Cerca

SpettacoloSpettacolo

INTERVISTE/ Adolescenti a N.Y.

Lucy Liu con Toby Regbo, in una scena del film "Un giorno questo dolore ti sarà utile" (2011)

Lucy Liu con Toby Regbo, in una scena del film "Un giorno questo dolore ti sarà utile" (2011)

A colloquio con Roberto Faenza ed Elda Ferri, in visita a New York per la presentazione del loro ultimo film, ispirato al romanzo di Peter Cameron

Una storia simile a quella del giovane Holden, ma ambientata ai giorni nostri. Una trama che racconta di tutti noi, dei ragazzi, del disagio dell’adolescenza e del mondo in cui viviamo. Roberto Faenza, regista italiano famoso per film come “Sostiene Pereira” (1996) e “Silvio Forever” (2011) stupisce tutti questa volta, portando sugli schermi cinematografici un riadattamento del romanzo di Peter Cameron “Un giorno questo dolore ti sarà utile” (2007). La storia tratta del giovane 17 enne James (l’attore britannico Toby Regbo), che attraversa le difficoltà dell’adolescenza nella complessità di New York. Il protagonista affronta la crisi con affianco una famiglia molto particolare, una madre che colleziona mariti, un padre don giovanni ed una sorella che ama frequentare uomini “maturi”. Ad aiutarlo a superare il momento di confusione, saranno due figure fondamentali, la nonna e la sua life coach. Il cast d’eccezione, include due premi oscar Marcia Gay Harden (che interpreta la madre) ed Ellen Burstyn (nel ruolo della nonna), nonché Peter Gallagher (il padre), Stephen Lang (uno degli ex mariti della madre) e la bellissima life coach, Lucy Liu. Presentato a New York lo scorso giovedì all’Istituto Italiano di Cultura a Park Avenue, il film è stato distribuito adesso a livello nazionale. In quest’occasione, abbiamo incontrato Roberto Faenza che aveva già lavorato nella Grande Mela nel 1983 girando Copkiller, ed Elda Ferri la produttrice (la stessa di La vita è bella, ndr) che ci hanno raccontato la loro esperienza negli USA, e del film.
Elda Ferri e Roberto Faenza

