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Deliver Us from Evil: quando l’incubo diventa arte

Scott Derrickson dimostra ancora una volta di trattare il genere con enorme rispetto e la dovuta dedizione. Con sguardo elegante, un'attenzione all'inquadratura minuziosa ed effetti speciali digitali ridotti al minimo, la storia si sviluppa suscitando vera inquietudine, e affrontando allo stesso tempo questioni etiche e metafisiche di spessore

Ci sono film che non ti appagano per la loro originalità o la capacità di sorprenderti, quanto invece perché ti fanno capire di essere stati ideati e realizzati con lucidità. Nel caso del nuovo horror firmato Scott Derrickson, addirittura ammirevole lucidità. Ispirandosi al libro omonimo pubblicato dal vero ex-poliziotto Ralph Sarchie (nel film ha il volto angosciato di Eric Bana) Deliver Us from Evil fonde con pienezza narrativa il poliziesco più classico con una storia di possessione demoniaca efficace come non se ne vedevano da tempo. 

La forza primaria del film è nella resa estetica, nel tono plumbeo e soffocante che pervade ogni singola scena. La ricostruzione claustrofobica degli interni, alternata con delle scene di esterni sempre virate al grigio del cielo piovoso, rendono l'atmosfera del film particolarmente efficace, perfetta per evidenziare metaforicamente il senso di malessere che si nasconde nell'animo dei personaggi, soprattutto del protagonista. Senza essere inutilmente citazionista, Deliver Us from Evil dimostra comunque di avere ben presente la lezione del grande cinema del passato: da Se7en a Il braccio violento della legge, passando per altri prodotti di genere realizzati negli anni '70, il lungometraggio ripropone con sorprendente intelligenza le cose migliori che avevano reso tali quei capolavori. 

Derrickson si dimostra ancora una volta, dopo L'esorcismo di Emily Rose e Sinister, un cineasta che tratta questo genere con enorme rispetto e la dovuta dedizione: il suo sguardo si fa di film in film sempre più elegante, la sua attenzione all'inquadratura minuziosa. Gli effetti speciali realizzati al computer vengono ridotti al minimo in favore del vecchio trucco, quello che secondo noi ancora oggi funziona meglio quando si tratta di terrorizzare il pubblico. In un crescendo narrativo che si affida sapientemente al meccanismo della detection, non nuovissimo ma comunque funzionale, la storia si sviluppa fino al necessario confronto finale permettendo però in precedenza allo spettatore di confrontarsi con questioni etiche e metafisiche di spessore, grazie alla figura del prete interpretata da un dolente Édgar Ramirez. Tra momenti di vera suspance e altri in cui l'angoscia della messa in scena si fa tangibile, questo prodotto si dimostra davvero solidissimo. 

Dopo il tentativo di fusione col dramma processuale riuscito solo in parte con L'esorcismo di Emily Rose, Scott Derrickson dimostra di aver aggiustato il tiro tirando fuori dal cilindro un film in cui soprannaturale e poliziesco si sposano a meraviglia. In un paio di scene ci si spaventa seriamente ma, cosa ancora più importante, si lascia il cinema con una sensazione di malcelata inquietudine, prova inconfutabile che il film ha colpito nel segno. Per questo regista e il suo lavoro di ridefinizione iconografica dell'horror non possiamo che provare assoluta ammirazione.  

 

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