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Quello smunto Pasolini di Ferrara è artefatto e fuori luogo

Il regista newyorchese di origini italoamericane, Abel Ferrara, dedica al suo maestro dichiarato, Pier Paolo Pasolini, un biopic che racconta le ultime ore della sua vita. Ma più che un omaggio confeziona un oltraggio. Si salva solo Willem Defoe, eccellente nella parte dell’intellettuale bolognese. Il resto è da dimenticare

Sulla carta, l’incontro tra Pier Paolo Pasolini e Abel Ferrara, due registi assolutamente iconoclasti e anticonformisti, prometteva scintille. Certo, le ultime prove sbiadite e caotiche di Ferrara (in pratica, tutto ciò che ha girato da quindici anni a questa parte, con l’eccezione di Mary) legittimavano più di una perplessità, ma certo se c’è un regista americano potenzialmente in grado di entrare in sintonia con la visione del mondo e lo spirito guerriero di Pier Paolo Pasolini, quello è indubbiamente Ferrara, al punto che lo stesso regista italo-americano ha sempre definito PPP il suo “vero e unico maestro”.

Nonostante queste premesse, purtroppo, e lo diciamo con il sincero rammarico della grande occasione perduta, Ferrara dovrebbe essere consapevole che se il suo “maestro” potesse vedersi immortalato in questo pasticcio, non sarebbe certo contento del risultato finale. Il suo film è sgonfio, artefatto e spesso fuori luogo e l’unico elemento che si salva e tiene qua e là — parzialmente a galla l’opera — è, come già anticipato, Willem Dafoe, il quale — straordinario nei panni del poeta e letterato italiano, magnetico e selvaggio — sopperisce con il suo carisma alla mancanza totale di spessore del testo di Maurizio Braucci. Va detto, però, che Defoe è particolarmente convincente quando è solo sulla scena; quando interagisce con gli altri attori, si manifesta il primo, enorme, problema di questo film, l’intollerabile guazzabuglio linguistico cui il regista newyorchese ha inspiegabilmente ceduto: Dafoe parla in inglese e qua e là — e non se ne capisce la logica — pronuncia qualche frase stentata in italiano, mentre tutti gli altri, dalla madre interpretata da Adriana Asti alla Laura Betti di Maria de Medeiros, interloquiscono tra loro in italiano e talvolta in romanesco. Nonostante il nostro allenamento nella sospensione dell’incredulità, questo aspetto determina un primo cortocircuito fastidioso e irritante, che finisce per risultare anche un po’ offensivo nei confronti di un intellettuale quale Pasolini, fine letterato, linguista e filologo.

Se tralasciamo — a fatica — questo aspetto non proprio irrilevante, ecco che nel racconto dell’ultima giornata di Pasolini che Ferrara costruisce, troppe cose appaiono sbiadite: le motivazioni, i pensieri, la politica, ogni cosa appare frettolosa, rapida, superficiale, priva, soprattutto, di una visione d’insieme convincente dell’Italia di quegli anni, che permetta alla figura del protagonista di stagliarsi nitidamente in un contesto delineato, di farne comprendere l’importanza fondamentale e la drammaticità del vuoto che questa figura ha lasciato scomparendo in modo così brutale. Il pessimo risultato raggiunto, in questo caso, è che le giovani generazioni che avrebbero potuto e dovuto capire di più su Pasolini, con questo film, comprendono poco e forse male, mentre chi Pasolini lo conosce già, difficilmente respira l’essenza di una delle figure più forti e poderose del dopoguerra italiano.

Ciò non bastasse, Ferrara “americanizza” l’estetica con cui ritrae il “suo” Pasolini, che a tratti sembra più il protagonista di un romanzo di Bret Easton Ellis che l’intellettuale marxista che effettivamente era: occhiale alla moda, camminata da duro, piglio da eroe capitalista vagamente maudit, Pier Paolo Pasolini viene ridotto ad un personaggio piatto, i cui lati oscuri sono risolti con un paio di flashback e un paio di sequenze di sesso orale che invece di scandalizzare cementano l’indifferenza verso questo testo innocuo e smunto.

Molta attesa c’era anche per capire cosa Ferrara avrebbe detto della morte di Pasolini. Ma regista e sceneggiatore, in questo film, non azzardano nulla e non prendono posizione: ci mostrano un pestaggio, crudo e spoglio e prendono per buona la “controversa” versione del processo di primo grado del 1976. Ferrara “usa” questa verità, oggi ritenuta ampiamente discutibile, per “piegare” la narrazione verso la direzione che gli interessa, quella più vicina alla sua poetica, quella cristiana dell’espiazione del proprio senso di colpa e quella cristologica dell’uomo che si immola in mezzo al fango dei reietti e degli ultimi del mondo per morire così, fra loro e come uno di loro. 

C’è infine un altro problema, almeno altrettanto grave dei precedenti: Ferrara si permette di immaginare come Pasolini avrebbe visualizzato il suo romanzo incompiuto Petrolio e soprattutto realizza alcune scene del surreale film che il regista bolognese non riuscì mai girare, che prevedeva Eduardo De Filippo alla ricerca del paradiso insieme a Ninetto Davoli. Qui, Davoli interpreta De Filippo e uno spaesato Riccardo Scamarcio prende il posto di Davoli, ma nulla, e sottolineo nulla, di ciò che Ferrara gira possiede la ieraticità, la forza brutale e arcaica delle immagini pasoliniane. Così, invece di essere un “omaggio” al suo maestro, complessivamente quello di Ferrara diventa in alcuni di questi passaggi, quasi un oltraggio, in un film sbagliato che un regista purtroppo a fine carriera ha dedicato ad una figura che meriterebbe ben altro trattamento. Accolto tiepidamente da critica e pubblico, a conclusione del Festival di Venezia il film ha avuto conferme dalla giuria che gli ha riservato la giusta indifferenza.

 

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