proteggere nella realtà…facendo bella figura e accettando il mondo della finzione come quello ideale. Un pò come succede ne “La Vita è Bella” con Roberto Benigni, che rinnega la triste realtà pretendendo che tutto vada bene».

Con queste osservazioni, ad esempio, la professoressa Lorraine Mangione ha invitato i presenti a riflettere sull’ultimo film di Scorsese, “Shuttered Island”, tracciando i temi ricorrenti nella letteratura cinematografica italo-americana, tra cui quello predominante degli eccessi e degli estremi che creano confusione tra realtà e finzione. A seguire numerosi interventi che hanno offerto lo spunto per analizzare la storia, le immagini e il successo di un’identità raccontata attraverso la poesia, la letteratura e l’immancabile cibo.

Tra questi, preme menzionare quello del professor Fabio Parasecoli, appena nominato coordinatore del programma di studi sul cibo presso la New School di New York. Parasecoli ha annunciato il suo nuovo progetto di ricerca: studiare il cibo da una prospettiva culturale-storica diversa che tenga conto anche di altri aspetti di politica comparata globale, quali le protezioni geografiche, la relazione del prodotto con il territorio e la creazione di prodotti a valore aggiunto, allargando l’indagine anche a prodotti non propriamente italiani. Perché, dunque, un approccio critico allo studio degli italiani d’America?

«Perchè l’immagine dell’americano italiano – “senza trattino” precisa il Dean Tamburri – è stata fatta propria da tutti, tranne che dagli americani italiani. La conferenza, quindi, serve a portare avanti non solo la nostra eredità ma anche ad analizzare la continua evoluzione della nostra cultura in tutti i suoi aspetti… altrimenti si rischia di rimanere in una sorta di carcere, basato su una nostalgia opprimente che non ci permette di andare avanti e progredire».

È su quest’ondata di riscoperta progressiva dell’identità degli americani italiani che il Calandra ha inteso partire, estendendo lo spettro dell’analisi all’intera “etnia bianca”. Questo, infatti, sarà il tema della conferenza del prossimo anno, intitolata “Reconfiguring White Ethnicity. Expressivity, Identity, Race”, ovvero “Riconfigurare l’etnia bianca. Espressività, identità, razza” (per maggiori informazioni scrivere a calandra@qc.edu; la scadenza per la presentazione dei papers è fissata al 16 settembre 2011).

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