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TEATRO&BROADWAY/ Ciliegi sempre in fiore

Nella foto, John Turturro con Dianne Wiest  “The Cherry Orchard” di Cecov

Nella foto, John Turturro con Dianne Wiest “The Cherry Orchard” di Cecov

Il famoso “Giardino” di Cecov interpretato dagli stupendi John Turturro e Dianne Wiest. C’è anche un altro dramma su Martin Luther King

Nuova produzione per “The Cherry Orchard” di Cecov, nella chiara traduzione di John Christopher Jones (CSC, 136 East 13th Street). Gli attori sono vicinissimi a noi e ci interpellano. Vediamo ancora una volta un mondo di aristocratici che non vedono l’inevitabile arrivo della rivoluzione russa. Trattano male i loro servi e dimenticano alla fine un fedele servo nella casa abbandonata. Padroni della villa con “il giardino dei ciliegi” sono Ranevskaay (Dianne Wiest) e il fratello Gaey (Daniel Davis). Non hanno soldi dopo il loro viaggio a Parigi e, per risolvere i loro problemi, dovrebbero vendere. Il contadino arricchito Lopakhin (un perfetto John Turturro) li scongiura di vendere. Alla fine si decide e compra lui. Trionfo di una nuova classe. Tutti bravi. Sopecialmente Varya (Juliet Rylance), commovente nel suo desiderio di sposare Lopakhin, e il giovane innamorato Epikhodov (Michael Urie) che vien definito il gran disastro. Inciampa, cade spesso, sbaglia tutto.

Ben diretto da Andrej Belgrader. Un bel successo.

Ritorna il personaggio di Martin Luther King, in un altro dramma sul suo ultimo giorno di vita. Il tre aprile 1968. “The Mountaintop” di Katori Hall al teatro B. Jacobs (242 West 45th Street). L’eccellente Samuel L. Jackson sta preparando il suo discorso. Una brillante, divertente cameriera (Angela Bassett) lo viene a visitare e lo distrae. Si pensa che lo voglia sedurre o che sia una spia dell’Fbi che voglia incastrarlo e distruggere. Niente di tutto ciò. Non è nemmeno umana ed è stata mandata dal Padreterno per prepararlo e prelevarlo. Teatrale. Applausi.  Vien poi ripresa dalla compagnia Peccadillo una commedia che ebbe molto successo nel 21939, “The Man Who Came to Dinner” di Moss Hart e G.S. Kaufman (St. Clement’s Church, 423 West 46th Street). Si ride per due ore, divertiti dall’arrogante, rude comportamento di un ospite che era venuto per pranzare, cade ed è su una sedia a rotelle. In una casa dove diventa padrone assoluto, terrorizzando tutti. Jim Brochu, che ammirammo come Zero Mostel in “Zero Hour”, è perfetto in un ruolo che potrebbe sembrare eccessivo. Ma è anche commovente il suo desiderio di non perdere la fedele segretaria che è innamorata e vorrebbe lasciarlo. Complotti, sorprese, rivelazioni. Il regista Dan Wackerman sa scegliere ottimi attori e li dirige con stile. Tutti convincenti. Specialmente Cady Huffman, Kristine Nevins e Tony Triano. Caldi applausi. Successo. Il nuovo teatro Ohio (154 Christopher Street) presenta “Post Office” di David Jenkins. Vediamo con una certa nostalgia un ufficio dove diligenti impiegati fanno del loro meglio. I due postini sono David Gelles ed Eric Hoffman. Uno è anziano e serio. L’altro è giovane e si lascia sedurre dalla simpatica, brava Anne Giobbe. Buon dialogo e buona recitazione. Snella regia di Josie Whittlesey.

MTWorks (Sarah Chaney e Jessica Thornhill) hanno avuto una buona idea. Il lunedì gli attori sono liberi di stare a casa o mostrare la loro celata abilità in un teatro. Stiamo parlando dei sostituti, gli attori che sono fra le quinte pronti a sostituire i protagonisti delle commedie a Broadway. Solo raramente hanno occasione di farsi vedere e sentire. Ci fanno quindi sentire le loro potenti voci in “Underworld V” (Triad, 158 West 72nd Street). Vengono introdotti dai simpatici musicisti Lauren Molina e Nick Cearley. Abbiamo applaudito “understudies” che meritano i ruoli che sognano ansiosa-mente dietro le quinte. Voci potenti e passionali: B. Struxness, C. Mach, N. Cearley, S. Chaney, N. Rouleau, L. Molina, A. Tolpegin, P. Cappello, K. Webber, D. Lyons. Caldi applausi per tutti.

La compagnia Atlantic è ora al teatro P. Norton (555 West 42nd Street). Presentano “Happy Hour” del regista cinematografico Ethan Coen.

Tre atti unici di difficile realizzazione per qualunque regista. Coen non rispetta le regole aristoteliche dell’unità di spazio e azione. Salta di scena in scena, da un luogo all’altro. Compito difficile anche per lo scenografo che deve mostrare diversi locali dopo pochi minuti di dialogo. Neil Pepe (regista) e Riccardo Hernandez (scenografo) fanno del loro meglio. “End Days”. In un bar Hoffman (Gordon MacDonald) parla ininterrottamente. Si lamenta di tutto. Slava (Rock Kohli) si addormenta.

Battuta divertente: “Ma quello parla inglese?” “City Lights”. E’ stato scritto, sicuramente, come copione cinematografico. Dobbiamo seguire un musicista (Joey Slotnick) da un luogo all’altro, a destra e a sinistra. Ha perso un Cd in tassì. Ha dato un numero di telefono sbagliato. Va in una casa sbagliata dove la simpatica Kim  (Aya Cash) s’innamora di lui nonostante sia violento e volgare. Arriva l’amica Marci (Cassie Beck). E’ diffidente ma mostra interesse quando arriva poi in casa il tassista (Eok Kohli). Scandalizzano Kim facendo sesso sul suo divano. Kim fugge mangiando un gelato. Si presenta a casa del musicista. E’ dolce e simpatica. Un brutto finale. Lui la insulta e caccia via. Ted è un personaggio ributtante.

“Wayfarer’s Inn”. Due amici in una camera da letto. Buck (Clark Gregg) è vitalissimo ed allegro. Tony (Lenny Venito) è triste e depresso, pronto al suicidio. Buck va a cena in un ristorante giapponese con due belle donne che  raccontano strane storie di pesci che mangiano uomini (Susan Hyon ed Ana Reeder). Strappano risate.

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