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The Rover: il buio ai confini del western

Un enigmatico crollo mette fine alla civiltà come la conosciamo e restano solo pallottole e sangue. In una storia senza redenzione, pervasa di nichilismo, che contamina distopia, western e dramma familiare, Guy Pearce regala volto scavato e allucinato a un "mostro" perfettamente inserito in un mondo in cui si dorme con la pistola accanto al cuscino

La chiave per arrivare al cuore di The Rover, il nuovo, ipnotico film di David Michôd è contenuta già nella didascalia che apre l'opera, Ten Years after the Collapse.

Non una guerra nucleare, non un'invasione di zombie o un qualche altro evento apocalittico a sancire la fine della società come oggi la conosciamo. Semplicemente un enigmatico e per questo ancor più metaforico "collapse", un crollo. Come a sintetizzare che a cedere è stato prima di tutto l'essere umano, con le sue regole morali e civili. The Rover, adoperando l'impalcatura sempre funzionale del western, mette in scena quest'idea con una potenza espressiva che pochi altri film hanno raggiunto negli ultimi tempi.

Come la migliore tradizione vuole dai capolavori di Clint Eastwood fino ad oggi, il protagonista è un uomo senza nome ma con una missione che lo ossessiona: riprendersi l'auto che tre criminali gli hanno rubato. Nel perseguire il suo scopo si lascerà dietro una scia di sangue e distruzione rappresentati da Michôd con una coerenza estetica e un'idea di cinema esemplari. Guy Pearce regala volto scavato e allucinato a un Angelo della Vendetta irresistibile quanto fortemente ambiguo, un "mostro" perfettamente inserito in un mondo in cui alle stazioni di servizio adesso si vendono benzina e proiettili, in cui si dorme sempre con la pistola accanto al cuscino. Il western classico, quello di John Wayne e James Stewart, raccontava di un mondo in cui gli uomini erano prima di tutto depositari di valori morali. Nel futuro prossimo di The Rover sono rimaste soltanto le pallottole e il sangue.

L'Australia con le sue distese immense e svuotate di ogni significato ci aveva già regalato molti anni fa un altro grande western post-apocalittico come Mad Max, e Michôd strizza l'occhio al cult movie di George Miller in più di un'occasione. Ma come scopriremo pian piano che la storia si dipana, permettendoci di conoscere il buio intorno le anime dei personaggi, il nichilismo che pervade questo lungometraggio è forse ancora più radicale. Non c'è redenzione in questa storia, neppure quella orrenda e discutibile che si compie attraverso l'atto violento.

Se ormai nel cinema di oggi è difficile proporre trame realmente originali – e quella di The Rover non lo è – David Michôd ha però dimostrato che all'interno del genere si possono ancora estrarre dal cilindro lavori notevoli come questo. Dopo l'esordio livido e acclamato di Animal Kingdom il cineasta conferma la sua vena cinematografica preziosissima con un incubo contemporaneo doloroso e spietato. Contaminando distopia, western e aggiungendo un pizzico di dramma familiare – tema già magnificamente esplorato dal regista col suo precedente film – The Rover è la cosa migliore vista in sala da molte settimane a questa parte. Accanto al bravissimo Guy Pearce merita il nostro applauso anche Robert Pattinson, il quale conferma la volontà di costruirsi una carriera attraverso scelte per nulla scontate. Basta ricordare il sottovalutato e corrosivo Cosmopolis di David Cronenberg. Ultima piccola grande gemma di The Rover è Scoot McNairy, attore che con sole due scene – tra cui ovviamente quella finale, cuore pulsante e rivelatorio dell'intera operazione – impreziosisce ulteriormente un film radicale, coraggioso, amarissimo. Una gemma grezza.

 

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