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La nostra prima pagella per Venezia 71

di di Chiara Spagnoli Gabardi, Lara Lago, Simone Spoladori
Immagine dal film The Look of Silence, di Joshua Oppenheimer

Immagine dal film The Look of Silence, di Joshua Oppenheimer

A metà del festival del cinema gli inviati della VOCE si sono cimentati con un loro giudizio "scolastico"  sui film visti finora e le promozioni a pieni voti - ma anche le bocciature - non sono mancate

 

Siamo al giro di boa della 71ª edizione della Mostra del cinema di Venezia ed è quindi tempo per i primi bilanci. L'elemento più importante, cioè i film, stanno complessivamente confermando le aspettative della vigilia: una proposta "cinefila", con tante piccole scoperte, molte conferme e qualche delusione. Il contorno, tutto quello che non è cinema, ma che in un festival assume comunque un'importanza fondamentale, sembra invece inesorabilmente raccontare una situazione di difficoltà: pochi, pochissimi fronzoli, numero di spettatori e accreditati dimezzato, stand ed esercizi commerciali dell'area festival drasticamente ridotti, un diffuso clima di austerity più subita che scelta.

In ogni caso, dato che i film sono quel che conta, questo è il nostro bilancio "film per film", sezione per sezione di quanto abbiamo visto dall'inizio ad oggi. Ci siamo divertiti a mettere un giudizio "scolastico" alle opere che abbiamo potuto vedere, così da rendere ancora più immediato per i nostri lettori "orientarsi" nella vasta selezione veneziana.

 

CONCORSO

 

Birdman, di Alejandro González Iñárritu

Alejandro González Iñárritu, attraverso la tragicommedia di un attore di Hollywood che tenta di rilanciare la sua credibilità artistica adattando per il teatro una serie di racconti di Raymond Carver, mette a nudo le paturnie legate all'ego dei personaggi che popolano lo showbiz, dai critici agli artisti. Deliziosamente tagliente.

Il giudizio di Chiara: A

 

The Look of Silence, di Joshua Oppenheimer

Compendio dello straordinario The Act of Killing, il nuovo documentario di Joshua Oppenheimer conclude il raggelante discorso sulla normalità della violenza e sul tragico genocidio indonesiano del 1965. Poderoso.

Il giudizio di Simone: A

 

La rancon de la gloire, di Xavier Beauvois

Parte male, finisce alla grande. Ispirato ad una storia vera ambienta in Svizzera la povertà di una famiglia atipica che per pagare le cure mediche della moglie malata architetta il furto della salma di Charlie Chaplin. Una colonna sonora trionfale crea un contrasto marcato con scene povere e ambientazioni ricche di tempi morti e poco funzionali al racconto. Dal riscatto in poi il tutto prende un ritmo inaspettato, degno dei film di Chaplin, con una conclusione che permette di rivalutare l’intero film. Si apprezza col tempo.

Giudizio di Lara: B

 

99 homes, di Ramin Bahrani

Quando la crisi porta via il lavoro, le banche portano via le case. Le pignorano incuranti delle storie e delle vite che contengono anche ad Orlando, in Florida. Ma “le case sono solo dei contenitori” e “l’America non fa credito ai perdenti” ama dire lo spietato “sfrattatore” in grado di trasformare un suo sfrattato in un discepolo. Dinamico, lineare ma d’impatto senza usare virtù cinematografiche. È l’iniziazione all’interesse sopra ogni cosa che fa perdere tutto. I lunghi applausi in sala non convincono chi ama i plot più strutturati. Adorabile per chi ama lo storytelling.

Giudizio di Lara: A

 

Ghesseha (Tales), di Rakhshan Benietemad

La Tela di Penelope fu un celebre stratagemma, narrato nell'Odissea, ideato dalla moglie di Ulisse per non addivenire a nuove nozze; sull'onda dell'archetipo la regista iraniana, Rakhshan Banietemad, intreccia  una serie di racconti, dove diverse donne della sua terra sopravvivono alle avversità di un’esistenza difficile e travagliata. Significativo.

Giudizio di Chiara: B

 

3 Cœurs, di Benoit Jacquot

Madre e figlia recitano assieme in un dramma familiare con un inconsueto triangolo amoroso. Peccato che Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni abbiano poca chimica in scena, sarà per la trama inverosimile e melò? Pretenzioso.

