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Un film bello e feroce che merita l’Oscar

di Eugenia Paulicelli e David Ward
Roma in una scena del film

Roma in una scena del film

Il film di Paolo Sorrentino, La Grande Bellezza,  che ha vinto la statuetta per il miglior film straniero, nell'analisi di due professori in America che lo hanno tanto amato  

 

Nel mondo anglosassone si direbbe che aveva “momentum.”  Già vincitore di un Golden Globe, di un Oscar europeo, e di una BAFTA britannica, La grande bellezza di Paolo Sorrentino aveva tutto il momentum necessario per portarlo al traguardo più importante, l’Oscar per migliore film straniero del 2014. 

 È un film di cui si parla, e parecchio. Forse di più all’estero che in patria.  E non è difficile capire perché.  La grande bellezza è “bello e feroce,” usando le stesse parole che la “Santa,” la monaca che fa la sua apparizione verso la fine del film, usa per descrivere il romanzo di Jep Gambardella, il personaggio centrale.  

E feroce lo è, soprattutto nei confronti dell’intellighentsia italiana rappresentata in modo duro, crudele quasi, una serie di personaggi uno più egoista, viziato, volgare dell’altro.  E tutti, chi più, chi meno, falliti artisticamente: un poeta che non parla, un drammaturgo le cui opere non vanno mai in scena, un’artista concettuale le cui “performance” consistono in testate contro un muro; una ragazzina obbligata dai genitori assettati di soldi di produrre opere d’arte mentre piange dal dolore che prova.

Anche Jep, interpretato maestosamente da Toni Servillo, e presente in quasi ogni scena del film, è un fallito. Autore di un romanzo di successo 40 anni fa, non scrive più come una volta, e vive come giornalista.  Non riesce a trovare, ci dice, la “grande bellezza” che gli permetterebbe di riprendere a scrivere o di riprendere a vivere in una dimensione diversa forse più ricca e appagante. 

Il film, però, è la storia della rinascita di Jep come scrittore. E la sua rinascita segna anche la rinascita del cinema. Perché l’innovazione de La grande bellezza sta proprio di come riesce a definire la forma del film e quanto questa forma sia centrale per l’immaginazione e per sperimentare la visione quasi in un concerto sinestetico.  Come Jep, anche Sorrentino e il suo film elaborano nuovi modi e stili narrativi.  Dai ritmi frenetici delle scene mondane che rivelano il vuoto che gira intorno ai protagonisti, alle  scene delle passeggiate, spesso notturne di Jep per le vie di Roma, allo splendido lungo piano sequenza con cui il film conclude. Filmato da una barca che sale il Tevere la macchina da presa si dilunga sul fiume, sui palazzi, sui ponti, spostandosi da destra a sinistra offrendoci diverse inquadrature panoramiche del Gianicolo, un tuffatore solitario, un autobus, l’ acqua, le mura in alto e in basso, Roma come crogiolo di tante altre città, il simbolo di una storia multidimensionale, plurale, antichissima eppure ancora tutta da fare e da scriversi. 

Narrare la città:  questo è la sfida de La grande bellezza.  E con questi ultimi minuti del film è come se Sorrentino volesse lasciar parlare da sola la città di Roma, lasciarle lo spazio e il tempo necessario per espletare il suo racconto.  È la città che parla, che si spiega davanti a noi, senza che la mano del regista o dello scrittore la manipoli.

Il film di Sorrentino si presenta come  una forte esperienza sensoriale che comprende magistralmente il tatto, la vista e l’ udito. Un film, questo, che sperimenta e sfida il nostro stesso atto di vedere e sentire noi stessi e il mondo. Il film entra nelle pieghe nascoste e ovvie della vita e della morte. Ne tocca il loro mistero. L ‘esperienza della bellezza del film e nel film si da’ allo spettatore come una ricerca, come un viaggio non lineare e che comprende al suo interno delle assonanze ma anche dei contrasti. La musica per esempio, sacra e profonda e poi profana, popolare, da discoteca o canzoni rock. Il miscuglio del sublime e della volgarità è volutamente calibrato dalla coscienza e dall’occhio del film: Jep. Un attore che incarna la migliore tradizione italiana ma la oltrepassa fornendo qualcosa di nuovo e inedito e allo stesso tempo incorporando un senso dell’ antico e della storia.  Jep guarda, osserva, registra, parla lentamente con un meraviglioso accento napoletano e cammina.  Passeggia tornando a casa a piedi di notte, anzi all’alba. Cammina per le vie del centro e con lui ripercorriamo Roma, i suoi monumenti, le sue piazze, le sue storiche fontane e rovine, i giardini meravigliosi. Mai visto un uomo camminare così tanto come fa Servillo nel film di Sorrentino.  Antonioni ci aveva fatto vedere le sue figure di donne in cui faceva risiedere il nuovo e la parte sperimentale  impegnate a fare lunghe passeggiate, come Lidia (Jean Moreau) ne La Notte, sposata ad uno scrittore perso nella mondanità interpretato da Marcello Mastroianni.  Anche Antonioni aveva fatto vagare le sue protagoniste femminili nella città vestite con un elegante disinvoltura, una semplicità sofisticata e con il disordine e la confusione dentro.  Così Jep si muove lento nel suo portamento elegante e il suo corpo appare quasi fluido nelle movenze sinuose grazie anche ai suoi stupendi vestiti di sartoria che accarezzano il corpo, senza fasciarlo, la sua morbida armatura di stile e corazza contro la bruttezza e volgarità del mondo. I vestiti di Sorrentino parlano napoletano, realizzati dalla storica sartoria Cesare Attolini che negli anni trenta rivoluziona la costruzione della giacca. Servillo stesso ha scelto, assistito dalla costumista Daniela Ciancio i suoi vestiti per il film. Infatti se Jep sembra essere uno scrittore fallito, trionfa invece con la sua eleganza raffinata, che sa di antico e si afferma come l’emblema modernissimo della “sprezzatura.” 

