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Rita Levi Montalcini, il ricordo e la ricerca

Foto: Courtesy Isaak Liptzin

Foto: Courtesy Isaak Liptzin

L'Istituto Italiano di Cultura e il Centro Primo Levi hanno dedicato una giornata di studi alla scienziata italiana premio Nobel. Una biografia straordinaria per una vita dedicata al lavoro. La sua eredità, oggi passata alla nipote Piera, è nei suoi studi sul sistema nervoso e nella divulgazione della scienza tra giovani e donne

 

È passato poco più di un anno da quel 20 dicembre 2012 in cui Rita Levi Montalcini, dopo 103 anni di vita intensa e di importanti contributi al progresso delle scienze, lasciò questo mondo. Resta viva la sua eredità, non soltanto negli ambienti e nei testi accademici, ma in tutti gli uomini e le donne che hanno avuto modo di conoscerla e di lavorare con lei. Prova tangibile di questa eredità, la giornata di studi dal titolo The Liberty of Knowledge: Remembering Rita Levi Montalcini, organizzata martedì 4 febbraio a New York, da Istituto Italiano di Cultura e Centro Primo Levi, all'interno del calendario di eventi per il Giorno della memoria. Un programma ricco di interventi non soltanto per ricordare una grande scienziata, ma anche per tenere vivo il suo lavoro e portare avanti la ricerca nel campo delle neuroscienze.

La mattinata all'Istituto di Cultura ha avuto un taglio tecnico con le presentazioni di scienziati che stanno proseguendo il lavoro di Rita Levi Montalcini, soprattutto nell'ambito degli studi sul fattore di accrescimento della fibra nervosa, o NGF, la scoperta più importante della scienziata torinese. Hanno esposto il proprio lavoro Ralph Bradshaw (UC/Irvine), Piergiorgio Strata MD (Istituto Nazionale di Neuroscienze), Ruth Angeletti (Albert Einstein College of Medicine), Lloyd Greene (Columbia Unversity) e Antonino Cattaneo (Scuola Normale di Pisa).

Tutti, oltre a illustrare le proprie ricerche, in cui si riflette il lavoro della scienziata italiana, hanno raccontato il proprio ricordo di Rita Levi Montalcini. Aneddoti, prime impressioni, storie vere di vita vissuta al suo fianco: tutti conservano immagini di una donna eccezionale, con una volontà ferrea, un'enorme passione per la ricerca e una dedizione assoluta al lavoro. E una caparbietà nel farsi strada nella comunità scientifica che al tempo, per una donna, era equivalente a sfidare le leggi stesse della natura. “All'università, nei corsi di biologia, al tempo non capitava di avere professori donne. Lei era l'unica – ha raccontato Lloyd Green – Era molto carismatica, aveva un entusiasmo incredibile per la sua materia”. Ma dai racconti di chi con lei ha lavorato emerge anche una figura umana, che amava la compagnia e le occasioni sociali, una brava cuoca e un'ottima ospite. Che, tuttavia, non perdeva occasione per parlare e discutere delle sue ricerche e di scienza: “Il suo intelletto non passava da acceso a spento: era sempre su on”, ha detto Ruth Angeletti, ricordando come, anche una festa, fosse occasione, per Rita, per parlare di lavoro e concepire nuove idee.

La mattinata avrebbe dovuto concludersi con un intervento del premio Nobel Eric Kandel, professore alla Columbia University, che, a causa di motivi di salute, non ha potuto prendere parte all'incontro ma che, in un messaggio di saluto, ha scritto: “Nella storia della scienza del XX secolo, Rita si colloca tra i giganti”. 

