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Gay e HIV, ecco perché ci battiamo

di F.B.

La mostra Why We Fight fino al 4 aprile alla New York Public Library ricostruisce gli anni Settanta e Ottanta nella metropoli per cambiare la percezione delle persone affette da HIV, non più stigmatizzate o isolate ai bordi della società

Gay, AIDS, dolore, pena, tristezza, morte, blabla. Cliché perpetuo, dovremmo farci il callo, invece resistiamo. Sensibilizzando, noi resistiamo. È il vangelo di questa rubrica: We Are All Gay. Si comincia con l'energizzare l'equazione: gay, quindi felice. Gay, quindi salute. Gay, uguali a tutti gli altri. Non è così?

In seconda battuta, riavvolgiamo appena il nastro, ed occupiamoci di quello che la storia ha tramandato sin qua: dati alla mano, il pregiudizio ha toccato corde vitaminico-epidemiche da mandare al macero. I deviati vanno educati, si diceva non troppo tempo fa, e ancora si dice, nei pressi di qualche piccola comunità, italiana europea americana… I deviati sono per antonomasia portatori di AIDS. Uno dei pregi dell'esibizione Why We Fight – fino al 4 aprile presso Stephen A. Schwarzman Building, costola della New York Public Library – è proprio quello di mostrare la grandezza, la forza dell'attivismo in campo medico, il lavoro cruciale di ricercatori e militanti. Il materiale d'archivio messo a disposizione dalla New York Public Library è una bussola preziosa per la ricostruzione della New York anni Settanta e Ottanta, per comprendere la fauna sessuale di una metropoli in dormiveglia. Si parte dal 1988 con un documento che è lo speech intitolato proprio “Why We Fight”, pronunciato dallo scrittore ed attivista Vito Russo, nel quale si ricordava come l'AIDS fosse, ed è ancora, un test per noi. Noi intesi come individui/people.

Autubus

Un’altra immagine della mostra

"When future generations ask what we did in this crisis, we're going to have to tell them that we were out here today. And we have to leave the legacy to those generations of people who will come after us. Someday, the AIDS crisis will be over. Remember that. And when that day comes—when that day has come and gone, there'll be people alive on this earth—gay people and straight people, men and women, black and white, who will hear the story that once there was a terrible disease in this country and all over the world, and that a brave group of people stood up and fought and, in some cases, gave their lives, so that other people might live and be free".

L'esibizione è resa possibile grazie al contributo di Hermes Mallea e Carey Malondy, insieme a LGBT Initiative of the New York Public Library. Uno dei fili conduttori dell'evento è quello di cambiare la percezione delle persone affette da HIV, non più stigmatizzate od isolate ai bordi della società (gay, tossicodipendenti, immigranti: le tre categorie da ardere), non più pagina bianca delle Sacre Scritture (la malattia è una punizione per l'omosessuale che pratica, e per la promiscuità), via i diktat sociali ("persone con AIDS", "persone contagiate dal virus"). Lo scopo, nel tempo, è quello di istituire un salvagente verso l'opinione pubblica e la cattiva informazione.

La mostra Why We Fight passa attraverso questi deserti barbarici, dalle colonne della liberazione sessuale alla cosiddetta War on Drugs, sino al motto “Safer Sex”. In vent'anni cambia tutto: prescrizioni mediche, utilizzo del preservativo, prevenzione, conoscenza, educazione sessuale. La legge implode, con gli attivisti che, in qualche circostanza, sono costretti ad operare illegalmente pur di ottenere cooperazione da parte di agenzie governative. Quando si toccano con mano strutture burocratiche del calibro di Food and Drug Administration (FDA), il National Institutes of Health (NIH), e le compagnie parafarmaceutiche, si raggiungono parimenti risultati anche nel settore terapeutico e nelle tattiche di assistenza sanitaria. 

Oggi, l'epidemia dell'AIDS è lontana da una sua fine naturale. Negli Stati Uniti, oltre 600,000 persone sono morte, e più di un milione convive con il virus dell'HIV, molti non sanno neppure di averlo contratto. Le statistiche condivise dalla New York Public Library parlano di una propagazione potente tra "minority communities", persone che fanno uso di droga tramite iniezione, uomini che fanno sesso con altri uomini, in particolare con afroamericani e latinos, seguiti da donne della stessa provenienza. Nel mondo, più di 30 milioni di persone sono morte di AIDS, e più di 34 milioni cercano ancora di combattere il virus. Nonostante i progressi scientifici, ci sono 2 milioni di nuovi infetti all'anno, la maggior parte nella parte dell'Africa subsahariana. Sia World Health Organization (WHO) e the United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS) hanno fatto sapere che c'è ancora bisogno di prevenzione e di trattamento medico su scala globale, e insistono su un concetto: il verdetto sull'HIV è basato soprattutto sul rispetto dei diritti dell'uomo e dell'uguaglianza di genere. 

 

Un grazie affettuoso, per la segnalazione di questa iniziativa, a Coralina Cataldi-Tassoni, Coralina dei Miracoli, anche lei Voce di New York. La magia di questa nuova pagina di giornalismo ideata da Stefano Vaccara ha persino il potere di avvicinare columnists e restituire il buon vecchio spirito di collaborazione che dovrebbe far la forza di un giornale. In carta. In cielo. In Terra. 

 

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