Giudizio di Chiara: F

 

Loins des Hommes, David Oelhoffen

David Oelhoffen attinge alla tavolozza di Georges de La Tour per ritrarre Viggo Mortensen e Reda Kateb nell'Algeria dilaniata del 1954; seppur sia lodevole la tematica affrontata, l'impostazione narrativa talvolta è soporifera. Opprimente.

Giudizio di Chiara: B+

 

Anime Nere, di Francesco Munzi

Una tragedia familiare nel cuore buio della ‘ndrangheta, asciutta e senza concessioni allo spettacolo, ma un po' troppo 'squilibrata' nella scrittura. Munzi sa fare cinema, ma Anime nere vive di momenti e smarrisce subito il filo del discorso.

Giudizio di Simone: C

 

Manglehorn, di David Gordon Green

Un anziano fabbro che non riesce a scardinare il lucchetto che tiene la sua vita prigioniera da decenni, ovvero una delusione amorosa che non trova la sua rielaborazione. Al Pacino, dolente e intenso nella provincia americana un po' squallida che tanto piace a David Gordon Green, tiene a galla un film che vive di vertici e di precipizi.

Intermittente

Giudizio di Simone: B

 

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

Saverio Costanzo è tra i più bravi in Italia nella sua generazione, ma qui il suo cinema si arena sullo scoglio di un genere inedito e di cui forse avremmo fatto a meno: il thriller vegano. In una confezione di classe, qualche bel momento viene incenerito da tonfi narrativi quasi inspiegabili. Denutrito.

Giudizio di Simone: C

 

ORIZZONTI

 

Melbourne, di Nima Javidi

Una neonata che arriva per sbaglio nell’appartamento di una giovane coppia di Teheran e muore nel sonno a loro insaputa rischia di mandare all’aria una vita di progetti. E’ la vigilia del trasferimento a Melbourne e i saluti di parenti e amici si trasformano in ansioso assedio. Telefoni, citofoni, allarmi, altre storie che si inseriscono in un nascosto dramma a due tengono alta la tensione. L’adrenalina si arrotola su una colpa che non c’è ma diventa segreto. E mentre la realtà si sgretola come il loro rapporto e la casa trasformata in valigie, si salta sulla sedia ogni volta che qualcuno bussa alla porta.

Giudizio di Lara: B

 

La vita oscena, di Renato De Maria

Psichedelico, irriverente, rock ed applaudito ma forse un po’ audace. Non si può rimanere indifferenti di fronte ad 85 minuti di rappresentazione del limbo che dopo la morte dei genitori porta un giovane Aldo Nove a vivere nel sottile lembo di vita che precede un suicidio. La carnalità sottolineata da un’esemplare direzione alla fotografia e da un’azzeccatissima colonna sonora non lo trasformano in un film per tutti. Dialoghi come mantra e poesie intellettuali. Una vera opera estetica.

Giudizio di Lara: C

 

Reality, di Quentin Dupieux

Quentin Dupieux si fa chiamare anche Mr. Oizo, ma qui si crede un po' David Lynch, un po' Bunuel. Dato che fa fatica addirittura ad essere se stesso, finisce per confezionare un bigino di psicoanalisi futilmente fashion. Irritante.

Giudizio di Simone: F

 

Belluscone, di Franco Maresco

Siamo sicuri che abbia ancora senso parlare di QUESTO tema – Berlusconi e le collusioni mafiose – con QUESTO linguaggio? Non è un tutto un po' anacronistico? Fuori tempo [S. S.]

Giudizio di Simone: F

 

 

The President

Makhmalbaf porta sullo schermo un apologo universale su potere, dittatura e rivoluzione, filtrato dallo sguardo di un bambino. Parte benissimo e ha il merito di scovare un giovanissimo e promettente attore, il piccolo dachi gomiashvili, salvo poi perdersi in un finale confuso o, peggio, ambiguo. Opaco.

Giudizio di Simone: C

 

Heaven Knows What, di Josh e Benny Safdie

I newyorchesi Joe e Benny Safdie esordiscono con un film che è sospeso tra documentario e fiction in misura indefinibile e che perlustra lo strato notturno e oscuro, homeless e tossico della grande mela, osservano con una lente pop le vite di Arielle Homes e del freakshow che va in scena accanto a lei. Intenso

Giudizio di Simone: A

 

Ich seh Ich seh (Goodnight Mommy)

"Patrocinato" da Ulrich Seidl, un horror che del "mentore" assorbe solo la perfezione della confezione (invero qui anche un po' troppo leccata). Dentro la forma, c'è una sceneggiatura zoppicante e furba e una certa fastidiosa inconsapevolezza del "cinema della crudeltà". I registi, Veronika Franz e Severin Fiala, si sentono i figli di Haneke, ma per ora praticano un altro sport. Fragile.