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Da sinistra: Annalisa Capristo, Piera Montalcini e Antonino Cattaneo, durante l’evento al Centro Primo Levi. Foto: Courtesy Isaak Liptzin

Nel pomeriggio di martedì, nello spostarsi nell'auditorium del Center for Jewish History, la conversazione è passata a aspetti più umani della biografia della grande scienziata. Nell'incontro dal titolo A Young Jewish Scientist in Fascist Italy, gli interventi hanno raccontato di una Rita Levi Montalcini giovane ed ebrea, in un periodo storico in cui gli ebrei italiani non avevano vita facile. Al microfono si sono alternati: Lice Ghilardi della CUNY, lo scrittore Alain Elkann, Piera Montalcini, nipote di Rita e oggi a capo dell'Associazione Levi Montalcini, Annalisa Capristo del Center for American Studies di Roma e ancora Antonino Cattaneo, questa volta in rappresentanza della Fondazione Ebri. Lettere, ricordi, filmati e testimonianze raccontano di una vita straordinaria. Di famiglia ebraica, anche se non praticante, Rita Levi Montalcini si laureò in medicina contro la volontà del padre che non riteneva la scienza appropriata a una donna. Dopo la laurea, le leggi razziali costrinsero Rita a lasciare il suo impiego e la famiglia a nascondersi. Fu in quegli anni, in un laboratorio attrezzato nella sua camera da letto, che la scienziata iniziò a interessarsi al sistema nervoso e cominciò un percorso di ricerca che negli anni '50 la portò alla scoperta dell'NGF che poi, nel 1986, le varrà il premio Nobel. Poi gli anni in America, alla Washington University di St Louis (Missouri) dove era stata invitata per un breve periodo di studi da Viktor Hamburger, per approfondire le sue ricerche sul sistema nervoso, e dove finì per rimanere per più di 20 anni. Le tante lettere di quel periodo alla madre e alla sorella gemella, Paola, raccontano della voglia di farsi notare oltreoceano, della consapevolezza che l'Italia non sarebbe stata in grado di offrirle le possibilità che le aveva offerto l'America.

Cervello in fuga ante litteram, Rita Levi Montalcini conosceva le difficoltà del mondo della ricerca, soprattutto per le donne. Per questo, negli anni '90, diede vita a una fondazione dedicata a supportare le donne nella scienza. La fondazione, che inizialmente si concentrò sull'Italia, per poi spostare il focus sulle donne africane, è ora diretta dalla nipote Piera la cui principale preoccupazione, nel ricordare la zia, è che non ci si limiti alla staticità del ricordo, ma che, nel ricordo, si prosegua con il lavoro iniziato da Rita. “Questo è un compito che porto avanti con l'Associazione e la Fondazione Rita Levi Montalcini, seguendo tre direttrici – ha spiegato Piera Montalcini a La VOCE – La prima è quella dei ragazzi italiani: lavoriamo molto nelle scuole e stiamo creando un rete di scuole intitolate a mia zia per favorire lo scambio di idee e la divulgazione della scienza. Poi c'è il lavoro nella ricerca: sto cercando di “industrializzare” la raccolta fondi, applicando le tecniche del profit al non-profit in modo da poter pagare borse di studio ai ragazzi. Infine c'è l'impegno per le donne africane: il sogno di mia zia era quello di creare una classe dirigente di donne nei paesi emergenti. Lei diceva che se si educa un uomo si educa un individuo, ma se si educa una donna si educa un popolo”.

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Piera Montalcini durante l’intervento al Centro Primo Levi. Foto: Courtesy Isaak Liptzin

Piera Montalcini sembra aver ereditato in pieno quell'etica del lavoro che ha accompagnato sua zia per una vita e che lei stessa ammette essere una caratteristica di famiglia. Con la zia ha lavorato quando era ancora in vita e ora ne ha raccolto il testimone. Ne parla con affetto e rispetto. “Da piccola, anche se non era con noi, la sentivo molto presente e le ero molto legata. Da adulta abbiamo lavorato insieme con l'intesa data dalle affinità di chi viene dalla stessa famiglia”.

Nei suoi 103 anni di vita, Rita Levi Montalcini non ha scritto soltanto una pagina di storia della neuroscienza, ma una pagina di storia sociale, di femminismo con la F maiuscola, di libertà di pensiero e indipendenza intellettuale. La sua “paziente impazienza”, per usare le parole di Primo Levi, l'ha resa un'artista nel mondo delle scienze. Niente di tutto questo è scomparso il 20 dicembre 2012.

 

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