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James Gandolfini e quel suo Tony Soprano cosí eterno, perché uguale a noi

James Gandolfini nella parte di Tony Soprano

James Gandolfini nella parte di Tony Soprano

L'attore morto a 51 anni non ha interpretato da grande artista lo stereotipo dell'italoamericano, ma le inquietudini, le debolezze e le sofferenze dell'uomo del XXI secolo

Quando ho saputo della morte di James Gandolfini, ho pensato ad uno scherzo. Ero al concerto di Pino Daniele, e la notizia si diffondeva bisbigliata, pareva che fosse morto in Sicilia “Tony Soprano”. Proprio così non Gandolfini, ma Tony. Ho pensato ad uno scherzo, del tipo un episodio pilota di una nuova serie di mobster del New Jersey che arriva in Sicilia e viene fatto fuori dalla mafia… Ma pochi minuti e la terribile notizia: non era morto il boss, ma l’attore Gandolfini e non si trovava a Taormina, dove ancora doveva andare per ricevere un premio, ma nel suo albergo di Roma.

Pino Daniele, che a New York esprimeva la Napoletanità in musica, non si è accorto di nulla. Se lo avesse saputo, sono sicuro avrebbe detto qualcosa da quel palco. Perché non sarà certo Pino come quelli che ce l’avevano con Gandolfini perche interpretava “lo stereotipo” dell’italoamericano cafone e mafioso. Che poveretti. Gandolfini è stato un grandissimo attore, e poi Tony non era né cafone né mafioso. Non vanno dallo strizza cervelli i cafoni, perché non vanno in depressione, in genere sono contenti perché non sanno di esserlo, cafoni. E poi Tony non era proprio un mafioso, ma semmai un gangster, un mobster  magari di origine campane, e quindi camorrista più che mafioso, ma soprattutto e in tutto Tony era un boss americano. E se era anche lo stereotipo dell’italoamericano “wise guy” quel personaggio interpretato da Gandolfini, questo perché lo sapeva fare uguale all’originale. Che esiste ancora quel tipo di boss, altro che. Molti dei denigratori della serie Sopranos, “uomini dell’anno” a capo di organizzazioni italoamericane grandi e piccole del Tristate, che ho sentito dire tante cose inutili sulla serie Sopranos, ecco nessuno di loro ha mai avuto il coraggio di sostenere – almeno le centinaia di volte che li ho ascoltati in noiosi “gala dinner” – che l’attore protagonista dei Sopranos, cosi come tutti gli altri attori che gli facevano da spalla nella serie, non fossero bravi. Non potevano dirlo perché erano tutti eccezionali infatti, e James nella parte di Tony era un fuoriclasse.

La serie Sopranos con un attore diverso da Gandolfini come interprete di Tony, non avrebbe avuto lo stesso successo. Questa è una di quelle volte in cui si scrive con la certezza assoluta che non si cambierà opinione.  Senza James Gandolfini, nato nel 1961 a Westwood, New Jersey, da genitori emigrati dalla Campania, il padre muratore e la madre che lavorava alle cucine della scuola, quella serie non avrebbe cambiato in quel modo e in quei tempi le fortune di HBO e la storia della televisione in America. Perché di tutti quei personaggi un po’ stereotipati e poco credibili, proprio il suo Tony Soprano, con la moglie Carmela, e i figli non lo erano affatto fasulli, e determinavano con quella caratterizzazione il successo della serie. Non era infatti la solita americanata di gangster ad attrarre la maggioranza ex silenziosa. Quei milioni di spettatori americani attaccati e paganti davanti allo schermo per sei anni lo sono stati perché si immedesimavano in quei personaggi cosi veri, sia nei loro tormenti che nelle loro piccole gioie. Eravamo tutti noi i Soprano, gente che lavora troppo per tirare su una famiglia e che ad un certo punto, travolti dal carico di responsabilità, pensa di non farcela più. Ma ci si può fermare? Né Tony né noi possiamo, dobbiamo ogni giorno rientrare nella giungla, non abbiamo alternativa alla lotta. E se proprio ci vien da piangere, allora ci sfoghiamo dallo “strizzacervelli”, magari meglio se attraente.

Certo, Tony se si arrabbia ti ammazza a pugni, ti strangola se gli fai perdere le staffe, noi non ne saremmo capaci perché non siamo dei criminali. Ma non era quel sangue che ci teneva ipnotizzati davanti alla tv.  Era che vedere un boss con i problemi nostri, ci faceva sentir un poco meglio, almeno noi non rischiamo ogni giorno la galera o di finire dentro un portabagagli. Ecco, almeno noi siamo più fortunati di Tony, che deve pagare la retta dell’università per i figli o vedere intristire una moglie che ti vuole ancora bene ma è stanca delle tue debolezze.  E cerchiamo di nascondere tutto con certi scatti d’ira, senza la violenza di Tony ma con la stessa sofferenza. Ecco quindi che Tony più che uno stereotipo dell’italoamericano cafone e violento, rappresenta alla fine la vita di tutti noi, cittadini del mondo che corre troppo e non ci aspetta. Del cittadino medio in America e forse in tutto l’Occidente, che non spara come Tony, ma che sente le stesse frustrazioni nell’essere chiamato senza sosta ad assumersi responsabilità che sente più grandi di lui.

Gandolfini, grazie a David Chase che gli ha preparato e dato quella parte, è stato un grandissimo attore perché è riuscito a far trasparire nella già difficile  parte di un boss, mezzo guappo e mezzo gangster, le frenesie e insicurezze dell’uomo del XXI secolo. Non era facile riuscirci,  anche se a tante teste d’uovo è sembrato solo una  rappresentazione stereotipata del solito italoamericano. Ma la grandezza dell’artista sta anche in questo: far apparire facile quello che agli altri non riuscirebbe mai di fare.

Non si dica che Gandolfini è stato grande solo nella parte di Toni Soprano. Lo abbiamo visto come capo della CIA in “Zero Dark Thirty” di Kathryn Bigelow, il film che ricostruisce la caccia a Osama Bin Laden. Gandolfini-Panetta ad un livello da Oscar. Che peccato, altre parti di grande cinema sono rimaste orfane.

Il destino ha voluto che l’attore morisse, a soli 51 anni, a Roma. Infatti, il suo personaggio Tony Soprano e l’arte del grandissimo attore James Gandolfini, rimarranno eterni come la nostra capitale.

 

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