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TEATRO&BROADWAY/ Più Italia a Manhattan

Nella foto, Ana Grosse con Raul Duran e Gerardo Gudino nella “Cena” di Giuseppe Manfridi

Nella foto, Ana Grosse con Raul Duran e Gerardo Gudino nella “Cena” di Giuseppe Manfridi

In aumento sull’Hudson la presenza di commediografi italiani. Dell’ultimo in ordine di tempo, Giuseppe Manfridi, in scena “La cena” in... spagnolo


Sta aumentando in America l’interesse per il teatro italiano. Abbiamo visto a New York  negli ultimi tre mesi commedie di Bassetti, Palladino, Bernardi, Boggio, Formosa, Barbato Ricci, Berti, Giordano, Solomita, Chiarilli, Lazzerini e D’Ambrosi. Hanno finalmente scoperto anche l’eccellente commediografo Giuseppe Manfridi. Il regista-attore Raul Duran ha presentato in spagnolo il forte dramma “La cena”, nel bel teatro-ristorante Stone Creek (136 East 27th Street). In una scena elegante il cameriere Fangio (lo stesso Duran) sta preparando la tavola. E’ un personaggio misterioso. Ubbidisce con riluttanza agli ordini del padrone, un genitore che aspetta la figlia, invitata a cena. Il genitore (Alfredo Huereca) è un vero dittatore. Nervoso e arrogante. Non vede la figlia da parecchio. Si prepara a riceverla, condannarla e, forse, perdonarla. Arriva Giovanna, la bella, sensuale Ana Grosse. C’è subito tensione. Ha portato con sé il giovane compagno Francesco (Gerardo Gudino). Inizia un drammatico conflitto. Il severo, imprevedibile padrone di casa tende una trappola a tutti e tre. Anche al cameriere che ha un segreto interessante. Molto teatrale, con attori eccezionali.

Non descrivo i tanti risvolti e l’epilogo perché lo stanno traducendo in inglese e progettano di presentarlo in un teatro più vasto. E’ un ottimo esempio di valido teatro italiano. Avrà successo.

Negli anni Trenta era ben nota ed attivissima la compagnia “The Group” di Lee Strasberg, Harold Clurman e Cheryl Crawford. Presentarono 23 nuovi drammi, tutti potenti e impegnati. Se si domanda oggi chi sono Paul Green, John Howard Lawson, Claire & Paul Sifton, pochi saprebbero indicarli come gli autori che cambiarono la storia del teatro americano, affrontando, finalmente, problemi veri.

La guerra, la disoccupazione, la fame, gli scioperi, la necessità di lottare per la pace e la giustizia sociale. Ebbene, c’è oggi la compagnia Re-Group del giovane Allie Mulholland (e tanti collaboratori). Han chiesto alla magnifica attrice Estelle Parsons di dirigere “Johnny Johnson” di Paul Green (con drammatica musica di Kurt Weill). Una serata eccezionale. Il personaggio del protagonista (Pete McElligot) è quello di un incurabile ottimista e pacifista. All’inizio tutti i presenti sono per la partecipazione in Europa alla Prima Guerra Mondiale. Lui è contrario. Ma la bella fidanzata (Kelsey Moore) lo sprona ad arruolarsi. Promette fedeltà. Lo tradisce, invece, alla fine. In trincea, lo mandano a catturare un cecchino (J.P. Nelson). Lo cattura ma, invece di ucciderlo, lo libera, mandando un messaggio di pace ai tedeschi, anche loro vittime di una guerra feroce. C’è anche una scena in cui si descrive, freddamente, il numero dei soldati che saranno uccisi nell’imminente assalto. Tante divertenti avventure, tutte descritte con grande ironia pacifista.

Un testo che ebbe successo nel 1936. Avrebbe successo anche oggi. Prossima produzione sarà un altro successo del gruppo. “1931" di C. & P.Sifton. Problemi economici e lotta per sopravvivere (tel. 646621-5743).

Per una strana coincidenza il tema della Prima Guerra Mondiale è anche al teatro 59E59. “Farm Boy” di Michael Morpurgo (adattamento e regia di Daniel Buckroyd). Morpurgo è l’autore del noto “Wear Horse”. In questo dramma, presentato per la prima volta a New York, si rievocano le avventure del giovane che andò in guerra per salvare il suo adorato cavallo, requisito dall’esercito. Un nonno (Richard Pryal) e un nipote (John Walters) raccontano con verve le avventure di questo giovane eroe che riapparirà tra poco nel film omonimo.

C’è un dramma al teatro New Group (410 West 42nd Street) che consiglio solo ad adulti, a quelli che han letto il Marchese de Sade e non sono sconvolti da scene molto audaci. Non è di certo per famiglie o per genitori conservatori e tradizionali. Si tratta di “Burning” di Thomas Bradshaw. Due fratelli. Peter (Stephen Tyrone Williams) è sposato ed è un eccellente pittore. Viene invitato in una galleria di Berlino diretta da due nazisti che celebrano ancora oggi Hitler. Franklin (Vladimir Versailles) è un giovane che si vanta di essere eterosessuale ma scopre poi di non esserlo. Va a vivere con Chris (Hunter Foster). C’è un altro Chris, il giovane Evan Johnson, che viene aiutato e sedotto dai due amanti Jack (Andrew German) e Simon (Danny Mastrogiorgio). Li tradisce poi con il commediografo Donald (Adam Trese). Altri scambi di amanti. Il pittore Peter tradisce la moglie con la prostituta Gretchen (Barrett Doss). Strano rapporto anche fra fratello e sorella, i due nazisti. Ma il centro della storia appare alla fine. I nazisti, scioccati dal fatto che i quadri di Peter vendono bene, lui, un nero, decidono di ucciderlo. Vien pugnalato da Jeff Biehl e Drew Hildebrand. Sarebbe stato un eccellente finale. Aggiungono due scene di chiarificazione. Quasi tre ore.

