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BROADWAY & DINTORNI/ Stranieri a Manhattan

Nella foto, Nicole Lowrance con Lindsey Gates in “Two Sisters”

Nella foto, Nicole Lowrance con Lindsey Gates in “Two Sisters”

Dal nostro Alberto Bassetti ad Athol Fugard: la Big Apple è davvero, e senza limitazioni, la “caput mundi” dello spettacolo

Da anni ripeto nei miei articoli che il teatro italiano è vivo, con una ventina di bravi, validi autori. Uno dei migliori è Alberto Bassetti. Ha un’ottima reputazione in Europa. Ha due eccellenti atti unici, per la prima volta, in America (Theater New City, 155 First Avenue). Meritano tanti spettatori perché rivelano due mondi. “Two Sisters – Due sorelle” – Due attrici che han dovuto scegliere la loro compagnia, sono bloccate ad un crocevia in attesa di un autobus. Francesca (Nicole Lowrance) è piena di energia e si confida con la sorella, citando, spesso, brani delle commedie di Anton Cecov. E’ giovane e irrequieta. Esprime il desiderio di tornare a casa. La parola “casa” tormenta la timida sorella Susanna (Lindsey Gates). Ha un segreto che non sa rivelare. Ha fatto debiti per colpa di un fidanzato esigente e ha dovuto vendere la casa. Sono veramente in mezzo a una strada. Poetiche sfumature nella loro relazione. Ottimo dialogo. Eccellenti attrici. “Two Brothers – Due fratelli” – Il secondo atto unico ci presenta due fratelli molto diversi. Andrew (Jeffrey Parrillo) è un borghese con tanti problemi. Affari che vanno male, moglie, due figli e un padre molto malato che ha bisogno di cure. Torna il fratello vagabondo da un viaggio spirituale in India. Porta regalini e narra bizzarre avventure. Andrew ascolta con un minimo di pazienza e spera che il giovane Mark (Joel Repman) resti finalmente in città e lo aiuti. Devono prendere decisioni. Un dialogo intenso e sorprendente ci porta ad una soluzione imprevedibile.

Una serata che conferma la validità del teatro italiano. Ben diretto, convincente. Suggerito, consigliato. New York ospita spesso autori stranieri. “My Children! My Africa!” di Athol Fugard è senza dubbio il suo miglior testo (al teatro Pershing Square, 480 West 42nd Street). Un dramma che noi insegnanti abbiamo vissuto in prima persona. Gli studenti si ribellano contro le ingiustizie e scioperano. E’ un dilemma per il professore. Scioperare con gli studenti o tentare un compromesso con la direzione della scuola? Abbiamo qui tre magnifici attori che seguiamo con ansia nella loro lotta. Il giovane Stephen Tyrone Williams è lo studente rivoluzionario che non vuol cedere. Spera che anche il suo professore si schieri con loro. Teme per la sua vita. Potrebbe essere linciato. Assiste con ansia la brillante studentessa bianca Allie Gallerani. Che deciderà il maturo, saggio professore (James A. Williams)? Precisa regia di Ruben Santiago- Hudson. Altro successo per il Signature Th. di James Houghton. Solida, convincente commedia inglese al teatro L. Pels (111 West 46th Street). “The Common Pursuit” di Simon Grey. Fu scritta nel 1984. E’ validissima ancora oggi. Giovani studenti che fondano una rivista letteraria e cercano di sopravvivere con difficoltà. Sofisticato linguaggio che mostra la preparazione e la buona volontà di questi giovani. Ma nella storia c’è anche una lacerante storia d’amore. Stuart (Josh Cooke), il fondatorte della rivista, ama ed è riamato da Marigold (Kristen Bush). Li seguiamo per anni, sposati e più o meno felici. Marigold ha perso un primo bambino e ne  aspetta ora un altro. Ma si scopre che Stuart è sterile. Devono ammettere che il leale amico Martin (Jacob Fishel) è il futuro padre. Tensione, dolore, dramma. Testo valido. Applaudito. Altra commedia di autore straniero è “Food and Fawda” di Lameece Issaq e Jacob Kader (al teatro Workshop – 79 East 4th Street). La tragedia di una famiglia palestinese circondata da truppe israeliane che usano spesso il coprifuoco per isolarli. Da notare che non c’e odio o violenza ma rassegnazione dopo tanti anni di occupazione. La scrittrice Lameece è anche la protagonista.

Fadwa è una brava cuoca e descrive i suoi pasti. Anche quando, isolati da una settimana, non hanno quasi nulla in casa. Bevono olio perché non c’è nemmeno l’acqua. Il padre (Laith Naklli) è malato e forse demenziale. Parla spesso dei suoi amati oliveti, ora distrutti. La giovane sorella di Fadwa (Dalal – Maha Chehlaoui) sta per sposare Emir (Arian Moayed).

