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SPECIALE FRATELLI TAVIANI/ Shakespeare a Rebibbia

Una scena tratta da "Cesare deve morire"

Una scena tratta da "Cesare deve morire"

“Cesare deve morire”: il dramma della Roma di ieri e di quella d’oggi. I fratelli Taviani, la storia e la società dell’Italia berlusconiana

La tragedia di una vita dietro le sbarre, raccontata attraverso Shakespeare e per di più, in dialetto. “Cesare deve morire”, il docu-fiction dai tratti drammatici dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani è stato selezionato alla corsa come miglior film straniero per gli Oscar 2013. Il film, girato interamente nelle carceri di Rebibbia (Roma) ha nel cast un gruppo di detenuti che recitano, improvvisandosi attori, il Giulio Cesare di Shakespeare.  Il semi-documentario dei fratelli Taviani, racconta quindi la realtà del carcere ma in modo celato, facendo rappresentare ai protagonisti un’opera di Shakespeare legata a Roma e rivisitata nei dialetti d’origine degli attori. Un film forte, a tratti divertente e tragico. Girato prevalentemente in bianco e nero, Cesare deve morire ha riportato un’Italia vera sullo schermo cinematografico degli USA, quella che il pubblico straniero sembra preferire ai tentativi di emulazione del cinema mainstream  di alcuni registi degli ultimi anni.

Il film che è stato proiettato per la stampa a New York circa due settimane fa, ora avrà il suo primo screening pubblico al New York Film Festival (NYFM) il 29 Settembre, mentre sarà distribuito nelle sale, a partire da Febbraio 2013. Dopo aver vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, Cesare Deve Morire è in corsa adesso anche al New York Film Festival (NYFF). I fratelli Taviani sono venuti a New York, per l’apertura del NYFF e li abbiamo incontrati in un salotto tipicamente newyorkese, con una splendida vista su Central Park, dove i due registi ci hanno raccontato dell’esperienza nelle carceri di Rebibbia e con i detenuti, confessando anche che non si aspettavano un successo così grande.

Cesare deve morire ha riportato un’Italia vera sugli schermi di tutto il mondo. Quando l’Italia “fa” l’Italia e si mostra con tutte le sue contraddizioni viene premiata, forse è questo che il pubblico preferisce e vuole vedere?

Paolo Taviani: Beh, questo vale un po’ per tutti i paesi, cioè quando un autore o un regista riesce a rappresentare degli aspetti e la verità del suo paese, in genere ha un eco un po’ in tutto il mondo. Infatti diceva Fellini, riferendosi ai giovani, “voi volete essere internazionali, siate provinciali e allora diventerete internazionali” e infatti lui ne era l’esempio.

Lui parlava di un mondo in cui non c’era nessuna presunzione di essere internazionali né nella storia nè nella rappresentazione. C’è del vero nella domanda che hai fatto, direi che vale un po’ per tutti i paesi. In questo caso specifico, devo dire che la reazione a questo film ha sorpreso anche noi. Quando siamo andati a Berlino, dopo la proiezione e prima di ricevere l’Orso d’Oro questo film apparentemente anti-commerciale, senza attori importanti, senza richiami di grande portata insomma era stato venduto in 24 paesi. Subito dopo aver ricevuto il premio è stato venduto in 73 paesi. Tant’è vero che, la produzione ci ha dato il premio come film italiano più venduto all’estero. Le ragioni? Anche noi ce lo domandiamo! E’ vero che riguarda una realtà particolare, però credo che sia una verità che va anche oltre il fatto nazionale, usa strumenti forti grazie a Shakespeare. Non sempre Shakespeare ha questa corrispondenza ma in alcuni casi, in questo caso, il film colpisce perché l’umanità tragica, dolorosa di questi carcerati che riesce a trasparire attraverso l’arte, è un tema che tocca un po’ tutti i paesi. Da quando il film è uscito e dagli incontri che abbiamo avuto in tutto il mondo, abbiamo capito che molti sentono questa verità come propria, come se gli appartenesse. Il problema delle carceri. Del dolore del carcere e del desiderio di ognuno di riscattarsi in qualche modo e che l’arte da, perché l’arte aiuta a riscattarsi. Può essere un appiglio per uscire dalla disperazione.

Avete scelto come struttura narrativa del film il documentario mescolato alla fiction cinematografica, quanto c’è di improvvisato e quanto di “artefatto”?