Le scrittrici e registe americane occupano sempre più spazio sui palcoscenici di New York. Hanno appena pubblicato anche una rivista in cui elencano una trentina di commediografe e registe (Women in the Theatre – Ruth Mayleas, Alexis Greene – P.O. Box 2292). Abbiamo in questi giorni a Broadway due commedie scritte da donne. Tutte e due stanno avendo successo. “Seminar” di Theresa Rebeck al teatro Golden 9252 West 45th Street).

L’elegante appartamento di Kate (Lily Rabe). Scene e costumi di David Zinn. Kate ha offerto il suo appartamento per un seminario sul come scrivere buoni drammi. Lei e altri commediografi pagano cinquemila dollari ad un maestro-mentore che dovrebbe saper tutto; o almeno molto. Il ben pagato Leonard è un britannico (Alan Rickman). Intuiamo subito che l’autrice ha avuto esperienze simili. Insegnanti arroganti che amano criticare spietatamente i loro allievi, scoraggiandoli. Douglas, che aveva pontificato prima dell’arrivo del professore, dà il suo copione. Critica feroce che umilia il giovane (Jerry O’Connell) che vorrebbe essere ammirato ed amato dalla bella Izzy (Hettienne Park). Ci son dei complimenti per lei. Forse Leonardo la convincerà ad andare a letto con lui. Anche il testo di Kate viene lacerato dal crudele professore. Martin (Hamish Linklater) è riluttante e sospettoso.

Non vuol presentare il suo copione. Non ha soldi per pagare l’affitto. Chiede a Kate se può ospitarlo in una delle tante camere da letto. Kate accetta ma deve assistere allo spettacolo di Izzy e Martin che fanno sesso in ogni angolo della casa. Izzy nega d’essere andata a letto con Leonard. Martin è l’unico a crederle. Kate presenta un copione scritto da un anonimo omosessuale che ha un problema con droghe.

Parte della minoranza. Leonard lo loda e vuole incontrare questo abile, nuovo autore. Non esiste, naturalmente. Nell’ultima scena, abbiamo un paio di sorprese nell’appartamento di Leonard. Una Kate seminuda e un Martin che rivuole i soldi. Stranamente il professore accetta e loda un testo del riluttante scrittore. Una bella satira con buon dialogo. Molti applausi.

Approvato caldamente da un pubblico prevalentemente afro-americano “Stick Fly” di Lydia R. Diamond al teatro Cort (138 West 48th Street).

Questa volta è una famiglia nera ad avere un elegante, ricco appartamento e successo nel mondo dei bianchi. Una minoranza che ha finalmente raggiunto benessere e stima (scena di David Gallo).

Vediamo all’inizio un’attivissima cameriera che è diligente e ammirevole. Cheryl (Condola Rashad) sta sostituendo la madre malata che era la quotidiana cameriera di questa famiglia. Arriva la coppia Kent (Dulè Hill), scrive romanzi ma non è apprezzato. Lo considerano un fallimento. Porta la fidanzata Taylor (Tracie Thoms). Taylor è la famiglia di un famoso scrittore che ha abbandonato la famiglia ed è ora specializzata in entomologia (mosche e scarafaggi; spiegano qui il titolo). Arriva la seconda coppia. Flip (Mekhi Phifer) è un chirurgo di successo che ha sposato una donna bianca, la dolce, paziente Kimber (Rosie Benton). Volano le accuse e le critiche di Taylor, donna con lingua avvelenata. Non reagiscono. Ascoltano in silenzio. Arriva il padre dei due fratelli. Joe (Ruben Santiago-Hudson) è freddo e distaccato. Disprezza il figlio scrittore e non loda la scelta delle due fidanzate. Tratta con arroganza anche la bella cameriera che fa di tutto per servire la famiglia. Non è un personaggio piacevole. Cominciano le sorprese. Flip era stato l’amante di Taylor anni prima. C’è ancora attrazione. Kent non se ne accorge. Quando lo scopre, alla fine, accetta e la ama lo stesso. Lui e suo fratello dimostrano un po’ di affetto quando si scopre che Cheryl è la loro sorellastra. Il padre aveva sedotto la cameriera ora malata. Non un minimo di affetto per questa figlia che sognerebbe un abbraccio. Bravi attori, ben diretti da Kenny Leon. Molti applausi.

Il giovane autore Stephen Karam ha scritto un originale “Sons of Prophet” per la Roundabout Th. Company (L. Pels Th. – 111 West 46th Street). Joseph (Santino Fontana) lavora nell’ufficio di Gloria che lo studia e lo stima. E’ un giovane con molti problemi. E molta sfortuna. Gli va tutto male ma non si scoraggia. Ha avuto un incidente automobilistico che gli ha troncato la carriera sportiva.

Colpa di uno scherzo fatto dall’atleta Vin (Jonathan Louis Dent). Un giudice lo perdona perché han bisogno di lui per vincere una partita. Lo zio di Joseph è furioso ed insulta tutti. Vorrebbe che Vin mostrasse il coraggio di riconoscere la sua colpa e rinunciare alla gara. Un dibattito sul problema, presentato in pubblico. La quarta parete è eliminata e ci troviamo attori infuriati fra il pubblico. Ammiriamo la lealtà di Gloria (Joanna Gleason), le sfuriate dello zio (Yusef Bulos) e la persistenza dei tre giovani [Vin, Joseph e Charles (Chris Perfetti)].

 

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