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Omar Venturelli, l’italiano desaparecido

Il processo, le indagini, le verità mai dette. La storia di questo italo-cileno "scomparso" negli anni della dittatura di Pinochet, in un documentario che sarà presentato martedì 21, a Roma. Alla proiezione parteciperà la figlia di Omar, Maria Paz Venturelli

Quarant’anni. Tanto è passato da quell’11 settembre del 1973 quando il feroce golpe militare di Augusto Pinochet distrusse i sogni di giustizia sociale del presidente cileno legittimamente eletto Salvador Allende. La dittatura di Pinochet, come quella dei colonnelli argentini nella stessa decade, si macchiò di crimini efferati e brutali, come la repressione contro la popolazione civile e soprattutto il fenomeno dei desaparecidos.

Tante sono le testimonianze che ormai hanno fatto uscire fuori la verità di regimi che hanno scritto le pagine più buie della storia recente. Troppe però sono le omissioni e le coperture che non hanno mai portato a una verità e una giustizia proprio in paesi come il Cile. E senza giustizia è molto difficile fare i conti con la storia e parlare di pace.

Tra poche ore, martedì 21 gennaio, verrà presentato a Roma Il mio nome è Omar, un nuovo documentario che, partendo da una singola storia, vuole denunciare proprio il sanguinario Pinochet, puntando i riflettori sulla storia dei desaparecido, di quelle donne e di quegli uomini che sparivano senza un perché e che venivano torturati e uccisi. Il lavoro, frutto dell’impegno di Laura Bastianetto e Gabriele Bròcani, verrà proiettato nella casa dei Raccontastorie a Roma in via del Mandrione 105 (martedì 21 gennaio ore 18). Omar è Omar Venturelli, un italo-cileno “scomparso” durante gli anni della dittatura di Pinochet. E la sua storia racconta quegli anni, ma anche la lotta per ottenere giustizia, il processo celebrato in Italia e la ricerca di un padre e di un marito portata avanti da moglie e figlia. Proprio la figlia, Maria Paz Venturelli, sarà presente a Roma.locandina

“Ci siamo imbattuti in questa storia quasi per caso – spiega Laura Bastianetto a La VOCE di New York –Volevamo fare un lavoro sui Mapuche e sulle lotte che gli indios cileni portano avanti da secoli per la riappropriazione delle terre. Durante la ricerca è spuntato fuori, in modo quasi naturale, il nome di Omar Venturelli che infatti ha sempre sostenuto e appoggiato le rivendicazioni dei Mapuche. Abbiamo scoperto così che, proprio a Roma dove viviamo e lavoriamo, si stava celebrando un processo molto importante che vedeva imputato uno degli uomini di Pinochet, il procuratore militare Alfonso Podlech, accusato della morte e della sparizione, tra gli altri, proprio del cittadino italo-cileno Omar Venturelli”.

L'Italia ha avviato da diverso tempo un percorso di verità sui desaparecidos di origine italiana. In mezzo a una serie d’indagini e d’istruttorie aperte, tra cui quella sul piano Condor per cui è cominciato un nuovo processo a Roma nell'ottobre scorso, sono stati emessi 140 mandati di cattura internazionale. Uno di questi personaggi colpiti da mandato è stato appunto Alfonso Podlech. “A quel punto – continua Bastianetto – era fondamentale seguire e documentare quel processo per restituire dei pezzi di verità di un periodo storico molto complesso in cui ogni paese è rimasto in qualche modo coinvolto e su cui ancora oggi, a distanza di 40 anni, pendono incertezze e ingiustizie”.

                  

Il mio nome è Omar racconta proprio la storia processuale, cercando di capire, attraverso una storia privata e il racconto dei testimoni, come ancora oggi, nonostante la fine della dittatura, sia impossibile una pacificazione. Durante il processo sono venute a Roma decine di testimoni da ogni parte del mondo per raccontare ancora una volta quelle torture subìte durante la dittatura. Il processo ha acquisito in questo modo anche la valenza di un documento storico utile per mantenere viva la memoria.

“Questo processo – spiega nel documentario Maria Paz Venturelli – riporta al centro quello che è accaduto, il fatto che ci siano state delle torture e delle violazioni dei diritti umani. Questo è sancito all’interno di un processo, all’interno di un luogo istituzionale: sarà un pezzo di storia e un pezzo d’identità. Ha rappresentato anche un pezzo di giustizia non solo per me anche per tutti gli altri familiari delle vittime, tutti gli assassinati dalla dittatura militare, mio padre è solo una delle tante vittime del regime di Pinochet e di tutti i suoi aguzzini. […] Questa è una cosa che avrebbe dovuto fare il Cile, ma non l’ha fatto perché guardare dei pezzi così orribili della propria storia è difficile per tutti”. 

Twitter: @TDellaLonga

 

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