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Film scelti per far discutere con coraggio

Al Festival del cinema di Locarno anche "Sangue" di Pippo Delbono e "La variabile umana" di Bruno Oliviero

Locarno. Sono ormai sessantasei anni che questa piccola località turistica nel canton Ticino svizzero ospita ogni anno, nelle prime due settimane di agosto, uno dei festival del cinema più rinomati: festival che non sono kermesse per celebrità a caccia di popolarità, qui lo star system non ha molte possibilità. E' piuttosto un festival del cinema per chi il cinema lo ama, e vuole vedere pellicole di qualità, capaci di affrontare temi e questioni anche scabrosi, ma con l'onestà di chi vuole cercare di capire e di farsi capire. Un festival rigoroso, dove si parla una babele di lingue, visto che vi si concentrano per dieci giorni artisti provenienti da ogni angolo del mondo, una piccola ONU del cinema. Un festival che si concede il lusso di avere come ospite una icona come Christopher Lee, di dedicare una rassegna a un grande della Hollywood che fu, il regista George Cukor, e al tempo stesso non trascura di esplorare realtà ed esperienze decisamente innovative, come il cinema africano, quello sud americano, i difficili e coraggiosi tentativi di una cinematografia araba che deve scontare mille ostacoli e difficoltà.    

Il festival è in pieno svolgimento, ma Carlo Chatrian, alla sua prima prova come direttore del Festival di Locarno può fin da d'ora ritenersi soddisfatto. “I festival”, dice, “sono luoghi di esperienze limite. Sostituendo al ritmo di vita un flusso di emozioni, fanno propria quella tensione all'assoluto dei grandi film”.

Grandi film non mancano davvero, e faranno discutere. Perché si spazia da registi affermati o comunque da tenere d'occhio come lo spagnolo Albert Serra (con la sua "Historia de la meva mort") al coreano Hong SangSoo (presente con "U ri Sunhi"); e  ancora: Claire Simon ("Gare du Nord"), Julio Bressane ("Educacao Sentimental"), all'italiano Pippo Delbono, autore di "Sangue", film che non mancherà di far discutere e sollevare polemiche.

Già, perchè il centro di "Sangue" è costituito dall'incontro tra Del Bono e un personaggio controverso, discutibile, discusso, ambiguo quanto basta: l'ex brigatista rosso Giovanni Senzani, leader di quelle BR “terza generazione” sul cui conto ancora non tutto si sa, e il cui comportamento è quantomai controverso: si pensi, per fare un esempio, all'ancora oscura vicenda del sequestro dell'assessore campano Ciro Cirillo, per la cui liberazione (avvenuta dietro pagamento di un astronomico riscatto), si intavolò una frenetica trattativa condotta da esponenti di primo piano della Democrazia Cristiana, uomini dei servizi segreti, affiliati alla camorra di Raffaele Cutolo; e l'oscuro Cirillo si fece, si volle fare, quello che non si fece, non si volle fare per Aldo Moro…Ma non è comunque di questo, che parla "Sangue".

Il film, piuttosto, è la storia di un incontro. Siamo alla fine del 2011. Senzani è da poco uscito dal carcere; Delbono decide di affrontare con lui il tema della violenza, il rapporto con la morte, i sogni, per quanto perversi, di una rivoluzione salvifica, il mondo che nel frattempo si è modellato, ben diverso da quello fantasticato, l'Italia che progressivamente va in rovina e trasforma tutto in farsa e "commedia". Vagheggiano, i due, di ricavare da quei colloqui, da quegli incontri, un libro, un film…Ma ecco che ancora una volta la realtà decide altrimenti, e si fa beffe delle congetture, dei progetti vagheggiati. Perchè Delbono accorre al capezzale della madre morente, fervente cattolica, ex maestra elementare che ha in sommo disprezzo i comunisti. E a Senzani accade qualcosa di simile: Anna, la moglie, che ha pazientemente atteso che il suo uomo scontasse i 23 anni di carcere a cui è stato condannato, si ammala, ed è malattia da cui si esce solo morendo. Le due donne, infatti, muoiono, una a distanza di tre giorni dall'altra. Pippo e Giovanni si trovano così a dover fare i conti con una realtà nuova, sono "orfani", impotenti e indifesi. Sullo sfondo la tragedia del terremoto che ha devastato L'Aquila, allegoria (ma non tanto) del paese, sfigurato, ferito, oltraggiato da chi avrebbe dovuto amarlo e difenderlo. Un percorso di immagini e di emozioni che richiama il precedente "Amore carne" di Delbono, anche questo girato con il telefonino. La presenza di Senzani farà discutere, e sarà benefica discussione, che troppo è stato rimosso, cancellato, ignorato. 

Un altro film di qualità e che farà discutere, sia pure per altre ragioni, è “La variabile umana” di Bruno Oliviero. Oliviero è un personaggio molto interessante, nell'asfittico mondo del cinema italiano contemporaneo. Una piacevole, confortante, eccezione. Napoletano, cresciuto nella periferia meridionale, studi in antropologia, esperienze teatrali, alla fine degli anni Novanta imbraccia la cinepresa e comincia a realizzare documentari che hanno avuto buona accoglienza nei vari festival d'Europa; e valgano per tutti "MM Milano Mafia" del 2011, sulla presenza mafiosa nel capoluogo lombardo, "Milano 55,1" (2011), sulla politica; "Il giudice e il segreto di Stato" (2012), sulla giustizia e il terrorismo in Italia.

“La variabile umana” (con un eccellente Silvio Orlando, ma molto brave anche Sandra Ceccarelli e Alice Raffaelli), racconta la Milano, i cui palazzi occultano e celano le “stanze” dove si consumano drammi e vite reali. E' la storia di un poliziotto, l'ispettore Monaco, che dopo la morte della moglie, e logorato dal suo lavoro, decide che l'unica forma di resistenza consiste nel troncare ogni rapporto e contatto con le persone e la violenza che queste persone incarnano. Si dedica solo alle “carte da controllare”. Naturalmente non è così semplice e facile. Una notte, nelle stanze deserte della Questura, oltre al caso di un omicidio entra anche la figlia dell'ispettore, trovata in possesso di una pistola. Monaco così non può più fuggire, è costretto a fare i conti con se stesso, come poliziotto e come padre. E fermiamoci qui, per non rovinare la festa.

Per uscire dai confini nazionali. Chi può non si perda "Sai nam tid shoer" ("By the river"), del tailandese Nontawat Numbenchapol. Racconta di un villaggio nella regione di Kanchanaburi, dove scorre un fiume, le cui acque giungono fino a Bangkok. Un ragazzo tutti i giorni si immerge in quelle acque per pescare, e mentre pesca si “perde” in quella poesia della natura: verde cristallino, luci multicolori, silenzio di una foresta incantata. E però una minaccia oscura incombe. Negli anni le acque del fiume sono state inquinate dal piombo di una fabbrica. Tutto è avvelenato: l'acqua, il pesce, le piante, gli stessi abitanti del villaggio. Già nel precedente "Fahtum pandinsoong" (Boundary), Numenchapol aveva lavorato sui sottili e spesso subdoli confini tra verità e menzogna. Il questo film, va più  fondo, il suo discorso si fa più articolato. Il virus che ha infettato l'ambiente è qualcosa di fluido, opaco, silenzioso. Lo si respira, ma non si vede. L'intero ecosistema ne viene travolto, ma la vita quotidiana non subisce scossoni, nessuno se ne accorge, fino a quando non giunge l'irreparabile, e l'infezione mortale. Qualcosa di simile accade, è accaduto, anche da noi, vero, con l'amianto?                  

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