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Colonialismo: una pagina di storia rimossa

Al Festival di Locarno immagini preziose del nostro (brutto) passato

Locarno (Svizzera Canton Ticino). Piazzale Loreto, Milano. Non c'è bisogno di dire altro. E' a piazzale Loreto che una notte di primavera del 1945 vengono scaricati i corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e di altri gerarchi di quello che era il regime fascista. Morti, uccisi ancora oggi si favoleggia in modi diversi dalle numerose versioni ufficiali, di sicuro si fa scempio dei loro corpi. E' l'assurdo risarcimento per la sorte toccata in quello stesso luogo, a quindici antifascisti; è il modo per restituire, "occhio per occhio, piaga per piaga", anni di morte, dolore, persecuzioni e sofferenze. E' sopratutto il modo con cui un paese e un popolo si illudono di fare i conti con se stesso (ma in realtà li rimuovono), con quello che fu e perchè, un modo per nettarsi una coscienza che ben altri lavaggi e pulizie avrebbe richiesto. Quell'oscena esibizione di corpi strapperà al leader del PSI Pietro Nenni un commento sincero, espresso in dialetto: "Pouvrett!", "Poveretto!", sincera manifestazione di dolore e rammarico per la fine che aveva fatto un antico compagno di fede (Mussolini in gioventù era stato socialista, come Nenni, dopo l'iniziale esordio politico nei repubblicani).

Perchè questo preambolo? Perchè tra i mille film che la 66esima rassegna del Festival internazionale del cinema di questa città offre, ci si imbatte in una pellicola "Pays barbare" di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che ci riguarda molto da vicino.

"Pays barbare" parte proprio da quella giornata, da quel 29 aprile e da quel mare di popolo accorso ad assistere allo spettacolo dello scempio del corpo del duce. Sono minuti di agghiacciante limpidezza, e da lì un ripiegarsi, un progressivo salto agli anni precedenti, e si dipana il racconto del ventennio mussoliniano, ma filtrato nella prospettiva coloniale; ed è così che ci troviamo inchiodati a riflettere sul passato con l'occhio puntato sul presente.

Quando si parla di documentari "epici", automatico è il richiamo al grande fotografo e cineasta Luca Fortunato Comerio, l'operatore cantore della Grande Guerra, ma non solo. Opere come "L'occupazione italiana dell'Egeo. Un raid di 12 giorni intorno all'isola", o "La gloriosa battaglia delle due palme. Bengasi 12 marzo" sono opere schiettamente propagandistiche e dichiaratamente fasulle, per quel che riguarda i contenuti, ma stilisticamente ineccepibili ed eccellenti per quel che riguarda la tecnica; "Pays barbare" non è a quel livello, si pone in un'altra ottica. E' privo della potenza visiva di Comerio, e non ha neppure la bruciante violenza dei film d'archivio di guerra. Piuttosto sono frammenti di "diario" visivo, con tutte le ingenuità che si possono concedere a chi realizza un filmino per uso privato; ma si tratta egualmente – anzi, proprio per questo – di documenti importanti, perchè "catturano" immagini, pose, situazioni di paesi "barbari" che si volevano "educare", civilizzare. Così ecco uomini e mezzi ritratti in pose celebrative e "vittoriose", donne africane denudate perchè son donne, ma al tempo stesso sono oggetto di possesso senza volontà, e militari barbuti che simbolicamente insaponano loro la testa…Bisogna far attenzione alle didascalie: ricorrono termini come "barbaro", "primitivo", "razziatore", "bigamia". Tra i vari spezzoni che compongono il film una quantità di sequenze relative alla conquista dell'Etiopia, facendo uso di ogni tipo di mezzi a disposizione, giustificati con la didascalia: "Per questo paese primitivo e barbaro l'ora della civiltà è ormai scoccata!".

A commento delle scene, la voce di Gianikian, un "racconto" spezzato dalle ballate di Giovanna Marini, a scandire tempi e temi: pensatori celebri e anonime testimonianze dell'epoca, così da comporre un tessuto che accompagna la visione fino all'appello vibrante sul nero pronunciato da Angela Ricci-Lucchi.

"Ci siamo chinati", dicono Gianikian e Ricci-Lucchi, "su materiali riguardanti l'Etiopia coloniale italiana scovati in un archivio cinematografico privato. Abbiamo frugato tra i fotogrammi del colonialismo, studiandoli con una lente d'ingrandimento e trascrivendo le didascalie. I materiali dovevano essere visti tra le pareti domestiche, in silenzio. In questi brani cinematografici si possono notare, guardandoli a mano, senza un proiettore, i segni di chi aveva posseduto i film, le parti sulle quali è più volte ritornato. Una doppia lettura, la nostra, quella delle immagini e il modo in cui erano state consumate".

Ed è bene che questi filmati siano emersi dagli archivi, siano stati recuperati; meglio ancora sarebbe se venissero proiettati nelle scuole. Mostrano una realtà spiacevole e irritante, a volte. Ma fanno parte della nostra storia, di quello che siamo stati capaci di fare. Ignorarlo, non farne nostra memoria e consapevolezza, significa solo consentire che quello che fu possa tornare a essere.      
 

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