P: Intanto il film prima era partito con l’idea del documentario. Ma appena io e Vittorio ci siamo trovati a lavorarci su ci siamo accorti che era un film e che film! Anomalo, antico e per certi versi molto moderno, abbiamo sentito quindi che poteva nascere. Di improvvisato non c’è assolutamente niente. Tutti pensano che sia improvvisato, mentre tutto ciò che si vede è stato scritto sulla sceneggiatura. Ma, una sceneggiatura che è stata scritta nei racconti dei carcerati. Tutto quello che avviene quando si litigano tra loro, quando ricordano episodi della loro vita capitati quando erano fuori, non è che l’hanno vissuto loro o l’hanno improvvisato, sono storie che ci hanno raccontato e che noi abbiamo fatto rivivere attraverso questi personaggi. Non è la loro storia, è la storia di altri, come loro. Però ad esempio a molti dei detenuti attori nel film, come al protagonista Bruto che quando fa la congiura dice “io ho già vissuto questo momento” noi abbiamo dato il testo, e gli abbiamo detto riscrivilo tu. E lui –come gli altri- lo ha fatto associandola ad altre sue storie e traducendola in dialetto napoletano. Così è nata quindi una storia di grande verità, perché attinge alla verità e poi si fonde con la vita di questi attori-detenuti. Nel caso di Bruto, ad esempio ha comunque un talento naturale infatti ora è fuori e fa cinema. E un po’ così tutto il film, nasce tutto da Rebibbia al tempo stesso noi l’abbiamo riscritto tutto, strutturando poi anche Giulio Cesare.

Come mai avete scelto proprio Giulio Cesare?

P: dunque noi avevamo visti rappresentati dai detenuti la Tempesta e delle letture di Dante e ci avevano emozionato tantissimo, anche perché erano tutte opere recitate in gergo che davano una grande forza a Shakespeare che noi già conoscevamo ma è stato come riscoprirlo attraverso la passione che ci mettevano con i loro dialetti. A un certo punto quindi noi abbiamo detto, questa emozione forte, trasformiamola, facciamone un film. Comunichiamola col mezzo che è il nostro e che è il cinema. Allora ci siamo messi a lavorare e abbiamo scelto di fare Giulio Cesare perché intanto si svolge a Roma, ma soprattutto parla di Roma, del Gianicolo dei quartieri. Tutti elementi che anche per i detenuti sono importanti e poi perché parla di tirannicidio, tradimento, amicizia, quei sentimenti terribili che appartengono anche a  questa gente. Loro stessi quando leggevano i testi dicevano ma questo Shakespeare è un amico, che ha parlato di noi già 500 anni fa. Perché i personaggi come Iago, anche Cesare, ricordano un po’ i boss della camorra, molti degli attori del film erano dei camorristi.

Com’è stato lavorare con loro, le loro storie di vita -se ve le hanno raccontate- hanno influenzato il vostro rapporto con i detenuti-attori?

P: Non abbiamo mai chiesto le loro storie o perché erano finiti in carcere. Sapevamo però che erano lì nel braccio di massima sicurezza dove stanno solo quelli che hanno il massimo delle condanne. 27 anni e così via. E’ una parte di Rebibbia particolare quindi, che ha però un direttore straordinario che ci ha dato libertà assoluta ed in cui lavora coi detenuti, questo regista di teatro Fabio Cavalli che ha dedicato la sua vita all’arte. Quando abbiamo cominciato a lavorare con loro, abbiamo trovato delle persone che avevano già scoperto Shakespeare e lo spettacolo ma quello che c’era da fare subito era spiegare loro che il cinema è una cosa ed il teatro è un’altra. Tant’è vero che quando abbiamo riscritto Shakespeare. Perché noi lo abbiamo proprio riscritto, utilizzando i dialoghi di Shakespeare e rispettandone l’anima, ma al tempo stesso dandogli una struttura molto più sintetica, eliminando le donne ad esempio! Tanti ci avevano detto ma fate fare le donne agli attori uomini, fatele recitare ai carcerati. E noi abbiamo detto di no, perché le donne appaiono solo all’inizio, mentre in un’opera come il Macbeth in cui sono sempre presente, ecco quella sarebbe stata impossibile da rappresentare. Inoltre vedere le donne sul palcoscenico a teatro da lontano è un conto, ma nel cinema la macchina da presa si avvicina talmente tanto da rendere visibili persino le pupilla, il film fatto così farebbe ridere, perderebbe di drammaticità. Il cinema non ti permette di avere fantasia in questo caso. Quindi niente donne e abbiamo riscritto quelle parti li. Tutte le scene che sembrano inventate invece è vero che sono nate tutto lì, ma tramite noi. Questo filtro di noi registi e sceneggiatori del film.

