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CINEMA/ “Open Roads” a New York/ Un impegno civile

"Diaz" di Daniele Vicari: il G8 di Genova, "la più grave sospensione di diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale"

 “NON PULITE questo sangue". "Don’t clan up this blood". Il sottotitolo è già un pugno nello stomaco, per questo film controverso che vede la luce a undici anni dal tragico G8 di Genova, definito da Amnesty International come "la più grave sospensione dei diritti demoratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale". Ultima opera di Daniele Vicari (accanto al titolo), caratterizzata come sempre da un impegno socio-politico e da una grande attenzione alle azioni di cui è capace l’essere umano nei confronti dei propri simili, "Diaz" (nella foto a lato) vince il premio del pubblico al Festival di Berlino 2012 e approda ora ai festival americani. Un film difficile, frutto di ricerche ed indagini presso i testimoni oculari. 

Quali sono state le complicazioni nel costruirlo?

«La cosa più difficile del film è stata renderlo semplice, perché potessero vederlo tutti. Un film duro, certo, ma il grande sforzo fatto scrivendo è stato portarlo alla portata di tutti».

Il lavoro di lettura degli atti è stato molto.

«Abbiamo scelto 130 storie che incrociandosi potessero costruire un percorso unitario. Storie rintracciate sia leggendo gli atti che intervistando i testimoni che erano meno rappresentanti nel processo. Ci sono alcuni personaggi del film che non sono entrati nel processo per esempio perché non sono stati arrestati. Poi ho incontrato una decina di persone che erano dentro la Diaz, molti stranieri, per un semplice motivo: il 70% delle persone dentro la Diaz erano stranieri, solo 14 su 93 arrestati erano italiani. In sala mi capita spesso di avere persone collegate ai protagonisti. Ho incontrato anche poliziotti, carabinieri. Un’esperienza interessante. Non tanto per sapere, anche perché chi è sotto processo non dice cose diverse, ma è statointeressante per me guardare negli occhi i protagonisti. Poi mi sono fermato perché avevo accomulato un livello di tensione emotiva intollerabile. Quando ho incontrato la ragazza tedesca…»

Come si esce da un’esperienza del genere?

«Con una consapevolezza maggiore della fragilità di quella cosa che chiamiamo democrazia. Noi per fortuna la diamo per scontata, ma per sfortuna non lo è.L’universalità del film sta in questo e nella riduzione a cosa di un essere umano. Il nocciolo di questa storia è il fatto che alcuni esseri umani sono stati umiliati, fino quasi a mettere in discussione la loro identità di persone fisiche. È un discorso quasi antropologico: chi detiene il potere e non ha limiti, abusandone distrugge il senso stesso della parola essere umano, distrugge l’idea, da tutti condivisa in occidente, che vuole che i princìpi civili vengano salvaguardati, per cui anche in fase di arresto vada rispettata ad esempio l’integrità fisica e psicologica dell’individuo. Tutte le democrazie sono basate su questi principi fondamentali, vederli calpestati in questo modo fa riflettere».

Parliamo quindi di responsabilità individuali, ma in questo caso c’è anche un apparato gerarchico che contribuisce alla tragedia.

«Infatti io racconto le relazioni tra i comandi e i poliziotti semplici, quale il meccanismo psicosociale che porta alla sopraffazione: sfida reciproca, con l’altro da te, il ruolo di potere giocato fino all’esasperazione, l’individualismo estremo: un miscuglio che porta al disastro. Il cinema serve a questo in fondo, ad osservare l’indicibile. La cronaca la fa il giornalismo, la televisione… L’indicibile va narrato».

Essere all’estero con un film di questa portata è una grande responsabilità: come la vivi?

«La vivo bene, il fatto che si sia potuto girare questo film, anche se con grande difficoltà, significa che una dialettica democratica è ancora possibile. Qui in America poi, già a Seattle è stato accolto con grande interesse dal pubblico, con una sessione di domande infinita: le persone vogliono capire il senso di quanto è accaduto, il che era poi il mio obiettivo. In Italia invece i dibattiti vertono sulle responsabilità, su chi ha fatto cosa, perché siamo troppo vicini ai fatti, troppo coinvolti e siamo abituati a dare una lettura politicista dei fenomeni. Ma non è compito del cinema sviscerare la cronaca, il cinema deve guardare il lato oscuro delle cose, non chiarire i fatti. Certo, il Diaz parte dalla cronaca, da un reportage, ma poi viene inverato in una forma narrativa che ha un altro scopo.È stato venduto nei paesi dell’Est Europa, nei paesi Europei e ora in Canada, in Brasile e ora stiamo cercando di distribuirlo anche in America. Mancano ancora i paesi asiatici».