Alberto Bassetti

 

Sperano poi di emigrare in America dove il fratello Youssif (Haaz Sleiman) ha aperto un ristorante. Torna per il matrimonio con la fidanzata americana Hayat (Heather Raffo). Situazione tesa non solo per il coprifuoco e la mancanza di cibo ma anche perché Fadwa si sente tradita. Il fidanzato Youssif aveva promesso di sposarla. Torna invece con una quasi-moglie americana. Fadwa è forte e paziente. Continua a parlare al pubblico di cibo, qualità, scelte. Non invoca il desiderio di futura libertà. Si rassegna a tutto. La regia di Shana Gold mostra con abilità comportamento ostile, di tanto in tanto, tra le due donne. Sembra che l’americana Hayat si senta colpevole di aver distrutto una giovanile storia d’amore. Sembra pronta a rinunciare. Due importanti episodi danno vita a questa positiva commedia. Emir scompare per tre giorni. Si preoccupano. Forse lo hanno ucciso. Torna di notte sfidando il coprifuoco e rischiando la sua vita. Secondo episodio importante. L’anziano genitore che, ad un certo momento, suona con vitalità facendoci pensare che è guarito, scompare. Forse lo hanno ucciso quando è uscito di casa. No. Lo trovano morto di dolore accanto ai suoi oliveti distrutti. Una magnifica commedia. Abile, saggia, commovente. Un testo che accusa senza odiare. Caldi applausi. Suggerita. Noi critici abbiamo la fortuna di vedere tutte le commedie più importanti. Ci riuniamo dieci giorni prima dei premi Tony e cerchiamo di indovinare chi vincerà. Molti sono prevedibili. Eravamo tutti d’accordo che avrebbero vinto “Death of a Salesman”, il musical “Once”, il meraviglioso “Porgy and Bess”. Non avevamo previsto che avrebbe vinto Arlecchino. Arlecchino? Dov’è? Di chi parliamo? Bisogna leggere attentamente il programma per scoprire che c’è a Broadway “Arlecchino, servo di due padroni” di Carlo Goldoni. S’intitola “One Man, Two Govnors” di Richard Bean al teatro Music Box (239 West 45th Street). Arlecchino si chiama ora Francis ed è l’incredibile, agilissimo, simcommepatico James Corden che ha appena vinto, a sorpresa, il Tony Award. La commedia dell’arte di Goldoni (1707-1793) è viva anche oggi e prospera. Teatro affollatissimo e plaudente tutte le sere. Suggerito. Si ride per due ore.

L’autore è molto abile. Ha spostato l’azione da Venezia a Brighton negli anni Sessanta. Un bar dove si beve, si mangia e si può anche dormire. Il cameriere è un anziano vecchietto che sbatte contro tutte le porte e cade spesso. Conosciamo la storia. Deve barcamenarsi tra due padroni molto differenti che esigono tutto il suo servizio. Equivoci a non finire. Lettere e denaro consegnati alle persone sbagliate. Oliver Chris è l’alto, arrogante padrone che sbatte porte ed insulta. Jemima Rooper è il secondo padrone. Bella donnina vestita da uomo. Si sa imporre. Francis-Arlecchino usa ogni occasione per mostrare il suo impegno e la sua abilità. Lotta con un baule pesante che non si decide a muoversi; lotta con una donna che forse lo ama; lotta per sopravvivere. Tipica situazione italiana. Chi vuol sopravvivere, anche oggi, deve fingere il compromesso. Fingere o accettare. La regia di Nicholas Hutner è superba. Se volete due ore di puro divertimento italiano-inglese andate al Music Box. Famiglie americane con tanti guai.

“Chimichangas and Zoloft” di Fernanda Coppel al teatro Atlantic (330 West 16th Street). Inizia con un monologo di Sonia (Zabryna Guevara). Ironico. Ha scoperto che il suo uomo va a letto con l’amico. Non importa. Oggi si accetta tutto. Appaiono poi due giovanissime che si confidano. Penelope ha un fidanzato che vende droghe e l’ha messa incinta (Xochitl Romero). Jackie (Carmen Zilles) ha appena raccontato alla madre, che non vediamo perché è scappata via, che è lesbica. Come dirlo ai due severi genitori? Tipi latini che sono spesso gelosi e intransigenti. Li vediamo che rimproverano. Poi, soli, si abbracciano e baciano. Sono due gay in segreto. C’è in loro passione vera ed è difficile per loro nasconderla. Ricardo (Teddy Canez) è il padre di Jackie. Alejandro (Alfredo Narciso) è il padre di Penelope. Accetterà il nipotino. E le due giovani scoprono il segreto dei genitori. Tutto accettato e sereno. Siamo nel 2012, a New York. C’è accettazione e tolleranza.

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