E’ stato girato interamente a Rebibbia?

P:Tutto, siamo entrati in carcere e lì siamo rimasti.

Avete avuto difficoltà nelle riprese, la polizia vi ha permesso di girare il film liberamente?

P:No nessuna difficoltà, anzi ci hanno aiutati moltissimo. Abbiamo avuto grandissima libertà. Abbiamo deciso di fare questo film anche perché abbiamo capito subito che avremo usato il piccolo teatro che hanno lì nel carcere e che usano per le loro rappresentazioni, solo per il finale. La scena in cui Bruto ha quell’angoscia amletica di uccidere o non uccidere, in nome della libertà, l’abbiamo girata nella sua cella. Il luogo da subito uno scatto e grande forza al personaggio. La scena in cui uccidono Cesare invece, noi abbiamo pensato di girarla in cortile, o in questi cubicoli, dove i carcerati vanno a prendere aria. Nei bracci del carcere avviene invece la congiura,  sotto la luce cadente di un neon, che il bianco e nero hanno esaltato. Quando abbiamo capito che avremo girato così il film, quindi non sul palcoscenico, abbiamo capito che avremo conquistato una verità proprio grazie a questi ambienti.

In Italia da molto tempo ormai, si parla dei problemi che affliggono le carceri, uno tra tutti è certamente il sovraffollamento e le condizioni in cui i detenuti vivono all’interno delle prigioni. Dalla vostra esperienza all’interno del carcere di Rebibbia, che idea vi siete fatti, quali sono state le vostre impressioni?

P: L’impressione è stata brutta, e nel film c’è un accenno a questa tematica. Noi abbiamo girato il film in una zona del carcere che rispetta un po’ di più i detenuti, però, quando camminavamo per andare da una parte all’altra, attraverso le porte si vedevano queste persone sdraiati ferme per ore, anche in sei in una cella, era una cosa tremenda. Tant’è vero che un giorno uno di loro ci disse –ed è una battuta del film- non ci chiamate detenuti ma guardatori di soffitti. Nasce tutto da lì. Perché tutto nasce da loro quando mi chiedi avete collaborato? Enormemente! Tutto il film è nato da loro. Ma non schematicamente. Intanto noi pensiamo che questo film di grandi problemi del carcere che in Italia sono spaventosi. Intanto indirettamente per noi, anche se ci sono battute qua e la, noi non volevamo raccontare moralmente il problema sociale di questo . Quando loro fanno i provini, e si chiede loro dite il vostro nome, cognome ecc noi avevamo detto non importa che voi diciate il vostro nome, cogn potete anche inventarlo, invece hanno urlato il loro nome cognome e ci hanno detto noi sappiamo che questo film andrà in giro per le sale, in Italia e all’estero e vogliamo che arrivi la nostra voce, che chi ci conosce si ricordi che noi siamo qui dentro e chi non ci conosce sappia che esistono degli esseri umani che vivono e che hanno questi nomi. Era un grido, un desiderio di comunicare, gridano, si incazzano, vogliono che la loro voce arrivi. Quindi il film alla fine pensiamo che possa essere stati utile. Nel senso che la domanda che tu hai fatto, che chi vede il film si ricordi che questi assassini sono però esseri umani ancora e vanno considerati come tali.

Visto che lavorate insieme da tanti anni, quali sono ancora i litigi -se ne avete- come registi e come fratelli?

Vittorio Taviani: A parte che noi non ci analizziamo, anche i fratelli Cohen su questo argomento hanno detto, non stiamo a fare troppe analisi! Posso dire che col passare del tempo abbiamo compreso che la nostra natura è simile ma i caratteri sono diversi. Lui è uno Scorpione io sono Vergine. Però col passare del tempo, sembra che qualcosa del suo carattere sia passata a me e viceversa, qualcosa di me è stata trasmessa a lui. Non è un’osmosi si parla sempre per approssimazione. Il mistero della individualità, rimane sempre un mistero.

Interviene Paolo:

Vedi noi da giovani, amavamo molto Zavattini e De Sica. Avendo letto una sceneggiatura scritta da Zavattini che De Sica portò sullo schermo, un giorno gli chiedemmo, senti ma di chi è il film? E lui disse la mia sceneggiatura non esisterebbe se non ci fosse De Sica che la porta al cinema. E’ come quando vai al bar, e chiedi un cappuccino tu non sai come viene fatto, allora bevilo e non rompere il cazzo!