In foto, Elda Ferri e Roberto Faenza

Come mai avete scelto proprio il romanzo di Cameron?
Roberto Faenza: Beh, innanzitutto perché è un bel romanzo ed una bella storia. Le dirò che quando l’ho letto la prima cosa che mi ha colpito è stata una certa affiliazione con “Il giovane Holden” di Salinger, poiché penso che moltissimi registi l’avrebbero voluto portare sullo schermo, ed era un’occasione per raccontare un certo tipo di ragazzi, di teenager in disaccordo col mondo degli adulti. Poi penso anche che oggi la maggior parte dei “romanzieri” scriva perché se ne faccia un film e quindi per i registi diventa tutto più facile. Si trovano un copione già pronto. Non abbiamo dovuto fare molto per portare la storia sullo schermo. Poi io avevo già lavorato a New York per cui è stato un piacere tornare a girare qui…e soprattutto grazie a Elda, il vero lavoro lo fanno i produttori.
Elda Ferri: E’ molto difficile coprire i costi dei film di questo genere. Per cui è un enorme lavoro di relazioni nel cercare di convincere gli altri che è importante, che ne vale la pena. E questo libro, questa storia, non hanno incontrato molte difficoltà. Non è stato complicatissimo.
R: E’ la prima volta che si fa una coproduzione Italia-Stati Uniti.
E: non c’è un accordo di coproduzione con gli USA. Serve in realtà un decreto del Ministero che noi siamo riusciti ad avere. Abbiamo posto il problema perché non esiste che non ci sia un accordo con gli Stati Uniti, perché le possibilità di fare delle cose insieme sono tante. Credo che si stia pensando ad un modo per risolvere la situazione, ma forse le maggiori resistenze vengono dagli USA.
Che tipo di resistenze? Per il permesso di lavoro?
E: si più che altro per le normative.
R: beh, per il permesso di soggiorno è tremendo. Pensi che su una troupe di 105 persone soltanto a 3 italiani hanno consentito di entrare. Questa è una cosa sconcertante: cioè, se tu vieni in America non puoi lavorare. Se vieni a lavorare in Italia e sei americano, ti aprono tutte le porte, non è giusto. Bisogna dire che rispetto al sistema europeo qui le cose funzionano molto diversamente. In Europa c’è uno Stato che, tutto sommato, contribuisce alla cultura, qui è tutto in mano ai privati quindi c’è proprio una mentalità completamente diversa. Il difficile è destreggiarti. Io avendo sgridato un giorno il mio aiuto regista, ed il giorno dopo mi sono trovato schierata tutta la troupe, e hanno bloccato tutto. Sono arrivati tre hipsters intimandomi di chiedere scusa, come in un processo inquisitorio!
E poi cosa è successo?
R: è successo che io ho detto che non volevo chiedere scusa, visto che avevo ragione. Avevo alzato la voce ma perché avevo le mie ragioni: dovevo girare una scena su un tetto e non arrivavano le cineprese ed avevamo poco tempo perché c’era soltanto un’ora di luce, quindi mi sono arrabbiato. Dovevano semmai chiedermi scusa loro. Poi mi dissero che se non chiedevo scusa il film non sarebbe andato avanti. Devo dire che in quel momento mi sono sentito un giocatore di poker, ed ho detto “vabbè, domani ci trasferiamo in Canada e faremo il film lì”. Alla parola Canada è cambiato tutto, hanno detto “allora facciamo una cosa, stringetevi la mano e la chiudiamo lì”.
Quindi si lavora meglio qui in America o in Italia?
R: meglio qui. Sono più elastici. Sono più rigorosi perché devi stare alle loro regole. Ma mentre in Italia nel mondo del cinema c’è una normativa assurda che impone il limite di lavoro a dieci ore, e poi se vuoi un’ora in più scatta la Golden Hour con uno stipendio maggiorato del 400%, qui semplicemente se vuoi lavorare 20 ore paghi 20 ore. Un film non si può fare in 10 ore. Anzi, direi che alla decima ora sei solo a metà del percorso quotidiano. Qui è un’industria vera e propria, da noi è artigianato. E’ la prima volta che produciamo qui ed è la prima volta che risparmiamo sul preventivo. Non ci è mai accaduto.
E: E’ stata un’esperienza molto positiva, con dei professionisti molto bravi.
Visto che parliamo di Italia e America, voglio chiedervi: che visibilità ha il cinema italiano qui negli USA?
R: Credo minima. Ma vale per tutto il cinema europeo in America. A New York magari se ne sente parlare un po’ di più, ma è minima. Ho letto di recente una statistica che diceva come il cinema europeo in America occupa solo l’1,2% degli schermi, cioè niente. Mentre il cinema americano in Europa occupa circa il 70% se non l’80%. Il cinema italiano non è visto. Intanto perché gli americani non sono abituati a vedere i film con i sottotitoli, soltanto gli appassionati vanno a vederli nei cinema d’essai, quindi il pubblico americano non lo conosce.
Ma non è neanche interessato a conoscerlo?
R: Secondo me potrebbe essere interessato, ma non ha stimoli.
E: La maggior parte della produzione è a livello molto nazionale in alcuni casi è regionale. Per cui non credo che possa suscitare molto interesse nel resto del mondo. I film che hanno più possibilità perché parlano di cose più generali, che riguardano persone reali, sono pochi ed hanno molti problemi ad essere distribuiti. Sono pochissimi i film per l’estero. Perché i prodotti italiani hanno un mercato molto nazionale.
R: gli americani non hanno occasione di incontrare il cinema italiano. In America sai quanta gente ha il passaporto? Solo l’8%. Quindi vuol dire che è un paese che non ha una grande vocazione a proiettarsi verso gli altri. Conoscono gli altri quando i marines occupano altri paesi. Altrimenti è difficile. Non è che i film americani che girano in tutto il mondo siano più belli di quelli fatti in altri paesi, è che loro hanno il potere di imporli e gli altri no.
Quindi è soprattutto una questione di business.
R: ma certamente. Un film medio europeo costa circa 3 milioni di euro. Un film medio americano costa 30 milioni! Come si può competere? E’ chiaro che se uno deve spendere 7 euro per andare al cinema, preferisce andare a vedere una cosa spettacolare. Qui il cinema è una grande industria, da noi è un piccolo settore sempre in crisi. Il nostro film esce domani in poche sale e viene offerto a più di 40 milioni di persone perché viene distribuito tramite diverse piattaforme, Time Warner, cable eccetera, e questo è un modo molto moderno di offrire un film. Da noi in Italia è addirittura vietato fare uscire un film in sala e contemporaneamente da un’altra parte.
Tornando al film. Il protagonista, James, nella prima scena dice “la gente pensa di avere una vita interessante” e poi di seguito “io non ho niente di interessante da dire”.