Prossimi progetti?

«Sto finendo un film documentario, "La nave dolce", la storia della nave Vlora che ha trasportato in Italia nel 1991 20.000 albanesi che hanno sequestrato una nave facendosi trasportare a Bari. Il film-documentario, che uscirà spero in autunno, racconta questo viaggio».

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Ritratto di donna contemporanea

 Docente presso la Scuola di Cinema di Milano, autrice di documentari su profili di aiuti famosi, Marina Spada (nella foto) approda a New York con il suo ultimo lungometraggio, presentato a Open Roads. "My Tomorrow" è il ritratto di una donna affermata ma irrisolta, ambientato in una Milano che diventa un’astratta città occidentale. Con un’inedita Claudia Gerini.

Unico regista donna, film centrato su una figura femminile. Cosa significa essere qui con questa responsabilità?

«A me capita speso di essere l’unica donna in questi contesti, è strano ma è anche normale. D’altronde parliamo dell’Italia, del cinema italiano, in cui è difficilissimo fare film oggi e per una donna ancora di più. Sono venuta a New York tante volte, oggi essere qui per la prima volta con un mio film è un’emozione forte».

Parlando di città, il film è ambientato a Milano…

«Sì, ma la città è presa come topos dell’occidente, e non è riconoscibile. Io giro sempre a Milano, ma nei miei film la città è uno spazio esteriore ed interiore al tempo stesso, c’è una corrispondenza continua. Un tempo il cinema ialiano documentava tutto il territorio, oggi è sempre più romanocentrico, quindi mi sembra giusto descrivere anche altri luoghi, narrare il paese. Così Milano diventa uno spazio italiano astratto, non si vede il centro, il castello, ma l’architettura media, dove abita la gente. Non è un film turistico, insomma».

La storia è in qualche modo universale, riconoscibile?

«La storia secondo me è universale, parla di una donna che deve elaborare il proprio rancore per via dell’abbandono della madre. Cosa sempre abbastanza problematica, che riguarda tutti gli esseri umani. Il rancore va elaborato, occorre rivendicare la propria identità, altrimenti si finisce per non essere più nulla senza il proprio rancore. Il personaggio ha un lavoro particolare, è formatrice aziendale, quindi complice del sistema, ma è tutto molto astratto. Ho usato Claudia Gerini, attrice famosa per le commedie, in una veste nuova; lei è una persona con alto spessore umano, una persona risolta, ed è stata felice di fare questo film da protagonista, per la prima volta in un ruolo drammatico».

Il ruolo è stato scritto pensando alla Gerini?

«Il film è stato pensato per una donna di quell’età, solo in un secondo momento la scelta è ricaduta sulla Gerini, scelta che rifarei domani. A me pare che gli attori nel cinema italiano vengano usati come maschere della commedia dell’arte, facendogli interpretare sempre gli stessi ruoli stereotipati, mentre io ho scelto di utilizzarla diversamente e si è confermata una bravissima attrice».

Che reazione si aspetta?

«Il mio film precedente è stato molto bene accolto, quindi non so se me lo aspetto, ma piuttosto spero che questo lo sarà altrettanto. Anche se non è un film facile e forse non è un film tipicamente italiano: lunghi silenzi, immagini, molto succede fuori campo».

Finora il film ha circolato in altri paesi?

«È stato in Spagna, Inghilterra, Uruguay, Turchia… sempre molto apprezzato, l’ho potuto leggere sulle facce del pubblico, ma anche dalle molte domande».

Prossimi progetti in cantiere?

«Al momento non ho altri film in programma, aspetto di trovare una storia che abbia un senso. Fare un film è difficile, è anche un impegno economico importante, se non c’è una storia che ne valga la pena forse non ha neanche senso mettersi a girare».