Avete certamente seguito la polemica portata avanti da Bellocchio al Festival di Venezia, il regista ha dichiarato riferendosi a Michael Mann a capo della giuria del festival "non ci vengano a dare lezioni su che cosa gli italiani dovrebbero raccontare al cinema".  "chi viene da Oltreoceano talora ha difficoltà a capire qualcosa dell’Italia, che cosa davvero succede da noi, quali siano le forze politiche in gioco, la nostra tradizione cattolica, il peso del Vaticano… Per questo spara obiezioni superficiali con la supponenza di chi si considera padrone del mondo". Cosa ne pensate? Siete d’accordo oppure no?

V: No assolutamente, quella è una cosa che ha detto sul momento. Bisogna vedere in che contesto lo ha detto. Se uno va a un festival, va a presentare la sua opera e la gente dice quello che vuole. Il giudizio del presidente della giuria va preso come tale. Io non darei importanza a tutto questo. Che tra l’altro fa parte un po’ dell’atmosfera dei Festival, dove le passioni le attese le delusioni ecc si accavallano ed è il bello e il brutto dei Festival. Noi infatti amiamo molto i festival non competitivi come questo” si riferisce al NYFF “perché si guarda soprattutto alla qualità, ma devo dire che anche quando c’è competizione si creano altri aspetti dove le passioni si scaldano. Quindi l’affermazione di Marco è da prendere così, il suo è un bel film, che a noi è piaciuto molto. Poi Marco è sempre stato così.  Durante il ’68 quando anche il cinema italiano si scaldò, una volta ci riunimmo noi amici-registi, ed uno di noi – non dico chi perché è un regista importante- argomentò la situazione della protesta esprimendo le sue opinioni. Marco si alzò e disse tu stai zitto perché fai film brutti. Insomma è così.

Si parla molto di crisi economica e del fatto che l’Italia stia ancora subendo gli effetti di una durissima recessione. Proprio ieri, abbiamo ascoltato il premier Monti all’ONU, che ha ricordato come questa non sia una normale e ciclica crisi che andrà via come quelle precedenti, ma quella che stiamo vivendo è la peggiore della storia del nostro paese. Riportando il discorso alla cultura, secondo voi c’è stato anche un impoverimento culturale in Italia?

V: Con Berlusconi! L’Italia è un meraviglioso paese, non dico un popolo meraviglioso perché non lo è ma che sa esserlo in alcuni momenti. Ma poi cede molto agli elementi più populistici più volgari. Cosa che abbiamo vissuto negli anni con Berlusconi e di cui dovremmo vergognarci veramente. C’è stato certamente un impoverimento, che riguarda anche il nostro settore, perché in fondo Berlusconi, come ha fatto credere alla gente con quello che diceva e mettendo su un mondo televisivo in cui sembra che tutto avvenga come tra una canzonetta e l’altra tutto avviene, non dico col sorriso, ma con risate sciocchezze, mai un momento in cui ci sia il dolore e della riflessione. E con questo che si è corrotto il paese. Per cui c’è un impoverimento ma c’è anche una grande forza, rappresentata dai giovani, che invece non vogliono questo e poi c’è la grandezza di un uomo che è Napolitano e che rappresenta il meglio di una realtà che c’era in Italia e che è riuscita ad opporsi e a far si che veramente finisse un’era umiliante e si tentasse qualcosa di serio. Speriamo bene!

P: Una cosa che mi disturba è il linguaggio. La politica come la intendevano i Greci e anche l’Italia in alcuni momenti storici, è attività sociale ma anche pensiero, filosofia, cultura. Ed invece con lui –Berlusconi- è diventata un campo di calcio. Perché si usano espressioni come si scende in campo, è in panchina, “quello non è un catenaccio” ha detto Renzi qualche giorno fa. E’ diventata un campo di calcio, che è la negazione della politica. Tutto per via di Berlusconi e del Milan. Del calcio come il mito come uno degli elementi per cui l’uomo si esprime ai suoi più alti vertici. Non è vero! E’ un gioco bello, ma è solo quello. E questo mostra la deformazione che c’è ancora nel concetto di politica in Italia.

V: In Toscana in Emilia, ma anche in altre regioni d’Italia trovi poi però, giovani che si danno da fare, che lavorano senza essere pagati per la loro comunità. Quindi cerchiamo di pensare a loro soprattutto, quando si pensa a questo dolore.

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