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Godere e morire a Wall Street. In vista della notte degli Oscar, la nostra recensione di The Wolf of Wall Street

Il miglior film di Martin Scorsese degli ultimi 20 anni fa da apripista alla nostra top-list di pellicole in odor di Oscar. The Wolf of Wall Street sembra uno dei favoriti come miglior film.  È la parabola di un broker senza scrupoli (il "bravo ragazzo" Leonardo DiCaprio), ultimo capi­tolo di una tri­lo­gia sul "crimine", dopo Quei bravi ragazzi e Casino

Scritto da Terence Win­ter (co-sceneggiatore di The Sopra­nos e Board­walk Empire), il film è adat­tato dall’autobiografia di Jor­dan Bel­fort. Negli anni Novanta, Belfort (DiCaprio) è un operatore di Borsa che trasforma in montagne di soldi qualsiasi cosa tocchi, senza per forza far ricorso alla legalità. Ma la sua vita di belle donne, cocaina, lusso, aragoste e rap, ha i minuti contati: l'FBI ha dei sospetti e sta per inchiodarlo. 

 

Quid faciant leges, ubi sola pecunia regnat. Petronio, Satyricon, XIV

Una delle sequenze più significative e controverse di tutto il cinema di Scorsese è senza dubbio l'explicit di Casino (1995): al termine delle tre, tragiche ore di uno dei film più importanti del decennio, Scorsese ci racconta la fine di un’epoca. Seppure in ritardo, anche nella Gomorra del Nevada arrivano gli anni Ottanta e Las Vegas si trasforma in una sorta di Disneyland per turisti obesi, le vecchie case da gioco vengono demolite e con esse sparisce un'era del crimine organizzato, cruda e spietata finché si vuole, ma romantica e autentica. Lo yuppismo e le società finanziarie, associazioni a delinquere mascherate dietro ad un'impalcatura di rispettabilità, si impadroniscono di un mondo complesso e iniettano la loro miscela di vuoto e volgarità nel cuore del sistema capitalistico americano.

The Wolf of Wall Street è idealmente collegato a quella sequenza, come se Scorsese ripartisse da lì per raccontare il crollo fragoroso di quell'impero dell'effimero, prima cresciuto senza controllo nell'alveo dell'edonismo "reaganiano" e poi, coltivando l'illusione dell'immortalità, sfracellatosi drammaticamente, trascinando nel baratro il mondo intero, con quell'onda anomala che dal 2008 sta travolgendo l'Occidente. 

C'è una battuta folgorante che racchiude in sé il senso complessivo della sconvolgente baraonda "usa e getta" che Scorsese mette in scena nei 180 minuti più belli che ci abbia consegnato negli ultimi vent'anni: quando il "lupo" Jordan Belfort va a letto la prima volta con la bella Naomi, la sua voce fuori campo commenta: "Me la scopai alla grande: per 11 secondi". In quest'ossimoro c'è tutta la follia cieca e autodistruttiva di una visione del mondo che punta a ingurgitare tutto e tutti, a prescindere dal gusto e dalle necessità, che mira al possesso per il possesso, al consumo per il consumo e ha sostituito la sacrosanta ansia da prestazione con la necessità ossessiva dell'espulsione immediata. In quest'orgia senza fine, il denaro serve solo a fare altro denaro o al limite a procurarsi la droga indispensabile a fare altro denaro.

I gangster tragici di Casino o i fedeli "impiegati" della mafia di Quei bravi ragazzi sono spariti e al loro posto c'è ora un baccanale ininterrotto e inconsapevole che non conosce limiti se non quelli di una fragorosa autodissoluzione. Il sacerdote di questa liturgia è Jordan Belfort, artefice istintivo di una delle più colossali truffe della storia del sistema borsistico, poi pentito ed ora riciclato come motivatore professionista in giro per il mondo, che nel 2007 ha raccontato la sua esperienza nell'autobiografia che porta lo stesso titolo del film. Le memorie di Belfort sono state adattate in una lunga sceneggiatura da Terence Winter, di cui Scorsese si è subito innamorato, tanto da far ruotare quasi ogni sequenza intorno al personaggio “indossato” da un istrionico e scatenato Leonardo DiCaprio, adeguatamente sopra le righe in ogni gesto articolato e sillaba pronunciata. Una versione postmoderna dei titani bigger than life del cinema dello Scorsese che fu, da Jack La Motta a Howard Hughes, un uomo che "consuma" letteralmente il mondo senza sosta e senza tregua.

La parabola di Jordan Belfort, così come è raccontata da Scorsese, suggerisce paragoni arditi e decisamente acrobatici, che vanno anche ben al di fuori dalla sua filmografia. Belfort è, innanzitutto, una specie di Citizen Kane, nel quale, però, ciò che colpisce è la natura di uomo “senza passato”, senza radici e quindi senza l'attenuante piscoanalitica di Rosebud a dare spessore tragico alla sua figura.

Volendo forzare un po', potremmo persino dire che Martin Scorsese, con questo torrenziale The Wolf of Wall Street, ci abbia regalato il suo Satyricon, compiendo un'operazione analoga a quanto fatto dallo scrittore latino Petronio negli ultimi anni dell’impero di Nerone, e in questo modo ci abbia fornito il più credibile e importante strumento per leggere e decifrare un'epoca intera, quella del crepuscolo dello yuppismo, del passaggio tra gli Ottanta e i Novanta, in cui, come detto, affondano le radici della devastante crisi che proprio da Wall Street si è propagata fino ai critici tempi odierni.

The Wolf of Wall Street è insomma il film definitivo sugli anni Novanta, che restituisce il paralizzante vuoto di un'epoca attraverso una struttura narrativa impazzita, deflagrata e sgangherata, e procede come un'eruzione esplosiva, per fiammate improvvise e incessanti. Sul piano stilistico, il film, nonostante appaia volutamente un po' più scomposto di quanto siamo abituati a vedere da Scorsese, si mostra come un’opera selvaggia, furiosa e istintiva e segnata da un ritmo vorticoso in cui si legge per l'ennesima volta in controluce la furia autodistruttiva e psicotropa del regista newyorchese. Sotto molti aspetti, poi, questo è forse il film più "scorsesiano" tra quelli che il regista italo-americano ha girato negli ultimi 20 anni, almeno da Casino a questa parte. Nonostante spinga a tavoletta sul pedale del grottesco, Scorsese infatti innerva nella storia vera di Jordan Belfort le tematiche tipiche del suo cinema: il condizionamento dell'ambiente sull'individuo, l'impossibilità di svincolarsi da un destino che sembra predeterminato dalla propria indole, il rapporto ambiguo e irrisolto tra la grigia normalità della legalità e la rutilante e sulfurea fascinazione del male e di una vita condotta al massimo.

In realtà, in questo caso, il fascino che il personaggio di DiCaprio esercita su noi spettatori è sorprendentemente metaforico della sua natura: come egli riesce a vendere azioni invendibili o addirittura inesistenti creando falsi bisogni che riescono a rendere attraente anche il nulla, così la sua natura di uomo vuoto e vagamente decadente viene mascherata da una cialtroneria di fondo abilmente utilizzata per vendere se stesso. Con buona pace di alcuni italici giornalisti moralisti, improvvisati critici cinematografici – Massimo Gramellini, per non fare nomi – la forza di questa straordinaria istantanea di un’epoca sta proprio nella delicata ambiguità, una forza oscura.

 

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