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Robin Williams, quell’uomo sorridente e gentile che ci ha insegnato a diventare adulti

Se n'è andato un attore eccentrico che portava il peso del suo essere non consueto, accostando critica feroce e impegno, parodia e comicità surreale, malinconia e comprensione. Fu lui che, quando avevamo diciotto anni, ci disse: “Imparerete a pensare con la vostra testa”

In queste ore è stato scritto tutto su quello che è stato uno dei più grandi e originali talenti del cinema di tutti i tempi. Giornali, televisioni, siti web, social network, tutti hanno scritto della sua carriera di attore, a cominciare dalla stand-up comedy (a cui negli anni era poi spesso tornato), e poi la sit-com, quella sua prima apparizione come alieno venuto da Ork in una puntata di Happy Days. E quindi il successo con Mork e Mindy, il cinema, quello comico e quello drammatico, spesso combinati insieme grazie alla sua geniale intelligenza nell'individuare e interpretare commedia e tragedia, attraverso un'infinita serie di personaggi, meravigliosi. E poi l'Oscar, le serie TV, e ancora Broadway, i talk show più popolari, in cui la sua esilarante irriverenza ma anche la sua critica puntuale e pungente all'America di oggi non finiva mai di stupire, ed entusiasmare. Perché in Robin Williams accanto alla critica feroce c'era l'impegno, perché accanto alla parodia, alla satira, alla comicità quasi surreale, c'era la malinconia, c'era la riflessione, c'era la comprensione. Forse il più americano dei comici di questi anni, e forse proprio per questo probabilmente il più internazionale.

Una persona sorridente e gentile, hanno detto in molti. E già questa è di per sé una qualità piuttosto straordinaria.

È stato scritto tutto, appunto. Sono state pubblicate foto, certificati di morte, ricostruzioni delle ultime ore, dietrologie sulla sua dipendenza, sulla sua sofferenza, sulla sua carriera, commenti, post e tweet di registi, attori, attrici, parenti, amici, conduttori televisivi, del presidente Obama — alcuni sinceramente commoventi. Giornalisti di gossip e di costume, ma anche editorialisti di spessore, tutti hanno scritto un pensiero, più o meno attento, più o meno delicato, in qualche caso molto puntuale e profondo. La vita e il lavoro di Robin Williams si possono trovare in internet, così come le sue oltre sessanta interpretazioni, tutti i suoi film, compresi quelli inediti, in uscita nelle sale nei prossimi mesi. Questo fa pensare. Una vita e una carriera sotto gli occhi di tutti, a portata di clic, eppure la vita non è questa, e penso che Robin Williams lo sapesse bene. I suoi personaggi erano spesso “eccentrici” rispetto al corso lineare della vita, rispetto all'opinione comune. Era lui stesso ad essere eccentrico rispetto a un bilanciamento che la società esige, come lo esige Hollywood, come lo esige la vita, e credo che questo sia un peso grandissimo da sopportare. Era il punto di vista di Robin Williams ad essere non scontato, non comune, quello stesso punto di vista non consueto che il professor Keating raggiungeva salendo in piedi sulla cattedra ne L'attimo fuggente: anche questa sequenza, diventata famosissima, è stata citata migliaia di volte in queste ore, ma è forse quella più significativa per raccontare, con una scena, quell'angolazione diversa nel guardare la vita che ha permesso a Robin Williams di raggiungere quella comicità istintiva, quasi selvaggia e al tempo stesso straordinariamente intelligente, feroce e leggera, sottile, sarcastica, comprensiva e universale.

“Imparerete a pensare con la vostra testa”, diceva il professore ai suoi alunni. Quand'è uscito il film avevo quasi diciott'anni anni, il muro di Berlino non era ancora caduto (sarebbe successo dopo neanche un mese), e sebbene quello italiano fosse sempre stato un popolo di pensatori, mi sembrava che da tanto, tantissimo tempo, avessero tutti smesso di pensare. Si viveva, io come tutti i miei compagni di classe, i miei familiari, i miei insegnanti, i vicini di casa, i personaggi della TV, chi governava il paese, e il mondo. Si viveva ma non si pensava più di tanto: questa cosa la avvertivo particolarmente, e come me probabilmente la avvertivano in molti, sicuramente la avvertiva chiunque avesse diciott'anni come me. Noi, invece, a quell'età volevamo pensare, e cambiare le cose. Quella frase, detta da quell'uomo che tante volte mi aveva fatto ridere in TV, che solo a sentirlo parlare, gridare, sbraitare, che solo a guardare le sue mille espressioni faceva ridere, adesso era lì sullo schermo, nel buio della sala. Quell’uomo in piedi in mezzo a una classe di miei coetanei (sebbene, nella finzione, di tanti anni prima) aveva la voce piana, il viso disteso, e la sua frase era rivoluzionaria, perché era ed è quello che un diciottenne vuole sentirsi dire, ed è l'unico buon consiglio per diventare adulti. Nonostante sia una delle sue interpretazioni più note, non credo che Robin Williams sia mai stato Peter Pan. Penso, anzi, che fosse dovuto crescere molto in fretta.

 

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