Servilli

Toni Servillo nella parte di Jep Gambardella

Certo, nel film ci sono tanti riferimenti a Fellini e ai suoi grandi film, dalla Dolce Vita, a Giulietta degli Spiriti, a Roma, per citarne alcuni e per ragioni di spazio non possiamo inoltrarci nei dettagli. Ma Sorrentino, nel rendere il suo omaggio al maestro, mostra anche uno spiraglio per continuare a sperimentare con il  cinema portandone la sua arte  in nuove dimensioni e direzioni.  Per cui la citazione non è mai  fuori posto ma si integra ad intarsio nel tessuto del film e nella sua spettacolarità.  

Jep incarna il cercare e l’errare. Appare quasi sempre da solo tranne  in un’occasione,  per sottrarsi a uno spettacolo mondano in cui una bimba è costretta a esibire la sua painting performance, propone una passeggiata alla sua accompagnatrice Ramona (Sabrina Ferilli), e il gentiluomo che in una valigetta custodisce le chiavi dei palazzi aristocratici romani.  La loro passeggiata è molto diversa da quella della Dolce Vita quando aristocratici, mondani e turisti americani si trovano nel giardino di notte e arrivano ad una seduta spiritica. Infatti, il mantello indossato dalla Ferilli ricorda uno dei costumi indossati da una delle signore nella Dolce Vita. I tre a passeggio,  camminano per Roma e come in un teatro delle meraviglie, si spalancano ai nostri e loro occhi opere d’ arte straordinarie, statue con primi piani stupendi e inquietanti (che ricordano una scena di Viaggio in Italia di Rossellini quando Katherine/Ingrid Bergman si reca al Museo di Capodimonte a Napoli).  E quadri, tra cui ci si illumina la tela della Fornarina di Raffaello.  Jep e Ramona, e con loro noi assaporiamo la bellezza.  Ramona soprattutto, che è un personaggio tenerissimo a cui la Ferrilli ha dato una interpretazione magistrale. Ramona è l’outsider rispetto al gruppo dei mondani e dell’intellighenzia frequentata da Jep. Con il suo sguardo e le sue domande cerca di capire, ma non perché vuol far parte di quel mondo. Anche lei viaggia ma non sa quando, per via della sua malattia che non confessa se non alla fine, il suo viaggio la porterà a una conclusione prematura. 

Sorrentino Servillo

Paolo Sorrentino con Toni Servillo a Los Angeles durante la premiazione

La morte attraversa come un filo tutto il film, sin dall’ínizio quando appare una scritta di Celine, proprio sul viaggio e la morte. “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. (…) Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è  tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. (…) E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.” Quasi un’ammonizione o un invito all’inizio del film?

Alla fine quando La Santa gli chiede: “Ma perchè non hai scritto più un libro?” Jep risponde candidamente e senza tergiversare come aveva fatto invece per tutto il corso del film:   “Cercavo la grande bellezza, ma non l’ho trovata”.  E da qui, nelle sequenze finali del film, che Jep è in viaggio, all’isola del Giglio, contempla la Costa Concordia, nave morta e immobile, il “mostro marino” d’oggigiorno, e poi pian piano le immagini scorrono, ai ricordi della sua prima volta, allo stupore, all’innocenza del suo primo amore, Elisa, anche lei morta.  La musica si fa intensa. La voce di Jep, fuori campo mentre lo inquadrano in primo piano, dice:  “Finisce sempre cosi. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita….” Ed è a questo punto che Jep pronuncia la frase più costruttiva del film, come se tutto quel vagare non sia stato in vano:   “Dunque, che questo romanzo abbia inizio……”

 

*Eugenia Paulicelli, Queens College & the Graduate Center, City University of New York               David Ward, Wellesley College

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