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Easy Rider: 45 anni di inquietudine dall’America all’Italia

Il film di Dennis Hopper fu un canto alla vita e alla libertà, interiore più che politica. Tra il '70 e il '71, non c'era nessuno al di sotto dei trent'anni che non lo avesse visto e non si fosse identificato in quel viaggio generato dal senso di vuoto, dall'impossibilità di trovare il bandolo della matassa

Easy Rider in questi giorni compie quarantacinque anni. Quarantacinque anni portati in modo egregio, anzi, splendido: un atto d’accusa, sebbene indiretto, s’intende, alla gioventù occidentale dei giorni nostri, o a gran parte di essa, la quale non si scuote, non reagisce. Non osa.

Easy Rider fu un canto. Un canto alla vita, alla libertà, all’azione come al pensiero. Fece epoca. Forse incontrò un maggior successo in Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Scandinavia che negli Stati Uniti stessi: nella Firenze a cavallo fra il 1970 e il 1971 non c’era nessuno, al di sotto dei trent’anni d’età, che non avesse visto il magistrale film diretto e interpretato da Dennis Hopper; Jack Nicholson e Peter Fonda gli altri due suggestivi, impeccabili protagonisti. In molti vollero vederlo due volte; un mio compagno di squadra al Cinema Stadio, Campo di Marte, lo vide per ben quattro volte. Lo imparò quasi a memoria!

Easy Rider ci condusse in una strepitosa cavalcata attraverso l’America, attraverso il West assolato, aria magnificamente secca, spazi “metafisici”; l’Assoluto che si presenta nella sua veste più nitida; per dirla come direbbero popoli di lingua inglese, “an awesome sight”. Il finale del film fu una stilettata anche per me, per uno come me che aveva in grande uggia lo slogan che a quell’epoca risuonava quotidianamente dall’Oregon al Massachussets, da New York a San Francisco, da Berkeley al Kent State (il “college” dello studente assassinato nel ’70 dalla Polizia e sul cui cadavere si dispera una ragazza); da Yale alla Columbia: “Hell no, we won’t go; hell no, we won’t go”. Per un dissidente anticomunista e antidemocristiano come me, tutt’altro che favorevole, dai ventuno o ventidue anni in poi, all’intervento americano in Vietnam, sissignori; ma avverso alle moltitudini di giovani americani ben nutriti, ben vestiti, adulati, il cui egoismo, il cui individualismo, il cui cinismo mi sbalordivano, mi deludevano: nelle piazze e nei campus universitari, pretendevano che a fare “la sporca guerra” in Vietnam fossero “soltanto” i neri, gli ispanici, gli italoamericani, la “white trash”, la “spazzatura bianca” degli Allegheny, del Mississippi, dell’Alabama e così via. E discendenti di proprietari di terre a sud della Mason-Dixon Line. Ne creparono, di “bianchi sudici”, neri, ispanici, italoamericani, nobili decaduti a Da Nang, Huè, nel Delta del Mekong.

Non trovavo insomma giusto che si volesse scansare con tanta ostinazione il pericolo, il sacrificio, lasciando appunto che a rischiare la vita, a rimetterci la pelle, fossero americani senza santi in paradiso, americani che il “college” non se lo potevano permettere; americani che eseguivano gli ordini e mai si tirarono indietro. Ma soldati fra i quali si annidavano tuttavia psicopatici quali il Capitano Calley, il massacratore di Mi Lai, 16 marzo 1968… Assassinati ventidue vietnamiti, fra donne, vecchi, bambini…

Si poteva porre in discussione la Guerra del Vietnam, contro la quale aveva ammonito sul letto di morte nel 1964 uno che di guerre se ne intendeva… Il fiero, teatrale, retorico, ma abilissimo Generale Douglas MacArthur, trionfatore sull’Impero del Sol Levante nella Seconda Guerra Mondiale. Ma voler restare a tutti i costi legati agli agi, alle comodità della vita civile in un’America nella quale scorreva ora un fiume di liquidità senza precedenti, francamente mi sembrava troppo; mi pareva inaccettabile.

A mio modo di vedere, tuttavia, Easy Rider non è un film contro la Guerra del Vietnam. E’ un capolavoro sulla ricerca della libertà, quella interiore più che politica, e sull’ottusità, sulla perfidia del “red neck” che dal proprio autocarro a un tratto, e con realistico ghigno, fa fuoco sui tre motoclisti che non recano offesa a nessuno, non pongono insidie a nessuno. Hanno un solo desiderio: attraversare, appunto in pace, mezza America in motocicletta; su motociclette dal manubrio anche un poco brutto, anti-estetico, così alto e così ampio; “troppo” alto, “troppo” ampio. Assomigliano a Kerouac, a Cassady, agli altri della comitiva degli inquieti i quali difatti non fanno che viaggiare, macinano terreno, coprono centinaia e centinaia di miglia alla ricerca di qualcosa che forse non c’è. Che, a nostro avviso, non può esserci in quell’America… Li attanaglia il senso di vuoto che il titolare di Furore ha provato anch’egli nei suoi dieci anni trascorsi a New York. Li esaspera l’impossibilità di trovare il bandolo della matassa. Li sconcerta il formalismo americano. Li demoralizza certo pensiero americano “minuscolo”, come una cameretta fra le più anguste…

Così, anche i protagonisti di Easy Rider proseguono infaticabili nella corsa finché la corsa, appunto, si macchia di sangue: non è una favola l’America, l’America di Frank Capra forse non è mai esistita o, se è esistita, è morta con la Seconda Guerra Mondiale, morta con la nascita delle grandi autostrade volute dal Presidente Eisenhower; schiaffata in un angolo dal principio “un’automobile per ogni americano”. Defunta sotto la valanga dei grandi magazzini e sotto il perbenismo incalzante della neo-borghesia mercantile e di quanti lasciano che la Religione influenzi un po’ troppo la loro vita. Oramai sembra che Mark Twain e Walt Whitman siano nati in un altro Paese: nacquero, e crebbero, in un altro Paese… Oramai tutto è così uguale, sempre più scontato, pedestre, ripetitivo. Ora gli americani piacciono “troppo” a se stessi… Una retorica il cui conio è stato la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, li esalta, li inebria, li altera: uccide in loro senso critico, senso estetico. Lo stesso Wright, il celebre architetto, non trova più seguaci. Oggigiorno, forse, è stato egli stesso relegato nel dimenticatoio.

Sono nati gli “schemi”. Ne sono nati uno dopo l’altro. Ma non soccorrono, non aiutano l’individuo; anzi, lo costringono in un carcere di cui egli nemmeno s’accorge mentre crede di vivere nel “miglior mondo possibile”. Il grande pregio di Easy Rider è anche questo: senza forse volerlo, indica vie, invita alla riflessione, alla speculazione intellettuale. Ci parla di una lost generation simile a quella che cercò, e trovò, un magnifico approdo: la Parigi degli anni Venti.

Complimenti, Dennis Hopper.

 

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