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CINEMA/ Cent’anni della Noris

Nella foto, Assia Noris (nella grande è con Vittorio De Sica in “Grandi magazzini”, del 1939)

Nella foto, Assia Noris (nella grande è con Vittorio De Sica in “Grandi magazzini”, del 1939)

Un secolo fa, a San Pietroburgo, nasceva la “fidanzatina” ideale del Bel Paese: Assia, l’attrice più amata all’epoca dei telefoni bianchi

Non era italiana, ma negli anni Trenta, all’arrivo del sonoro, diventò la “fidanzatina” ideale del cinema italiano; un po’ come Mary Pickford era stata (nel cinema muto di Hollywood) la fidanzatina d’America. L’attrice Assia Noris (vero nome Anastasia Von Gerzfeld), era nata il 26 (o il 16) febbraio 1912 in Russia, a San Pietroburgo e in questi giorni avrebbe compiuto cento anni. Il padre (un ufficiale tedesco) e la madre (una nobile ucraina) allo scoppio della rivoluzione bolscevica erano fuggiti, trasferendosi in Francia, a Nizza. Lì Assia Noris aveva conosciuto – pare – un conte italiano e lo aveva seguito giovanissima a Roma, trovando un posto al sole nel risorto cinema italiano. A cento anni dalla sua nascita vale la pena ricordare questa “diva” e i tanti film famosi girati a Cinecittà, all’epoca in cui il Fascismo osava la competizione con Hollywood.

L’esordio è nel 1932, in un film di Bonnard, Tre uomini in frac; ma il regista che la rende famosa è il futuro marito, Mario Camerini, autore di molte commedie brillanti e sofisticate.

In quei film, frettolosamente definiti dei “telefoni bianchi”, la Noris (bionda, minuta ma aggraziata, la bocca carnosa e i grandi occhi vivaci) viene spesso affiancata a Vittorio De Sica, anche lui un “divo” lanciato da Camerini. Darò un milione (1935), Ma non è una cosa seria (1936), Il signor Max (1937) e Grandi magazzini (1939) sono tutti grandi successi, diretti da Camerini, in cui De Sica fa il giovane amoroso, mentre la Noris ne interpreta la controparte ideale: una brava ragazza, gentile, semplice, onesta e pulita, anzi ingenua, sempre pronta a innamorarsi dell’eroe.

Un personaggio ripetuto spesso, ma di enorme presa sul pubblico, fino a fare di Assia l’attrice più popolare del nostro cinema di quegli anni: la Noris fa incassare al botteghino e in un referendum promosso nel 1940 dalla rivista «Cinema» risulta prima assoluta con 9.250 preferenze, davanti a “stelle” brave e amatissime come Alida Valli, Isa Miranda, Luisa Ferida o Maria Denis.

Oltre a Bonnard e Camerini, l’attrice lavorò con i nostri più grandi registi dell’epoca: Alessandrini, Righelli, Castellani, Neufeld, Malasomma, Mattoli e Mario Soldati, con cui girò Dora Nelson (1939), una curiosa presa in giro dell’ambiente cinematografico.

Oltre a commedie brillanti, tentò anche ruoli melodrammatici, come in Una romantica avventura (1941) di Camerini o in Un colpo di pistola (1942) di Castellani. Il tutto lavorando accanto a “divi autarchici” chici” di grosso calibro: Vittorio De Sica, Osvaldo Valenti, Gino Cervi, Fosco Giachetti, Amedeo Nazzari e persino i giovani De Filippo. Assia Noris non era la sola straniera di Cinecittà fatta passare per italiana. In buona compagnia, nell’esotismo casareccio del mondo di celluloide fascista, figurava anche la spagnola Maria Mercader (futura moglie di De Sica e madre di Christian) o la brasiliana Irasema Dilian. E in fondo un poco straniera sembrava perfino l’algida Alida Valli, con quel suo look un po’ austriaco, da istriana (di Pola).

Finita la guerra, cambiato completamente il clima politico e soprattutto lo stile cinematografico, la Noris non riuscì a riciclarsi. Non era più il tempo delle collegiali innocenti e dei volti di porcellana levigata. Il suo tipo femminino (di donna garbata ed elegante, sorridente e docile all’innamorato, timida e romantica fidanzatina, solo appena maliziosa) dovette soccombere alla nuova immagine femminile rappresentata nei film neorealisti. Si pensi alle tante popolane veraci e scarmigliate del dopoguerra; si pensi ad Anna Magnani e ai suoi ruoli di donna forte, passionale, agguerrita, sanguigna, magari anche un poco sopra le righe (cioè strillona e volgarotta). La Noris finì per scomparire dagli schermi; girò qualche altro film come La peccatrice bianca di Alessandrini (1949) e l’ultima apparizione fu nel 1965, in La Celestina p… r… di Carlo Lizzani, una satira in cui il suo personaggio gestisce una schiera di escort di lusso! Quell’ultimo lavoro non ebbe successo e, insieme alle poche partecipazioni teatrali, costituì il tramonto dell’attrice: oltre a essere “fuori moda”, aveva già 53 anni, c’era il boom economico e le “mossette” non funzionavano più. Assia si ritirò a vita privata definitivamente, passando attraverso altri matrimoni e altri mariti: un petroliere egiziano, un ufficiale inglese (ma qualcuno sostiene che tra i mariti ci sia stato, da giovane, anche Roberto Rossellini, segretamente sposato con rito ortodosso!).

Negli ultimi tempi l’attrice, di cittadinanza britannica, abitava nella sua villa a Sanremo, in esilio dagli schermi, sottraendosi alle interviste dei giornalisti e rifiutando richieste di vecchi ammiratori o celebrazioni cinefile. Ha vissuto molto a lungo, ed è morta solo pochi anni fa, il 27 gennaio 1998, a quasi 86 anni.

Assia Noris non era bravissima e non era bellissima, anzi, era un po’ rigida, bassina e le sue gambe non erano né lunghe né snelle, pronunciava l’italiano con un buffo accento straniero (parlava molte lingue), e il suo “tipo” sapeva forse troppo di bambolina vezzosa. Chi la ha conosciuta al di fuori degli studi cinematografici racconta del suo carattere forte, quasi spigoloso, dei suoi capricci e di certi suoi atteggiamenti ribelli e persino spregiudicati (su Hitler diede giudizi assai negativi, e la sua apparizione seminuda in bikini in Darò un milione fu giudicata addirittura scandalosa). Pare che nemmeno apprezzasse recitare quei ruoli sentimentali accanto al “belloccio” di turno. E tuttavia, in quei suoi vecchi film, il sorriso disarmante, il viso luminoso e la recitazione moderna (dagli ottimi tempi comici) risultano convincenti, divertono e, come si dice, “bucano” lo schermo. E per chi volesse imparare a conoscere alcune importanti e ormai storiche pellicole del cinema italiano, quelle qualità basterebbero da sole a giustificare comunque una simpatica, nostalgica riscoperta.

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