[DC, www.filmfilm.it]

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I giovanissimi fra gli italiani

Sceneggiatore dei film di Paolo Virzì, adattatore delle storie di Camilleri su Montalbano e di molto altro ancora, Francesco Bruni (in foto) arriva ad “Open Roads” on la sua opera prima da regista. "Scialla!" ("Easy!") è insieme il ritratto di una giovanissima generazione e il racconto dell’insolito percorso di crescita di un uomo di mezza età. Protagonisti l’esordiente Filippo Scicchitano e l’ottimo Fabrizio Bentivoglio.

“Scialla!” è un film generazionale, italiano, anzi, espressamente romano. Ci sono chiavi di lettura universali?

«In questo senso ho già delle risposte concrete. Avevo delle perplessità perché gran parte della godibilità del testo è nel dialetto, che si perde sempre all’estero, chi non sente la differenza fra i dialetti perde molto. Però questo film ha girato, ed è stato già apprezzato anche in paesi dove non mi sarei aspettato: in Giappone, ad esempio, dove è stato dirittura acquistato per la distribuzione. E poi Corea, in Europa ha vinto quattro premi del pubblico in Francia, dove pure verrà distribuito, quindi evidentemente c’è qualcosa nella storia che ha un valore universale. Sia in Corea che in Giappone ho assistito personalmente alle proiezioni vedendo grandi risate, ovviamente sulle gag fisiche più che su quelle linguistiche».

Che cosa signica arrivare a NY con il tuo esordio alla regia?

«Un sogno. Quando ho iniziato a fare questo film pensavo di realizzare una commedia di nicchia, in vece ho fatto tutti i festival organizzare da Filmmitalia. Poi con New York ho un legame particolare, la memoria di un bellissimo viaggio a 16 anni, con mio fratello, e una lunga frequentazione, ho amici carissimi e parenti qui, è una patria elettiva. Quando ho scritto il film, più che alla commedia italiana facevo riferimento al cinema indipendente americano, quello che passa per il Sundance. Quindi non voglio dire cha la cosa non mi abbia stupito, ma in un certo senso ci speravo. Mentre altri film italiani legati alla questione linguistica soffrono molto nell’esportazione, questa mi sembra possa trovare casa anche qua. Tanto e vero che Sto concludendo una trattativa per la rivendita dei diritti per un remake, acquistati da Fred Russ, un produttore che lavora con Coppola, questo vuol dire che la storia ha funzionato».

Prima volta dietro la macchina da presa: cosa hai scoperto di nuovo?

«Ho scoperto qualcosa più che di artistico di umano, come la grande energia che si sprigiona sul set e quanto una sceneggiatura e una storia possano prendere il volo per il contributo di tutti quelli che ci lavorano. Per me che ero abituato a stare da solo a casa sulla macchina da scrivere è stata un’esperienza molto forte.

Dal punto di vista tecnico non c’è stata una grande difficoltà, perché ho sempre avuto una grande a ritenzione alla messa in scena e al montaggio delle scene, ho sempre scritto con delle immagini precise in mente. I film in realtà sono sempre nella testa degli sceneggiatori, idea che nella migliore delle ipotesi coincide con quella del regista. Nella peggiore no. Scritto pensando a Fabrizio perché è un attore quasi unico in Italia, ha dei tempi compassati, molto lenti…. Fa la commedia in maniera piuttosto distaccata, elegante, mentre gli attori italiani tendono ad esagerare, a fare le facce… Io avevo in mente attori come Bill Murray, Jeff Bridges: l’unico che poteva avvicinarsi in qualche modo era lui, perché è affascinante ma anche piuttosto malconcio, è un perfetto looser. C’è un fatto importante che ha giocato a mio favore: è diventato papà due volte poco prima di fare il film. Quindi una paternità tarda, come quella del personaggio, che lo ha sciolto emotivamente. È sempre stato un attore un po’ algido, invece qui è caldo».

Prossimi progetti? Pensi di tornare dietro la macchina da presa o alla scrivania?

«Sono già tornato alla scrivania, ho scritto due film per Virzì, uno è già stato girato e uscirà in autunno, "Tutti i santi giorni", ho ripreso a scrivere Montalbano. Sto cominciando a scrivere per fare un secondo film che spero di girare l’anno prossimo».

[DC, www.filmfilm.it]

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