Cerca

SpettacoloSpettacolo

L’INTERVISTA/ Turturro, “Core ‘e Napule”

Il regista-attore italoamericano ci parla di "Passione", un film tra le canzoni e gli incanti della città partenopea

John Turturro a Napoli durante le riprese di "Passione"

Classe 1957, John Turturro è nato a Brooklyn. Papà Nicola era di Giovinazzo, in provincia di Bari; mamma Catherine era originaria di Aragona, in Sicilia. Carpentiere il primo, cantante jazz la seconda. Turturro ha frequentato il master in Fine Arts alla Yale School of Drama. Una carriera intensa e assai raffinata, iniziata con una piccola partecipazione in Toro Scatenato nel 1980. Sposato con l’attrice Katherine Borowitz, ha due figli.
Nei titoli di coda si firma “Giuà”. È così che gli amici italiani lo chiamano. È così che, ironicamente, ha voluto concludere il suo film. Novanta intensi minuti, diretti da Turturro che ne ha curato la sceneggiatura con Federico Vacalebre.
 «“Passione” è un’avventura musicale che scaturisce direttamente dall’anima del popolo e dalla terra vulcanica che esso abita». Quelli che l’occhio del regista racconta, sono «antiche storie e miti che ancora vivono – amore, sesso, gelosia, protesta sociale – ogni canzone è una piccola sceneggiatura, una cartolina».
Come ha accolto il pubblico americano la prima proiezione del tuo film? New York è una città da sempre legatissima all’Italia. Ragione in più per proporre qui “Passione”.
«È vero. New York ha sempre avuto un’altissima concentrazione di migranti italiani. E credo che essa abbia anche accolto le notevoli influenze della cultura italiana. Devo dire che il film ha ricevuto ottime critiche sia in Italia che negli Stati Uniti. Effettivamente tutti hanno rilevato che si tratta di un film insolito, certamente non ordinario. Eppure fruibile con estrema facilità da un pubblico ampio e variegato. Anche qui a New York».
È stato difficile condensare nei sottotitoli in inglese la ricchezza e la pittoresca bellezza del dialetto napoletano?
«In effetti lo stesso problema si pone anche in Italia, con chi non parla il dialetto. Abbiamo scelto una traduzione molto asciutta, sufficiente a dare il senso della storia. Il resto lo fa necessariamente la musica, con le emozioni che in ogni caso riesce a trasmettere. È la musica che parla, che racconta, che crea la magia».
Il suo film è stato accolto benissimo dagli stessi napoletani. Ho letto la splendida recensione di LaCapria, uno dei più grandi intellettuali partenopei. Lusinghiera. Come è stato possibile compiere questo miracolo?
«Ho letto l’articolo di Raffaele La Capria sul Corriere della Sera. Francesco Rosi mi segnalò il pezzo. Ne sono stato a dir poco lusingato. Non si tratta semplicemente di una recensione, ma di un approccio molto intimista al mio film. Credo che sia uno degli scritti più intensi che io abbia mai letto. “Passione” è stato il frutto di una serie di ottime collaborazioni. Forse è questo il suo più grande pregio. Penso a Federico Vacalebre, che oltre a lavorare con me, è stato anche una sorta di maestro, una guida sicura».
È stato difficile selezionare artisti e canzoni? Come noto, la produzione napoletana è pressappoco sconfinata.
«Sì, non è stato un lavoro semplice. Ho ascoltato centinaia di canzoni. Sceglierne solo una manciata non è stato un compito grato. Lo stesso dicasi per gli interpreti. Abbiamo giocoforza dovuto escluderne tanti».
Che rapporto hai con la musica?
«Mia madre era una musicista e mio padre amava molto la musica. L’ambiente familiare, dunque, ha certamente influenzato la mia formazione. Io ascolto ogni tipo di musica. Mi piace ascoltare generi e musicisti diversi, anche in base ai miei stati d’animo. Devo dire che ho imparato a spaziare molto».
Nel film non mancano le intersezioni culturali tra Italia e Stati Uniti. Penso, ad esempio, al bellissimo ed emozionante spaccato di James Senese.
«Certo. Abbiamo scelto di raccontare la straordinaria storia di James affiancandola alla “Tammurriata Nera” in una sequenza concettuale e musicale. Si tratta senza dubbio di un pezzo molto interessante della storia del popolo napoletano: l’incontro con i soldati americani. Sono davvero onorato che Senese abbia voluto raccontarsi in maniera così autentica».
In realtà è come se tu avessi compiuto una sorta di miracolo. I napoletani ti hanno subito adorato. Hai toccato il loro cuore.
«Sono stati i napoletani a toccare il mio cuore, invece. È molto diverso vivere un luogo senza la superficialità che può avere un turista. Mi sono lasciato incantare dalla bellezza della terra, ma soprattutto dalla generosità della sua gente. Ho vissuto quello che si potrebbe definire lo “spirito” di questo popolo. Questo film è stato un piccolo miracolo, davvero. Abbiamo lavorato con un budget piuttosto limitato, eppure siamo riusciti a mettere insieme tantissimi artisti. Ovviamente il merito è della squadra composta da Federico Vacalebre (sceneggiatura), Marco Pontecorvo (fotografia) e Simona Paggi (montaggio). Uno degli aspetti dell’Italia contemporanea che più mi sorprende, è la mancanza di connessione tra i talenti. Si lavora e si collabora poco insieme. In questo caso, invece, siamo riusciti ad ottenere una straordinaria concentrazione di eccellenze musicali ed artistiche. Spero davvero di lavorare ancora in Italia. Sto anche studiando la lingua. Intanto sono felice di aver raccontato una città così bella e magica, come Napoli. Volevo che affiorassero la bellezza della sua anima, il suo spirito vulcanico, la sua autenticità. Senza approcci stereotipati, senza convenzioni, senza pregiudizi».

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter