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Quando con l’accusa di essere un terrorista fascista, fui sbattuto in galera

Il racconto autobiografico di Toni De Santoli, nostro opinionista con "Furore", che ricordando un periodo triste della propria vita, ci descrive un'Italia in anni burrascosi ma in cui si riusciva ad avere anche la speranza in un futuro migliore

Pochi giorni fa, in un momento di sconforto, Toni De Santoli mi aveva scritto che non se la sentiva più di continuare col suo "FURORE" per La VOCE di New York. Quel suo email mi aveva colto assolutamente di sorpresa, non me lo aspettavo. Non ci potevo credere. Ma come, tra i "columnist" del nuovo giornale degli italiani di New York, Toni era stato fin dall'inizio tra i più entusiasti, il suo ottimismo dava la carica, non capivo perchè volesse abbandonare la sua colonna così preziosa per La VOCE proprio ora che il giornale stava decollando. In quell'email accennava che non se la sentiva più di "rischiare"… che non sentiva di avere più la forza di come quando era stato in galera…

Che Toni da giovane avesse avuto un passato "burrascoso" ne ero a conoscenza, ma che fosse finito addirittura dentro, questo non lo sapevo. Comunque, bastò confermare l'assoluta stima nei suoi confronti e per il suo lavoro e ribadire come per La VOCE di New York ci fosse ancora bisogno dei suoi sferzanti commenti, per far tornare la voglia a Toni di scrivere per e con "FURORE".  Così, mentre tiravo un sospiro di sollievo per avere ricaricato uno dei columnist della prima ora, non ho saputo resistere e gli ho chiesto sfacciatamente: "Toni, perchè non racconti ai lettori di quando sei finito in galera. Un racconto autobiografico, 'Le mie prigioni'". Già, non sarebbe male come lettura estiva…. Neanche un paio di giorni da quello scambio di email, ed ecco che arriva il racconto su un giovane giornalista "neo fascista" che finisce nei guai con la giustizia…. Lo pubblichiamo, questo scritto spontaneo e sincero di Toni De Santoli, convinti che nel mostrarci la tensione di un uomo che si confronta col suo passato, ci riporta anche all'atmosfera dell'Italia in un periodo tra i più bui della sua storia, come furono gli anni di piombo. Eppure in quell'Italia ci vivevano quegli italiani che non persero mai la speranza che sarebbero arrivati tempi migliori. Ebbene ricordarsene, anche di questi tempi. (Stefano Vaccara)

 

18 GIUGNO 1974: IN GALERA!

La mia vita cambiò la mattina di lunedì 18 giugno 1974. Erano in corso i Mondiali di Calcio in Germania Occidentale, Emerson Fittipaldi s’avviava a trionfare per la seconda volta consecutiva nel campionato di Formula 1, nei cinematografi facevano furore “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, “La stangata”, “Portiere di notte”; John Lennon preparava il meraviglioso 33 Giri “Walls and Bridges”, da noi ‘tiravano’ ancora in modo egregio i Pooh, Al Bano, Celentano; il “pret-à-porter” dilagava dal Piemonte alla Sicilia; Richard Nixon (“Tricky Dick”) sull’onda fatale del Watergate s’apprestava a dimettersi dalla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America. E io finivo in galera!

In galera mi ci condussero fra l’una e l’una e un quarto pomeridiane i Carabinieri della caserma d’Ognissanti che insieme ad agenti della Questura, alle 7.05 di quella mattina (e con uno stratagemma: “Telegramma”!…) erano entrati nella mia casa fiorentina in Via degli Artisti con un mandato di perquisizione. Saranno stati in sette o otto, non mi sembrarono ostili (a eccezione d’un Capitano dei Carabinieri del quale qui non farò certo il nome) e prima di cominciare il proprio lavoro mi chiesero se io custodissi armi da fuoco. Dire la verità mi parve subito la cosa più giusta da fare. Risposì quindi di “sì”, in casa mia c’era la Beretta con cui il mio nonno paterno aveva fatto la Campagna d’Abissinia e la Seconda Guerra Mondiale, e che io, con una leggerezza che mi mette tuttora a disagio, aveva portato l’estate prima a Firenze dalla dimora avita di Roccamandolfi, Sannio, Molise…

Mi chiesero allora se fossi in possesso del porto d’arma. No, non avevo nessun porto d’arma; e mai visto il porto d’arma del nonno.

La perquisizione ebbe inizio… Non ero solo in casa… C’era con me Serena, Serena Laidlaw, la mia “girl-friend”, ‘abbordata’ in un bar del Corso a Roma quattro anni prima; ragazza alta, florida, espansiva. La sera prima ero andato a riscontrarla a Milano, dopo che, per conto della “Nazione” di Firenze, avevo seguito a Piacenza un match di Calcio fra Piacenza e Prato. Trovarsi circondata all’improvviso da uomini in uniforme e agenti in borghese per lei non dovette rappresentare certo il modo migliore con cui essere svegliata nell’incanto fiorentino, nell’incanto dell’estate italiana! Prese la sua roba, se la squagliò. Non la rividi mai più. Così avevo perso anche Serena Laidlaw…

Anche “La Nazione” in nottata aveva ricevuto la visita di Carabinieri e agenti della Questura… In Questura, tutto di me sapevano. Quindi erano perfettamente al corrente della mia attività di giovane cronista sportivo, aspirante giornalista presso il quotidiano fondato nel 1859 da Bettino Ricasoli. Il subbuglio durò parecchio nella sede centrale di Via Paolieri 2, in prossimità dei Viali e di Santa Croce. Il Direttore del giornale, il liberale Domenico Bartoli, trasalì… Si disse “sbigottito”! Gli spiegarono che le autorità intendevano metter le mani sui cassetti, sulla scrivania (e anche altrove, non si sa mai) del “cronista Toni De Santoli, eversore, neofascista”! Le autorità vollero parlare anche con lui…! Alla fine, il teatrale Direttore sentenziò: “Che quell’individuo non rimetta più piede in questo giornale”!

M’ero “bruciato”. Alla “Nazione” m’ero “bruciato” per sempre. Ma non ne feci un dramma.

 

ORDINE DI CATTURA

I Carabinieri mi portarono via un quarto d’ora dopo che mia madre era rientrata a Firenze da Punta Ala. Certo che la mamma restò esterrefatta. Ma non si smarrì. Non si disunì. Conservò il proprio aplomb. Si concentrò: in quei pochi minuti capii che stava già pensando a come farmi uscire dal ginepraio in cui ero finito.

I Carabinieri non mi ammanettarono. Mi fecero entrare in una stanzina della caserma d’Ognissanti. Uno di loro, un tipo alto, bruno, mi disse, scuotendo il capo: “Queste armi”…

Ma poco più tardi un suo commilitone, il Maresciallo Arrighi, che aveva partecipato alla perquisizione in casa mia, entrò nella stanzuccia, allargò le braccia e, dispiaciuto, mi comunicò: “Il magistrato ha emesso ordine di cattura nei suoi confronti… Creda che mi dispiace”!

“Grazie”, risposi io, con sincerità, “ma lei è tenuto a fare il suo dovere”. M’offrì una sigaretta mentre venivo accompagnato alla camionetta a bordo della quale avrei raggiunto poco dopo il carcere delle “Murate”, ricavato due secoli prima da un convento di suore, appunto, di clausura.

 

***

Ma da dove aveva tratto origine tutto questo??

E’ presto detto.

Fra il gennaio e il maggio di quell’anno avevo diretto un periodico, un mensile cui gli ideatori avevano dato questo nome: “Tendenze Nuove”, testata a caratteri tondeggianti, di color rosso. Come prima cosa, avevo fatto registrare la testata (diffusa per via abbonamento) presso il Tribunale di Firenze, dell’iniziativa avevo informato anche l’Ordine Nazionale dei Giornalisti Italiani. Avevo voluto che tutto fosse fatto secondo le regole, le leggi, alla luce del sole, insomma: la clandestinità non l’ho mai potuta sopportare.

Era stato Stefano Mingrone a propormi d’assumere la direzione del periodico che lui intendeva lanciare. “Un giornalista del tuo valore, del tuo mestiere sarebbe per noi una benedizione”, m’aveva detto nel giorno in cui, dopo che c’eravamo persi per un po’ di vista, ci s’era rincontrati al funerale della nonna d’un nostro amico e “camerata”, Paolo Casini. M’aveva subito sorriso l’idea di dirigere un foglio “battagliero”, che facesse parlare di sé, che agitasse problemi sociali, morali, politici. Quale giovane cronista non si sarebbe sentito lusingato?? A me, poi, piacevano le battaglie, le cause perse… Sono stato sempre sensibile al “fascino degli sconfitti”…

Stefano Mingrone… Calabrese, nato, come me, nel 1946, studente universitario iscritto alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. C’eravamo conosciuti nel novembre del ’69 nella Federazione fiorentina del Movimento Sociale Italiano. Avevamo presto simpatizzato. Ma dopo un anno o poco più, lui lasciò il MSI: lo trovava “disastrosamente borghese”… Dal MSI mi staccai anch’io, volevo impegnarmi ancora di più nel lavoro di cronista aspirante-giornalista, giocare con più frequenza a Rugby; e volevo tempo, parecchio tempo da dedicare alle ragazze…!

Stefano Mingrone, biondo, il volto affilato, il timbro di voce suadente… Un tormentato. Un teorico. Aveva un che dell’asceta. Insomma, era lo spirituale che si cura più degli altri che di se stesso. Un disinteressato. Ma precipitato nella spirale della lotta a oltranza… O noi o loro!

Era il responsabile fiorentino di Avanguardia Nazionale…

Ecco con chi m’ero messo!

***

I nostri cavalli di battaglia erano l’avversione alla massificazione in atto in Italia dagli anni Sessanta; alla banalizzazione del carattere italiano, al crescente desiderio di “successo”, di denaro; alle nascenti simpatie per tutto quanto fosse volgare, pacchiano, pretenzioso; avversione alla DC, più ancora che al PCI; alla manipolazione della Storia italiana a opera dei vincitori, alla riproposizione della figura dell’italiano che non è affatto arbitro di se stesso e in un dramma senza fine lascia che le sue sorti vengano decise da altri; da altri governi, altre nazioni, altri potentati.

Passarono veloci quei mesi, quei primi mesi del 1974. Alla “Nazione” avevo raggiunto una certa quotazione, a Rugby mi facevo un certo onore; e avevo una ragazza, Laura, una morettina, una barbaricina che studiava Medicina all’Università di Sassari: facevo le capriole per andarla a trovare il più possibile. Lei e io elaboravamo progetti! Ero pazzo di lei, lei (per il momento…) era pazza di me.

Ma esplose la “crisi”, la crisi che avrebbe appunto cambiato la mia vita: fra il 15 e il 16 giugno (se ben ricordo), a Pian di Rascino, nel Reatino, i Carabinieri riuscirono ad agganciare un nucleo di neofascisti che sulle montagne dell’Alto Lazio e dell’Abruzzo volevano fondare una “repubblica sociale”… Era gente bene armata. Gente disposta a tutto. Ma c’era, almeno per me, un problema: erano italiani che l’uso delle armi da fuoco lo facevano in abiti borghesi. Non mi mossi affatto a compassione quando seppi, come lo seppero tutti gli altri italiani, che a Pian di Rascino “la banda Degli Esposti” era stata sgominata e lui, il capo, ucciso nello scontro a fuoco. Nel frattempo, avevo preso le distanze da Avanguardia Nazionale: abbandonai l’incarico di direttore responsabile di “Tendenze Nuove” il giorno dopo la strage di Piazza della Loggia, a Brescia, strage alla quale non era stata affatto estranea l’eversione neofascista. Per me la lotta armata era inconcepibile. Per me il terrorismo era, è, inconcepibile. Si vuol combattere? Benissimo: s’indossi allora una divisa!

Delle mie dimissioni, in lettere scritte appunto il 29 maggio, informai il Tribunale di Firenze e l’Ordine Nazionale Giornalisti. Non volli più avere nessun contatto con Stefano Mingrone, né con gli altri della sezione fiorentina di Avanguardia Nazionale. Questo, tuttavia, non bastò agli inquirenti. Nero su bianco non bastava… La mattina del 18 giugno 1974 la mia abitazione fu perquisita poiché alla fine dello scontro a fuoco a Pian di Rascino, negli automezzi della “banda Degli Esposti” erano state trovate centinaia di copie di “Tendenze Nuove”…

 

L’INGRESSO ALLE “MURATE"

Arrivai così alle “Murate”… Fui lasciato per un po’ in una stanzina senza finestre, quindi venni condotto all’ufficio immatricolazione, dove m’imbattei in un tipino basso, snello, sulla quarantina; scattante, sveglio, fornito di una sua “autorevolezza”: lo presi per un dipendente dello Stato Italiano… Era invece un ladro, vecchia conoscenza di parecchie questure, uno di quei galeotti che si rendono simpatici, si prestano, si fanno “parte dirigente” e così finiscono per acquisire un certo credito. Si chiamava Franco, era siciliano, addosso aveva davvero l’argento vivo. Ma aveva anche due occhi sinceri, sinceri occhi celesti. Sapete gli occhi che non mentono! Fu lui, insieme a un secondino dall’accento napoletano, a portarmi nella cella assegnatami, la numero 18, terzo braccio. Cella abbastanza spaziosa, come spaziosa e soffice era la branda. C’era una finestrella, parecchio in alto, che mi dette subito l’impressione d’essere una cara, fedele, puntuale compagna. Mi sedetti sul giaciglio, probabilmente accesi una sigaretta. Molto tempo è passato da allora, non ricordo nei dettagli a che cosa io possa aver pensato nelle vesti di neo-recluso in attesa di giudizio. Avrò di sicuro pensato a Laura (che mi ‘pigliava’ parecchio più di quanto mi pigliasse Serena…). Avrò pensato ai miei genitori, alle mie nonne (i nonni li avevo persi, uno nel ’51, l’altro nel ’55), a mio fratello Stefano, che in quei giorni si trovava in Casentino, la terra della mia famiglia materna. Ricordo però di non aver pensato a me stesso. Accettavo quel che fra capo e collo m’era capitato. Ero calmo, sissignori, calmo. Non battevo ciglio. Non era il caso di battere ciglio.

Ma rammento bene come si svolse la mattina del giorno dopo… Sentii un gran vocìo, riconobbi la voce di Franco, udii altre voci, allegre. La porticina della cella numero 18 s’aprì e alla mia vista comparve prima Franco, poi il secondino napoletano, a sua volta seguito da un carcerato incaricato di servire la colazione “ai clienti dell’albergo”… Franco si presentò a me carico di doni… Carta da lettere, penne, fumetti di MAGHELLA PORCONA, la popputissima porcellona bruna che passava da un’orgia all’altra; sigarette, giornali. Tutto questo accompagnato da belle, molto sonore parole tipo “non ti abbattere, a tutto c’è rimedio, fatti forte, andrà tutto bene”. Franco… Franco che al secondino napoletano (un brav’uomo, un buono) avrebbe poi di volta in volta ordinato: “E fallo uscire! Non lo puoi mica tenere segregato! E’ un essere umano”! Uscire di cella, già… Il magistrato aveva disposto per me l’isolamento, il che voleva dire una sola ora d’aria al giorno. Invece, grazie al provvidenziale Franco, il secondino ubbidiva… E vedevo che ubbidiva contento di rendersi a me utile. Non so perché, ma lo vedevo in soggezione. Mi dava del “voi”.

Morale: destinato appunto all’isolamento, uscivo invece dalla cella che era una bellezza! Una sera, nell’androne a pianterreno su cui troneggiava un televisore a 21 pollici, potei seguire insieme a un altro centinaio di carcerati Scozia-Brasile poiché poco prima avevo detto a Franco: “Ci terrei a vedere Scozia-Brasile”! Detto fatto!

Franco oramai era la mia ombra… Cominciavo a conoscerlo meglio di quanto conoscessi Laura e Serena… Un pomeriggio mi condusse in una cella sottostante la mia, a pianterreno. Era un “bel posticino”… “Arredato” con mensole, cucina militare da campo; corredato di foto di Raquel Welch, Barbara Bouchet, Sandra Milo! C’era anche la radio! Era la cella di due rapinatori… Due tizi che, a mano armata, avevano svaligiato diverse banche… Due sulla trentina, baffuti, robusti, molto socievoli; settentrionali. Mi servirono un gran bel caffè preparato con cura. Non mi fecero domande. Io non ne feci a loro. Franco ci guardava in silenzio e c’era letizia nello sguardo del fuorilegge che chissà quanti appartamenti aveva svuotato…

Domande me ne fece, però, un tale, un fiorentino, capelli lunghi, un grosso ricettatore nel quale una mattina m’imbattei sul ballatoio, per la seconda o terza volta in quei giorni, non ricordo bene; uno dall’aria accattivante. Il quale appunto mi chiese, ma con un certo stile: “Ma te ‘un tu sei mica per caso aggregato a qualche movimento politico”?? C’era altra gente alle sue spalle, compreso un assassino, un romagnolo. Confesso che in quel frangente feci il vile… In quel frangente, e con mia stessa sorpresa, mi soccorse una grossa vena recitativa. Risposi, pressappoco, così: “Io? Macchè…! E’ che m’ha denunciato una donna che avevo piantato giorni prima… Imbufalita, s’è rivolta ai Carabinieri, gli ha detto della bisca clandestina che dirigevo”… La bevvero! La bevvero tutti, per quanto tipi smaliziati, navigati. La bevvero anche i 6 o 7 reclusi comunisti che cercavano il fascista “da ricacciare nella fogna”.

 

POLLO ARROSTO, VINO, FUMETTI! E L’INTERROGATORIO…

Franco veniva da me con polli arrosto, patate al forno, fiaschi di vino! Seguitava a rifornirmi di carta da lettere; e dei soliti fumetti di MAGHELLA rapita dal Saraceno, insidiata dal Cavaliere Teutonico, ambìta dalla straripante lesbicona di turno, chissà perché sempre “turca” o “greca” o “svedese”… Franco seguitava a dirmi: “Finirà, stai tranquillo, finirà! Ma poi vedi di non avere più nulla a che fare con quelli… Una volta che ti si appiccicano addosso, non ti fanno più respirare… Loro sono forti… Hanno potere… Hai capito”?! Io annuivo. Certo che gli volevo un gran bene. Come non volergliene??

***

Venne a trovarmi mio papà… Sarà stato il quarto o quinto giorno della mia detenzione. Il babbo era in ferie, era appena rientrato dal Venezuela, dove lavorava per conto della Snam Progetti, ENI. Non vi furono abbracci fra noi. Non ci furono, per carità, smancerie. Ci dicemmo l’essenziale. Alla fine, lui mi regalò ventimila lire, discreta sommetta nell’Italia del 1974: da “Angiolino”, in Via Santo Spirito, per 1500 lire ti servivano spaghetti al ragù, vitella con patate, dolce, frutta, caffè. Un pacchetto di Benson & Hedges ne costava 350-400.

Parecchi giorni dopo, venni a sapere che cosa nel frattempo aveva detto di me Giampiero De Santoli: “Il mondo gli è franato addosso, eppure il ragazzo non s’è scomposto! Fa impressione”… Grazie, papà! Grazie!

***

E finalmente arrivò l’interrogatorio! L’interrogatorio condotto dal solenne giudice Vigna, assistito dal giudice Fleury. Durò, se ben ricordo, poco meno di un’ora. I due magistrati erano in possesso di mie agende e di lettere che avevo scritto al mio amico (ricordate?) Marco Casini, allora paracadutista della “Folgore” di stanza a Livorno. Le autorità s’erano presentate ‘anche’ alla “Folgore” mentre sulla “Unità” lo Scheggi ripeteva, grosso modo: assicurato alla giustizia il capo dell’eversione nera in Toscana… Antonio Guido De Santoli, detto Toni, ‘insospettabile’ cronista sportivo della ‘Nazione’… Il veleno fascista! Il pericolo fascista”! Troppo onore, Scheggi… Rivoluzionario protetto dal Sistema… Il ‘rivoluzionario’ che ben sa di nulla rischiare… A rischiare ci pensavo io.

Vigna e Fleury m’ascoltarono con attenzione, alla presenza dell’avvocato Mansueti, nostro vecchio amico di famiglia. Non furono assillanti. Insomma, non mi martellarono. Ma capivo che da me, in un modo o nell’altro, qualcosa volevano cavare… Eppure, c’era poco da cavare. Il mio, semmai (Beretta a parte…), era un “reato d’opinione”, trascurabilissimo in altri Paesi, inesistente in altri ancora. Durante l’interrogatorio mi domandavo se i due magistrati fossero al corrente delle mie dimissioni dalla carica di direttore di “Tendenze Nuove” data, sì, con netto anticipo sui fatti di Pian di Rascino. Avrebbero dovuto esserlo. Magari lo erano. Perché, allora, firmare prima un mandato di perquisizione, poi un ordine di cattura? Un reato lo avevo, sì, commesso: trasporto e detenzione illegale d’arma da fuoco (presto la Scientifica accertò che la Beretta del nonno non sparava da oltre trent’anni!). Ma non ero un terrorista, non ero un eversore. “Tendenze Nuove” non era mai stato ‘laboratorio’ d’eversione, non s’era mai sognato di muovere guerra all’ordine costituito, non aveva mai diffamato, né tantomeno minacciato nessuno. S’è detto: il giornale aveva sollevato questioni politiche (nei limiti fissati dalla legalità), morali, sociali. Aveva dato ampio spazio al Cinema, all’Architettura, alla Narrativa.

Il giudice Vigna mi trattò in modo molto educato, e allo stesso modo si comportò il giudice Fleury. A un tratto mi venne la sensazione che io li stessi incuriosendo tutt’e due. L’interrogatorio era partito con una certa asprezza, ma, strada facendo, s’era smorzato, ammorbidito. Rispondevo con rapidità e sincerità al giudice Vigna, che guardavo negli occhi, spostando spesso lo sguardo sull’altro magistrato. Degli Esposti? Mai conosciuto di persona, ed era vero. Di Avanguardia Nazionale conoscevo solo Mingrone, Fragale (altro calabrese iscritto ad Architettura), un certo Hans e un altro paio di “camerati” dei quali ora non rammento il nome. Avevo mai comunicato per telefono o per lettera col Degli Esposti o con suoi luogotenenti? Mai, e anche questo era vero.

Ma nulla sul mio destino fecero trapelare quando mi congedarono. Restavo in galera. Mi chiedevo per quanto avrei dovuto rimanerci? Altri giorni? Un mese? Sei mesi…? Percorrevo un cammino, ma davanti a me la via era avvolta nella nebbia. Nel frattempo la mia nonna paterna aveva eseguito ricerche sul porto d’armi del nonno: i Carabinieri della Stazione di Cantalupo nel Sannio, nella cui giurisdizione rientrava il Comune di Roccamandolfi, le avevano risposto che tutto il materiale conservato in archivio era andato perduto sotto un bombardamento angloamericano sferrato nella primavera del 1944… Ma la nonna, pistoiese battagliera, s’era mossa ancor prima… La comparsa di Franco nella mia vita di carcerato la si può spiegare solo così: la nonna Piera il 18 giugno stesso, aveva telefonato a un suo vecchio amico: al Generale d’Aeronautica in pensione Marini, anch’egli pistoiese, trasvolatore atlantico con Balbo e gli aveva chiesto un aiuto. Verosimilmente, l’augusto personaggio dovette aver chiamato ufficiali dei Carabinieri di sua conoscenza… A loro aveva senza dubbio spiegato “il problema”… Così, i Carabinieri alle “Murate” avevano mobilitato Franco… Non poteva esserci altra spiegazione. Franco che già si fece trovare nell’ufficio immatricolazione… Franco che mi serviva piatti prelibati; che era sempre così sollecito, premuroso.

Ma “anche” mia mamma s’era data subito un gran daffare. Aveva telefonato all’avvocato Ricci, Dante Ricci, amico di vecchia data, celebre penalista… Il quale a sua volta telefonò al giudice Vigna e al giudice Vigna disse, esponendosi con spirito “ghibellino”: “Garantisco io per Toni De Santoli”!        

Io di tutto questo non potevo essere comunque al corrente. Già al quarto o quinto giorno di detenzione, mi domandavo per quanto ancora mi sarebbe toccato soggiornare alle “Murate”. Un’altra settimana? Un mese? Sei mesi? Conoscevo gente in attesa di giudizio da mesi, anni… Ma vivevo in un “vacuum”… Ripensavo alle “mie donne”, ripensavo alla mia fanciullezza dorata. Cercavo d’interrogare il Futuro… Nulla di me stesso tuttavia m’interessava! M’interessavano le pene che recavo ai miei genitori, alle mie nonne, a mio fratello; alle mie donne, sarde, fiorentine, inglesi, irlandesi… E mi sentivo rinascere. Rinascere alle “Murate”… In questo doveva esserci qualcosa d’inesplicabile. Qualcosa d’arcano…

Le ore volavano. Ma i giorni non passavano. Guardavo la mia finestrella… Le chiedevo lumi. E lei mi consigliava di non scoraggiarmi… Non mi scoraggiavo.

Leggevo parecchio. In due giorni lessi “The Dashing Charge”, romanzo storico ambientato all’epoca delle guerre napoleoniche, opera di un finissimo letterato inglese del quale adesso mi sfugge ahimè il nome. Il libro me lo aveva regalato un americano, un certo Tommy, poco prima di riabbracciare la libertà.

Scrivevo una, due lettere al giorno a Laura. La tranquillizzavo, la esortavo ad aver fiducia nel domani. Pensavo parecchio a lei, eccome! Mi guardavo intorno. Intorno a me c’erano persone senza neppure un briciolo di speranza. C’erano anche esseri umani sbattuti ingiustamente in carcere. Erano quelli che s’abbattevano, quelli che cedevano. Nello scoramento s’interrogavano sul perché delle loro sventure. In alcuni di essi lo sguardo s’era bell’e spento o aveva assunto una luce cupa, così cupa da fare parecchia impressione.

Già pensavo a come “ripartire”… Già m’entusiasmava l’idea di “tornare in pista”, di risalire insomma la china. Nello stato d’animo in cui mi trovavo al quinto o sesto giorno di detenzione, scorgevo, per così dire, qualcosa di “epico” in quel che m’era accaduto… Mi rifiutavo di credere d’essere stato carpito per sempre dalla morte civile. Dovevano pur sempre esserci orizzonti verso i quali spingersi con gioia, con curiosità, nella volontà di “risorgere”. Ero pronto a sferrare la mia “controffensiva”! Scalpitavo… Sulla via che percorrevo, la morsa della nebbia s’era allentata… Presto sarebbe sparita.

Fino a una settimana prima mi sarebbe sembrato inconcepibile vivere senza “La Nazione”, lavorare in un posto che non fosse Via Paolieri 2… Avevo capito che con quel che m’era capitato, alla “Nazione” si doveva aver deciso di tagliarmi la testa… Ebbene, ora non avevo nostalgia alcuna del giornale per il quale avevo firmato dal 15 ottobre 1967 fino al 19 giugno 1974. Si chiude una porta, se ne apre un’altra. Ripetevo a me stesso che non ero nato per chinare il capo, per subire; per rimettermi alla clemenza altrui. Non ero nato per invocare comprensione!

 

UNA VOCE STENTOREA

Poi, una mattina, udii una voce, stentorea: “De Santoli”!

Mi precipitai a piano terra… La voce aggiunse: “Fra poco sarete libero”! Era la voce d’uno dei galeotti che si facevano “parte dirigente”. Cercai Franco! Già, era un po’ che non lo vedevo. E seppi che Franco era uscito uno o due giorni prima… Ne fui felice.

Lasciai la cella stringendo una stecca di sigarette che regalai a un recluso, un tipetto smilzo, dall’accento sardo, il quale m’aveva così apostrofato: “Ma come…? Esci e ti porti dietro le sigarette?? A noi niente”??

Davanti alle “Murate” c’era ad attendermi mio fratello Stefano. A bordo della sua “Cinquecento” andammo al Piazzale Michelangelo. Saranno state le 4 di pomeriggio. Ci andò di fare così. Ci andò di guardare Firenze mentre si beveva birra, birra fresca, rigeneratrice!

Tornammo a casa intorno alle 6. E sapete che mi successe quella sera, a tavola? M’accorsi che mi mancava un po’ la cella n. 18, la mia cella…

***

Nessuno in Via degli Artisti cambiò atteggiamento con me. Nessuno. Al bar-tabaccheria “Canicchi” venni riaccolto come se nulla fosse successo. A Pratovecchio, il paese dell’Alto Casentino che aveva dato i natali a mia madre, ai miei nonni, a tanti miei antenati, venni addirittura salutato come “l’eroe di Pratovecchio”…! E badate che il 18 giugno pomeriggio i Carabinieri s’erano presentati anche nell’antica dimora di mia mamma! Quante energie per me da parte dello Stato Italiano…!

Venni poi a sapere che alla “Nazione” qualcuno aveva preso le mie difese. E ce ne voleva di coraggio per prendere le parti del neofascista, dell’eversore, del “trafficante d’armi” (come spudoratamente aveva mentito su “L’Unità” lo Scheggi) in quel giornale dominato da comunisti, socialisti, e democristiani della corrente Donat Cattin-Storti. Il primo a lanciare una “campagna” a mio favore fu Raffaele Giberti, spezzino, inviato speciale, gran signore; un generoso, un animo candido. Davanti a diecine di colleghi, un giorno l’uomo mite rivelatosi grintoso, disse, pressappoco: “Ma secondo voi è giusto gettar la croce su quel ragazzo?? Che ne sappiamo dei sentimenti che lo animano e che magari sono sentimenti nobili…? Perché giudicarlo così, con questa ostilità, con questo livore… Perché”??

Lo seguì a ruota il vecchio Liverani, Mario Liverani da Marradi (scorza appenninica intorno a un cuor d’oro), assunto alla “Nazione” nel 1919 come fattorino diventato poi cronista, quindi capo-servizio redazione Sport; pensionato, dava ora una mano al settore organizzativo dell’edizione del lunedì, quella con caterve di pagine su Calcio, Ciclismo, Automobilismo, Nuoto, Atletica e così via. Lo seguirono Maurizio Naldini, fiorentino, socialista di ferro, altro spirito generoso! A 28 anni già inviato speciale; Franco Ignesti, l’impeccabile, azzimato, forbito Ignesti capo della redazione province, “il più fiorentino dei fiorentini”; e Beppe Mannelli, livornese, grosso raccoglitore di notizie, cronista di razza, un erudito che nascondeva la propria erudizione!

Tutto questo fu molto bello davvero. Fu commovente.

***

Me la cavai per via, appunto, delle amicizie “preziose”… Me la cavai grazie all’avvocato Ricci. Penso che, altrimenti, alle “Murate” ci avrei schiacciato parecchio tempo davvero. E chissà che cos’altro mi sarebbe successo.

Il mio caso venne archiviato…

Mi misi a dare lezioni d’Inglese. Guadagnavo benino. E sentivo, nel profondo di me stesso, che un giorno avrei ripreso a esercitare il mio mestiere di giornalista. Così fu.

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