In un’epoca in cui le persone vivono di immagine tramite i social network, credete che questi ultimi abbiano contribuito ad aumentare l’alienazione ed il disagio dell’adolescenza per molti giovani?
E: io sono totalmente d’accordo. Credo che sia un disastro. E aggraverà la situazione. I giovani credono di parlare, credono di comunicare, credono di avere delle relazioni ma in realtà c’è il vuoto più assoluto. Nel film così come nel libro, la cosa che mi ha personalmente colpito è l’identità dei personaggi. Perché oggi, nel mondo, le identità sono molto affievolite. Non c’è più la figura della madre che alimenta e che gestisce il padre e i figli. E così anche in politica, in Italia non hai più un leader in cui ti puoi identificare. Secondo me questa storia accenna questo problema delle identità che è drammatico. Perché svaniscono e diventano sempre più deboli. L’adolescente pensa di parlare con qualcuno che invece non c’è.
Lo fareste un film sui social network?
R:Un film è già stato fatto, io comunque non la penso come Elda. Credo invece che le nuove tecnologie esprimano delle necessità. Per me il fatto che si possa comunicare in ogni momento ed essere in contatto con altre persone è una cosa positiva, non negativa. I ragazzi poi sono molto più maturi rispetto a quelli della mia generazione, quando avevamo la loro età.
Parlando di giovani e nuove generazioni, nel film si nota molto un ribaltamento dei ruoli genitori-figli
R: Non sono i ragazzi il problema: il protagonista dice in più occasioni, nel film, che l’anormale non è lui ma sono gli altri. Il vero problema sono questi adulti che non hanno un’identità o sono in cerca di un’identità. Sono loro che esprimono la maggiore criticità. La ragione per cui questo ragazzo è disorientato è perché non ha dei punti di riferimento. Anzi stupisce come non sia peggio, avendo una famiglia come quella. Comunque anche in Italia c’è questo problema. Se lei va a parlare in qualsiasi scuola con gli insegnanti scoprirà come il problema più grosso sono in realtà le famiglie. Non esistono più. I genitori non parlano coi figli, non hanno tempo, per cui i ragazzi sono abbandonati a sè stessi e i social network sono sostitutivi della famiglia. Solo che la famiglia è una cosa, il computer è un’altra. Per cui non puoi ottenere dal computer quello che potresti ottenere da tuo padre o tua madre. Però i ragazzi di oggi cercano questo. Attraverso il telefonino e la connessione continua cercano un rapporto con qualcuno, qualcuno che non hanno più a casa con loro.
Nella parte finale del film si vedono James e sua madre –che in lacrime- chiede al figlio “cosa devo fare?” e lui risponde “odio quando le persone dicono così, perché sanno esattamente cosa fare”
R: Esatto, è più saggio il ragazzo della madre.
E: noi abbiamo portato il film in giro per molte scuole. La cosa che mi ha più colpito è che quando si vuole aprire un dibattito alla fine è sempre una tragedia, anche se c’è un insegnante. Nessuno ha il coraggio di parlare. Allora abbiamo ribaltato la situazione, siamo noi che li interroghiamo. E’ molto difficile per un ragazzo alzarsi in piedi e dire cosa pensa. La cosa che chiedevano tutti era se il protagonista fosse gay oppure no. E quando qualcuno faceva questa domanda, tutti gli altri ridevano e fischiavano. Hanno molto interesse per il tema dell’ omosessualità, e si scatenavano su questo. Ma poi esce fuori anche la loro debolezza. Quando siamo andati a Torino e si raccontava di questa storia, di amore, tradimento, erano lì con gli occhi lucidi. Sono deboli e fragili.