Giudizio di Simone: C

 

GIORNATE DEGLI AUTORI

 

One On One, di Kim Ki-Duk

L´umanità rabbiosa e sofferente di Kim Ki-duk ritorna con una storia di vendetta, dove la violenza rimarca l´inefficacia dell´occhio per occhio, dente per dente; ancora una volta il connubio perfetto del regista – dall'espressione di un tenero orsachiotto – è all'insegna del sesso violento e della brutalità. Feroce

Giudizio di Chiara: B-

 

Binguan (The Coffin in the mountain), di Xin Yukun

Scherzare con la morte si può. E se si è dotati di una forte intelligenza e di un’acuminata ironia può portare anche ad ottimi risultati. Ce lo insegna “Binguan”, un film cinese arzigogolato e bellissimo che fa ruotare tutta la vita di un villaggio attorno ad una misteriosa bara che ospita e perde corpi uccisi, bruciati, scomparsi. Suddiviso in tre capitoli (la gravidanza, i segreti, una bara da seppellire) smista magistralmente il tempo del racconto, smembrandolo e tenendo in sospeso la comprensione dello spettatore fino agli ultimi minuti. Più si va avanti più la storia si definisce, senza mai perdere il sorriso. Da non perdere.

Giudizio di Lara: A

 

 

FUORI CONCORSO

 

She's Funny That Way, di Peter Bogsanovich

Peter Bogdanovich commistiona Woody Allen e Ernst Lubitsch con grazia, malizia, omaggiando i grandi classici del cinema.  La scalata di una squillo ai palcoscenici di Broadway viene cadenzata dal gioco di parole sugli 'scoiattoli alle nocciole', fino ad approdare a un esilarante gran finale, con una guest star che non deve essere svelata per non rovinare l'effetto sorpresa. Spassosissimo.

Giudizio di Chiara: A

 

The Humbling, di Barry Levinson

"L'arte di diventar umili" è effettivamente incarnata dall'istrionico e poliedrico Al Pacino, che incarna la crisi esistenziale di un grande attore teatrale che sembra aver perso il dono della recitazione. Viene così rievocato Shakespeare per ricordarci che "Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti." Poetico.

Giudizio di Chiara: B+

 

The Boxtrolls 3D, di Anthony Stacchi e Graham Annable

Finalmente un po' di animazione al festival! L'arte della stop motion (soventemente trascurata) brilla con una favola che ci ricorda che non importa in che scatola veniamo confezionati, l'importante è il contenuto. Possiamo anche dire 'The Boxtrolls' è il primo film d'animazione a tributare in maniera così irresistibile il formaggio! Delizioso.

Giudizio di Chiara: C+

 

Qin’ai de (Dearest), di Peter Ho-Sun Chan

Chi dovremmo chiamare “mamma”, chi ci ha partoriti o chi ci ha cresciuti? In Cina servono 24 ore prima di poter dichiarare la scomparsa di un bambino, un arco di tempo dove i piccoli fanno in tempo ad essere rubati e venduti. Un tema dramma che vibra nel grande schermo. Ci si affeziona a Pengpeng, lo si cerca disperatamente. Ma il ritrovarlo in un’altra casa e il riportarlo ai veri genitori assomiglia troppo all’ennesimo rapimento. Anche se la sceneggiatura assomiglia più a quella per una miniserie, il film merita. Commovente.

Giudizio di Lara: B

 

Im Keller, di Ulrich Seidl

Keller, la classica "cantina" austriaca, luogo sociale, di ritrovo, feste e cultura. Per Seidl, però, il loro essere "sotto" le case le rende il luogo dell'inconscio collettivo, quello in cui si deposita il rimosso, le più inconfessabili pulsioni aggressive e sessuali. Così, questo strepitoso documentario, racconta proprio l'indicibile umanità che brulica nelle cantine austriache, tra nostalgici del reich e incredibili riti sadomaso. Radicale

Giudizio di Simone: A

 

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