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La lingua italiana dei migranti

Un momento della conferenza al Calandra

Un momento della conferenza al Calandra

La conferenza con 42 congressisti al Calandra Italian American Institute della CUNY sul rapporto tra lingua e identita' della diaspora degli italiani fuori dall'Italia e di quella di altri popoli arrivati in Italia

Con il titolo Lingue Migranti, la sesta edizione della conferenza annuale del Calandra Institute ha aperto un interessante spaccato sulle relazioni tra la cultura italiana e altre culture. Tra giovedì 25 e sabato 27 aprile, nel corso di una tre giorni di presentazioni e dibattiti, 42 congressisti hanno parlato di lingua e identità nella diaspora degli italiani e in quella di altri popoli in Italia.

L'evento ha richiamato un pubblico di accademici, ma anche semplici amanti della cultura italiana riempiendo ogni giorno entrambe le sale che hanno ospitato la conferenza.

All'interno della comunità italiana di New York il Calandra Italian American Institute, parte del Queens College della City University of New York, non ha bisogno di presentazioni, ma per chi ci leggesse da fuori è utile ricordare che si tratta del più importante istituto di cultura italiana negli USA e di un'organizzazione accademica che ogni anno produce un calendario ricco di eventi culturali.

“La conferenza annuale è un'occasione per allargare la conversazione sull'identità italiana negli Stati Uniti – dice il Prof. Anthony Julian Tamburri, Dean dell'Istituto – Finora, infatti, gli Americani di origine italiana non hanno fatto parte del discorso etnico nazionale. Soltanto negli ultimi 20 anni si è iniziato ad affrontare quest'argomento con studi accademici. Basti pensare che il primo libro americano sulla letteratura italiana risale al 1974”.

Il tema di quest'anno ha aperto una riflessione su un argomento di grande attualità. Lingue migranti, infatti, si presta a una lettura su diversi piani: da una parte ci sono la lingua e i dialetti degli italiani emigrati verso un'altra cultura, dall'altra le minoranze linguistiche presenti in Italia e le letterature dei nuovi immigrati che si confrontano con l'Italiano.

La varietà dei linguaggi con cui i primi immigrati italiani arrivarono negli Stati Uniti, nonostante (come viene ricordato nel programma del convegno) nel 1861 la neonata nazione avesse scelto il diletto toscano come lingua ufficiale, è stata per anni una caratteristica distintiva dell'Italianità all'estero e, in molti casi, causa di pregiudizio.

Molte delle presentazioni della conferenza si sono confrontate con questo tema, sottolineando come il pregiudizio non fosse soltanto quello degli americani nei confronti degli italiani visti come meri lavoratori e, più tardi, come mafiosi, ma come ci fosse e ci sia ancora un pregiudizio da parte degli italiani stessi nei confronti degli emigranti. Spiega Tamburri: “L'emigrante era visto come “cafone”, di bassa classe sociale. Parlava dialetto, non era istruito e in una certa misura l'Italia ci vede ancora così”.

Di questi temi, con particolare riferimento al dialetto siciliano e all'interazione tra dialetto e lingua ufficiale, hanno parlato Giuseppe Paternostro, dell'Università degli Studi di Palermo, e Anna De Fina, della Georgetown University. Ha invece parlato di dialetto veneto Sabina Perrino, dell'University of Michigan, Ann Arbor. Ancora di dialetto siciliano si è occupato Santi Buscemi, docente del Middlesex County College, in una presentazione dal titolo Language, Class, and Politics: The Use of Sicilian and Italian by Luigi Capuana in Gli “Americani” di Ràbbato, ‘Ntrrugatoriu, and ‘U Cavaleri Pidagna. Una sessione a parte è stata dedicata ai dialetti nel teatro: Stefano Boselli si è occupato della commedia di Vergilio Verucci; Janice Capuana, del John Jay College of Criminal Justice, Cuny ha parlato del teatro siciliano affrontando il lavoro dell'attore Angelo Musco nell'opera di Nino Martoglio; Elisa Legon del Baruch College, Cuny ha affrontato il tema dell'immigrazione nel teatro con particolare riferimento al Cocoliche, l'italo-spagnolo parlato dagli emigrati in Argentina.

Altri congressisti si sono confrontati con il tema delle minoranze linguistiche in Italia. Il griko, o greco calabro, con il suo folklore, la tradizione orale e le sue manifestazioni popolari è stato al centro della presentazione di Angelyn Balodimas-Bartolomei, docente della North Park University di Chicago e PhD in Comparative International Education and Policy Studies (Loyola University, Chicago). Ha affrontato invece il tema della minoranza linguistica albanese nell'Italia centro meridionale Vincenzo Bollettino, docente alla Montclair State University e PhD in Latin American Literature e in Comparative Literature. Il professore Ermenegildo Bidese, dell'università degli Studi di Trento, e James R.Dow, professore emerito dell'Iowa State University, hanno parlato del tedesco come lingua minoritaria con una particolare attenzione alle varianti cimbre.

Una sessione a se stante è stata dedicata alle minoranze ebraiche. Ne ha parlato, in una prospettiva storica, Fabrizio Franceschini, dell'Università di Pisa, mentre Alessandro Orfano, sempre dell'Università di Pisa, ha parlato della lingua e della cultura degli ebrei italiani in Tunisia. Infine Rosario Pollicino dell'university of Connecticut ha presentato uno studio dal titolo The Italian/Italophone Jewish Trauma of “forced repatriation”: The Case of Victor Magiar.

Ancora di minoranze, ma stavolta come minoranze immigrate, si è parlato nella sessione dedicata alle Immigrant Literature in Italy. Viktor Berberi della University of Minnesota ha parlato dell'opera della scrittrice di origine albanese Ornela Vorspi, mostrando come le tradizioni e le leggende della cultura di provenienza si riflettano nella scrittura e nella caratterizzazione e nell'immaginario dei personaggi. Ha affrontato invece l'opera di un migrante albanese, il poeta Gëzim Hajdari, la presentazione dal titolo The language In-between: The Interplay of Albanian and Italian di Anita Pinzi, Graduate Center, Cuny. Elizabeth Venditto, della University of Minnesota ha sottolineato le difficoltà poste dall'integrazione nella sua presentazione dal titolo The limits of the Italian language for Immigrants’ acceptance into Italian society: Amara Lakhous’s Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. Il romanzo dello scrittore algerino è diventato paradigma per una riflessione sull'integrazione razziale nella società italiana contemporanea ed è stato al centro anche della presentazione di Grace Russo Bullaro, Lehman College, Cuny, che ha parlato della definizione di identità nella società italiana globalizzata e ha messo in evidenza come l'identità sia un concetto complesso e articolato.

Il rapporto tra la formazione dell'identità e la lingua è stato al centro della sessione Language and Evolving Italian-American identities: Jefferson Triozzi e Anna De Fina, della Georgetown University hanno parlato di Authenticity and Inauthenticity in Italian-american Cultural Manifestations: youth reactions to Guido Culture; Luciana Fellin, della Duke University, in uno studio dal titolo The new Wave of Italians: linguistic practices and attitudes ha affrontato la realtà di una comunità di professionisti di origine italiana residenti nel North Carolina e desiderosi di conservare la propria identità e lingua; Hermann W. Haller, del Queens College/Graduate Center, Cuny ha presentato un progetto portato avanti con i suoi studenti per rintracciare la personale storia linguistica degli italiani di seconda generazione.

Se si parla di lingue migranti, non si può evitare di affrontare le sfide poste dalla traduzione letteraria. Questo tema è stato al centro di diverse presentazioni tra cui quella di Mary-Faith Cerasoli dal titolo John Fante Was not an Outlier, una critica alle prime traduzioni del famoso romanzo di Fante Aspetta Primavera, Bandini (titolo originale: Wait Until Spring, Bandini) che, secondo la tesi della relatrice, non sarebbero state in grado di restituire il linguaggio colloquiale e diretto dell'autore. Ancora di traduzione, con una particolare attenzione alle difficoltà date dalla traduzione dal dialetto all'inglese, si è occupato Gil Fagiani, discendente del poeta dialettale abruzzese Cesare Fagiani e lui stesso poeta, nella presentazione dal titolo Ties That bind: Translation and the Development of an Intergenerational literary Tradition.

Anche l'apprendimento e l'insegnamento della lingua italiana sono stati affrontati nel corso della conferenza, nella presentazione dal titolo Pragmatic and Intercultural Competence in learning Italian: a Cross Cultural approach di Roberto Dolci, l’università per stranieri di Perugia.

La conferenza del Calandra ha, tra gli altri pregi, il merito di non confinare la cultura italiana alle glorie del passato, ma di sapersi aprire alla produzione contemporanea. Spiega Joseph Sciorra del Calandra Institute: “Noi riteniamo che non esista una cultura italiana ufficiale, ma che ci siano tante espressioni culturali, anche minori, che, pur non facendo parte dell'agenda culturale di Roma, hanno un grande valore che è importante iniziare a riconoscere”. Questa l'idea che ha animato il Video Interlude presentato dallo stesso Sciorra in apertura della conferenza, e altre presentazioni dedicate a una produzione culturale che potremmo definire pop. Ne sono un esempio lo studio di Francesca De Lucia sulle intersezioni di linguaggi e culture nel film Tano Da Morire e quella di Simona Martini dell'Università degli Studi di Milano sui testi della canzoni dei Subsonica. 

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