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Abbiamo gli italici, ora facciamo la grande Italia

Vincenzo Marra, presidente-fondatore di ILICA con il Prof. Anthony Tamburri, Dean del Calandra Italian America Institute del Queens College, CUNY (Foto I-Italy)

Vincenzo Marra, presidente-fondatore di ILICA con il Prof. Anthony Tamburri, Dean del Calandra Italian America Institute del Queens College, CUNY (Foto I-Italy)

Alcune riflessioni dal convegno "L'identità italiana nel terzo millennio", organizzato da ILICA  a Roma e in cui abbiamo ascoltato l'intervento chiave di Anthony Tamburri

"L'identità italiana nel terzo millennio", così era intitolato il simposio organizzato da ILICA  (Italian Language Inter-Cultural Alliance) di New York, tenutosi a Roma alcuni giorni fa'.

Si confrontavano quattro relatori italo americani e quattro italiani di diversa formazione e specializzazione. Senza entrare nello specifico di tutti i temi affrontati mi ha incuriosito che si parlasse di identità italiana attraverso un confronto che non vedesse partecipi solo gli italiani, ma anche e soprattutto gli italo americani. 

Ritengo indispensabile, parlando di identità collettive ed in particolar modo di quella italiana, avere uno sguardo aperto in grado di oltrepassare la chiusura della Stato-nazione, cioè l’idea ampiamente diffusa e tramandata dal XVIII e XIX secolo: uno Stato una identità.

E’ per questo che l’identità italiana nel terzo millennio deve essere discussa dai vari luoghi del mondo e non deve essere di esclusiva padronanza degli italiani.

Il problema è dotarsi, innanzitutto, di un modello più adeguato per definire un’identità. Essa non è più rigida, predefinita, contenuta nel carattere di un popolo per i secoli a venire. Non si tratta più di un essere statico, ma di un divenire continuo che si determina e autodetermina nel fare, nella relazione con l’altro, nella cultura, nella costruzione di nuovi mondi possibili. Le nuove identità sono frutto di sincretismi culturali, ma proprio per questo possono incappare nella difficoltà di riconoscersi, nella consapevolezza di non essere “né di qua, né di là”. Perché si è un po’ e un po’ e quindi, forse, niente. Perché, come nel caso degli italo americani, non si è del tutto americani e neanche italiani.

Il professor Anthony Tamburri del Calandra Institute della CUNY, tra gli organizzatori dell’evento citato, scrive : “Gli Italo Americani sono stati snobbati e trattati con diffidenza e sospetto dagli Italiani non meno che dagli Americani; laddove costituiscono una cultura a se stante… É finito il tempo dei 'Paisa'… è tempo di capire quale identità accomuna coloro che si definiscono 'Italo Americani' con l'Italia. Il dialogo può e deve essere solo culturale tenendo a mente che la cultura è un investimento a lungo termine. Una definizione che, per iniziare un dialogo nuovo, gli Italo Americani dovrebbero insegnare all'Italia".  

E invece, proprio per il fatto di non appartenere così chiaramente al mondo degli Stati-nazioni, le identità che emergono dagli incontri tra culture ci raccontano più chiaramente i mutamenti del tempo contemporaneo. Invece di rappresentare una difficoltà esse possono divenire una risorsa necessaria perché capace di dotare di strumenti cognitivi per la nostra condizione esistenziale di postmoderni: vivere tra e non solo vivere in. Vivere nella relazione tra diversi e quindi nell’incertezza, non più chiusi nella propria comunità ordinata dove le aspettative di vita sono chiare e sicure.

Se gli italo americani, a mio avviso, hanno nella maggior parte dei casi ben capito questa lezione, come anche emerso dagli interventi del convegno, non sempre gli italiani lo hanno fatto.

Il problema di fondo mi costringe a tirare in ballo il marchese D’Azeglio ed il suo famoso: “Abbiamo fatto l’Italia, adesso facciamo gli italiani”. Come se gli italiani un’identità fino a quel momento non ce l’avessero avuta. Come se nel corso dei secoli non si fosse formata nella penisola un comune sentire, spesso mosso da letterati, mercanti, artisti, uomini della chiesa, condottieri; vissuto tuttavia nelle differenze dei vari stati e staterelli che l’hanno caratterizzata. E’ per questo che ho sempre pensato che fosse più giusto ribaltare la citazione: “Gli italiani ci sono, adesso facciamo l’Italia”. Certo, D’Azeglio pensava di fare gli italiani sulla scia dei francesi o degli americani, ma il tema dell’identità nazionale, a mio avviso, non si è mai ben sposata con quella dell’identità culturale italiana. Quest’ultima, che fa inorgoglire nel mondo, ha viaggiato ovunque superando i confini, plasmando ogni cosa che ha incontrato, modificandosi a sua volta a seconda del contesto nel quale si è trovata. Ma spesso gli italiani si dimenticano di questa storia complessa e del suo divenire storico pieno di incontri e scontri culturali. E sono proprio gli italo americani, gli italo argentini, gli italo venezuelani, gli italo francesi, ecc….che ce la possono e devono ricordare.

E’ per questo che l’identità italiana nel terzo millennio non sarà più un fatto dell’Italia ma di tutti coloro che sentiranno la cultura italica, come mi piace chiamarla, come determinante della propria identità individuale o di gruppo, in qualsiasi luogo ci si trovi nel mondo.

Ah, dimenticavo! In realtà D’Azeglio avrebbe detto: “Finalmente gli italiani si decisero a fare l’Italia”. Ecco qui siamo d’accordo. Ricordiamocelo ogni tanto.

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