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Birdman: dietro la messa in scena e il luccichio, la verità è nei ritratti femminili

Arriva nelle sale newyorchesi, l'attesisssimo Birdman, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Ma l'ego registico di Alejandro González Iñárritu fagocita il film in virtuosismi del movimento che distraggono dalla trama. Gli attori si trasformano in istrioni e  a rimanere impresso è solo lo straordinario gruppo di attrici 

Una steadicam che segue ininterrottamente le vicende tragicomiche di un attore deciso, costi quel che costi, a portare a Broadway una pièce tratta da Raymond Carver. Un piano-sequenza di due ore che racconta il teatro e le sue psicosi nella maniera più cinematografica possibile. Dopo lo straordinario inizio di Gravity, di Alfonso Cuarón – il primo messicano a vincere l'Oscar per la regia, è bene sottolinearlo – adesso tocca ad Alejandro González Iñárritu esibire la sua enorme competenza di regista in Birdman, presentato come film d'apertura all'ultima Mostra del Cinema di Venezia. Ma è proprio la sua istrionica idea di cinema a rivelarsi, dopo l'ammirazione dei primi minuti, il limite principale del film. 

Cos'è infatti un piano-sequenza se non un esercizio di stile? Quando ciò viene prolungato per un tempo eccessivo, finisce per fagocitare tutte le altre componenti di un film, soprattutto se la macchina da presa si dilunga nei virtuosismi del movimento. Durante l'arco di narrazione della vicenda più di una volta ci di distrae da trama e personaggi per interrogarsi sulle acrobazie che Iñárritu ha compiuto. Ciò significa due cose: che il regista ha ecceduto in virtuosismo, e che probabilmente l'ha fatto per "coprire" altre mancanze. Che il cinema di questo autore sia impregnato di una certa retorica non è una novità, e Birdman non è certo un'eccezione. Se però opere potenti come 21 Grams (21 Grammi), Babel e Amores Perros compensavano con la forza del melodramma su cui si poggiava un'idea di messa in scena comunque molto penetrante, questo suo ultimo lungometraggio non permette di entrare in empatia con quanto ci mostra, forse proprio perché ce lo mostra dentro una confezione così ostentata.

Nel percorso autodistruttivo che compie l'egocentrico Riggan Thompson – attore in crisi umana e creativa, celebre per aver interpretato un supereroe al cinema – non c'è nulla di veramente originale, niente che non sia stato mostrato in altri film con sicuramente maggiore forza propositiva. Quello di Iñárritu è un gioco di specchi e di rimandi alla vita vera (soprattutto quella dei due protagonisti Michael Keaton ed Edward Norton) divertente quanto superficiale, impregnato di cinefilia ma mai realmente doloroso. Birdman va quindi apprezzato come sfavillante riflessione semiseria sul cinema, sul teatro e sulla difficoltà di essere attore in America, ma nulla più. 

Per quanto riguarda il nutritissimo cast di attori che recitano in questa commedia forzatamente surreale, molto si è scritto e detto a proposito della grande prova di Keaton e Norton, che in fin dei conti recitano se stessi e in filigrana (neanche poi più di tanto…) la loro vicenda personale e professionale. I due sono indubbiamente efficaci, questo è indubbio. Ma quanto può essere difficile riempire un personaggio che richiede di andare costantemente sopra le righe? Cosa c'è di più semplice per un attore che trasformarsi in istrione? Alla fine dunque a rimanere maggiormente impresso è lo straordinario gruppo di attrici che compone il cast di supporto. Ecco allora che di Birdman ricorderemo molto più volentieri la sensibilità di Naomi Watts, la dolcezza di Amy Ryan, la sensualità sopita di Andrea Riseborough, lo sguardo tagliente di una Emma Stone finalmente più "sporca" e nuovamente molto efficace. Sono loro i ritratti più veri di Birdman, il loro cuore pulsante. Tutto il resto è cinema di pura messa in scena, in tutto il suo splendente luccichio. 

 

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