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Due paia di calze di seta di Vienna

di Elisabetta De Dominis

Solo a teatro la rarità di riuscire a impalmare una donna con un mazzo di foglie secche

Una volta bastavano due paia di calze per conquistare una donna, purché fossero di seta e acquistate a Vienna. Altro che globalizzazione. Succedeva esattamente un secolo fa, quando tuttavia l’impero austriaco era molto più europeo dell’Europa di oggi, perché era riuscito ad affermare il senso di appartenenza comune a un apparato ordinato ed efficiente che lasciava tutti liberi di vivere secondo le proprie tradizioni. I suoi sudditi, così si chiamavano, erano orgogliosi di esserlo pur parlando le loro diverse lingue. Sulle coste dell’Adriatico orientale, da Trieste alla Dalmazia, si parlava un dialetto simile al veneto, ma dal frasario più pittoresco, arricchito di vocaboli, tedeschi, slavi e yddish. “Ognidun ga la sua religion e i sui usi. La guardi noi, presempio, andemo in cesa cavandose el capel, che inveze i ebrei co’ va in cesa dei ebrei, i se meti el capel, a diferenza dei turchi che se cava le scarpe” (Ognuno ha la sua religione e i suoi usi. Guardi noi, per esempio, andiamo in chiesa cavandoci il cappello, che invece gli ebrei quando vanno nella chiesa degli ebrei, si mettono il cappello, a differenza dei turchi che si cavano le scarpe).

Lino Carpinteri e Mariano Faraguna, due formidabili giornalisti e scrittori triestini, tra il 1960 e il 1980 raccolsero buffe storie vere o verosimili dei loro padri e nonni che avevano abitato quelle lontane province dell’impero. Le varie commedie che pubblicarono (MGS Press di Trieste) custodiscono la nostra storia e le nostre radici. Da dove veniamo. Ci rammentano i valori dei nostri nonni, quello che hanno cercato di insegnarci, e le loro scelte di vita, di guerra, di emigrazione quando c’è stato il grande “ribalton”, cioè la sconfitta dell’impero alla fine della prima guerra mondiale.

Da oltre 40 anni sono portate in scena dalla compagnia teatrale "La Contrada di Trieste", solo per citarne alcune: “Maldobrie”, “Noi delle vecchie province”, “L’Austria era un paese ordinato”… “Due paia si calze di seta di Vienna”, che ho visto lo scorso venerdì al teatro Bobbio di Trieste, racconta la esilarante avventura matrimoniale di Nicoleto Nicolich, tirchissimo rampollo di una ricca famiglia lussignana.  L’isola di Lussino nel Quarnero è sempre stata famosa per l’oculatezza dei suoi abitanti. E posso testimoniarlo avendo avuto un nonno lussignano. Eppure hanno sempre avuto la fortuna di trovar moglie. Nicoleto anzi, regalando solo un paio di calze, trova moglie e suocera, ma non fa un affare. La suocera è spendacciona e invadente. I litigi in famiglia sono all’ordine del giorno. Lui si sente incompreso come compositore e si invaghisce di una giovane che frequenta la società dei concerti.

Nel frattempo il suo amico del cuore Marco Mitis, che si innamorava sempre delle sue fidanzate, si innamora pure di sua moglie, che si sente trascurata e ricambia in segreto. Ma lui decide di partire per l’Africa per non turbare il matrimonio. Nicoleto viene a conoscenza che a Fiume si può divorziare, grazie all’impresa fiumana di D’Annunzio che ne ha fatto una ”città di vita”. Non bada a spese, ritorna libero e si risposa. “L’amor no xe brodo de fasoi. No xe un mal senza un ben” (L’amore non è brodo di fagioli. Non c’è un male senza un bene).  Stavolta acquisisce pure uno suocero talmente discreto che parte subito dopo le nozze. Dopo un anno ritorna con la moglie e… la suocera. Guarda caso sono la ex moglie e la ex suocera conosciute ad Abbazia.  E a questo punto succedono un sacco di qui pro quo esilaranti, di incontri scontri, considerato che la ex moglie è diventata la suocera di Nicoleto. Meno male che ritorna Marco, il suocero divorzia dalla moglie, Marco se la sposa e lo zio sposa la suocera. Purtroppo non c’è più l’impero e le calze sono introvabili: Nicoleto regala alla giovane moglie un mazzo di foglie rosse raccolte con le sue mani. “Cosa che no iera una volta un per de calze de seda de Viena! Che anca ogi sarìa una rarità. Ma ogi, dove trovarle?” (Cosa non era una volta un paio di calze di seta di Vienna! Che anche oggi sarebbe una rarità. Ma dove trovarle?) Oggi è rarità riuscire a impalmare una donna con un mazzo di foglie secche. Significa che vi ama davvero.

 

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