Una differenza con l’Italia che si vede ben chiaramente nel film: quando un adolescente soffre di problemi esistenziali, qui lo si manda subito dallo psicanalista, mentre in Italia la famiglia tende invece sempre un po’ a nascondere il problema.
E: In presenza di una carenza di figure genitoriali, forse la psicoanalisi aiuta. Io ce li manderei, i ragazzi. A me è successo. Pensai in un momento della mia vita di non essere all’altezza nei confronti di mio figlio, che era piccolissimo, e lo mandai dallo psicologo. Ma solo perché pensavo di non essere in grado di gestire la situazione in quel momento, perché io stessa avevo dei problemi.
R: In Italia questa tendenza esiste molto meno, direi per nulla. Semmai quello che è singolare qui è l’evoluzione della psicoanalisi, in un libro bellissimo di Bruno Bettelheim che si chiama la Vienna di Freud. L’autore –grande analista tedesco – racconta di quando è venuto a vivere in America. Lui venne negli USA e creò la scuola di Palo Alto per i bambini. E lui in questo libro spiega come in America il pensiero di Freud non solo sia stato alterato, ma addirittura manipolato, e cita come alcune parole quali ’”hic” o ’”Es” sino state tradotte in una maniera che non ha alcun significato rispetto all’originale. E poi l’evoluzione della stessa psicoanalisi. Il setting tradizionale era di 5 sedute a settimana, poi è diventato tre, poi una, poi addirittura lo si è fatto per telefono. In seguito è diventata come la figura del life coach nel nostro film. E’ proprio l’evoluzione della psicoterapia che in America ha dei risvolti che da noi non ha. Da noi i life coaches non esistono, solo ultimamente se ne sta iniziando a vedere qualcuno.
E questo è un bene o un male?
R: ma credo che quando le cose accadono non sia mai un male. Se accadono c’è una ragione, però ci sono delle figure di psicoterapeuti molto diffuse in America ,in Italia arrivano solo adesso. Qui fanno ad esempio la terapia in taxi.
E. Negli anni 70 andare in analisi era una cosa che non si diceva, perché venivi considerato “uno con problemi”. Adesso non è più così, ci vanno un po’ tutti. Io ricordo che negli anni 70 chiunque fosse in trattamento non ne parlava mai. C’erano delle regole precise. Che si concordavano anche con l’analista perché magari c’era il rischio che si parlava di più fuori che in seduta.
Avete in cantiere altri progetti insieme, magari in America?
E. stiamo valutando delle cose. Il nostro sogno sarebbe rifare un’esperienza simile perché ci siamo trovati molto bene.
R: sono molti di più i pro dei contro nel fare un film qui, l’unico neo è questo fatto di non poter portare con te tutti i collaboratori che vorresti. Questa chiusura ossessiva è l’unico vero problema da queste parti, per il resto si lavora molto bene.
E: Pensi che hanno creato problemi anche per far entrare l’attore. Abbiamo dovuto dimostrare che aveva delle particolari capacità – extraordinary abilities – che non potevamo trovare in nessun altro attore qui. Ha solo 17 anni. Per il resto qui si lavora meglio c’è anche più rispetto per il denaro dei produttori. Qui, se voglio chiudere una scena in 30 minuti, riesco a farlo.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter