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Franca Rame, una vita in teatro

di Osvaldo Guerrieri - La Stampa

Figlia d’arte, recitò nella rivista. Poi con Dario Fo condivise sessant’anni di impegno civile, politico e artistico

 

Quando ha cominciato a recitare Franca Rame? Nessuno può dirlo. Forse neppure lei avrebbe potuto indicare un giorno, un’occasione. Generalizzando un poco potremmo dire che Franca è nata in palcoscenico. Era una figlia d’arte. Proveniva da una gloriosa dinastia di burattinai e di marionettisti. Da circa tre secoli i Rame battevano la Padania con il loro casotto e con le teste di legno dei loro “attori”. Alle marionette erano poi seguite le commedie. Per Franca e per i suoi fratelli c’era sempre un ruolo e la bambina finì per assorbire lo spirito degli scavalcamontagne. Il teatro era il suo orizzonte. Non vedeva altro e non conosceva altro.
Il 1950 fu un anno di svolta. Franca aveva ventun anni e con le sue sorelle decise di abbordare il teatro di rivista. Entrò nella compagnia di Tino Scotti, che portava in teatro la sua maschera di meneghino iperattivo e un po’ sbruffone (“Ghe pensi mi” era il suo tormentone legato allo spettacolo omonimo). In quelle riviste che cercavano di contendere a Macario un primato di fascino e di lusso, Franca entrò come un lampo biondo. Al pubblico milanese dell’Olimpia apparve bella, slanciata, fuori schema. Fu notata da un tipo allampanato, dinoccolato, che divideva il suo tempo tra il cabaret e l’arte figurativa. Quel ragazzone nasuto, divertente e con i denti un po’ in fuori era Dario Fo. S’innamorarono e nel ’54 si sposarono. E poiché Fo cominciava a scrivere quelle sue commedie un po’ folli che piacevano moltissimo alle platee borghesi, eccoli formare compagnia. Produssero spettacoli a raffica. “Chi ruba un piede è fortunato in amore”, “Gli arcangeli non giocano a flipper”, “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” erano i titoli che mandavano in estasi il pubblico. Dario era il buffone, il giullare che più tardi sarebbe esploso con “Mistero buffo”; Franca la presenza eterea, la bellissima che con la sua voce un po’ roca, il suo sex appeal e i suoi tempi comici garantiva il valore aggiunto. La coppia divenne popolarissima, tanto che, nel ’68, fu chiamata dalla Rai per condurre Canzonissima.  

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